Crisi climatica, ora siamo tra le vittime. Smettiamola di sentirci tra i colpevoli

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Emanuele Pinelli
06/08/2026
Radici

Oggi l’Italia ha bruciato un record: le sue 27 città maggiori sono tutte in bollino rosso per il caldo estremo nella stessa giornata.

Alla spossatezza fisica e al nervosismo mentale si aggiunge il danno per il portafogli: i bacini delle centrali idroelettriche sono prosciugati, il che fa impennare i prezzi dell’elettricità con ripercussioni sull’intera economia.
E si aggiunge la tristezza di vedere, per l’ennesima volta, il Po ridursi a un acquitrino, i raccolti seccare nei campi e i luoghi del cuore in cui siamo cresciuti diventare sempre più irriconoscibili.

Se dall’Italia, poi, allarghiamo lo sguardo alle nazioni europee che le sono più vicine, rischiamo l’attacco d’ansia.
La Francia ha perso il 30% della sua produzione agricola. La Germania, solo per il basso livello del Reno, ha perso l’1% della sua produzione industriale.
Spagna e Grecia sono avvolte dagli incendi proprio nel pieno della stagione turistica. Ungheria e Romania hanno dovuto mettere in pausa le loro centrali nucleari, perché i bocchettoni che inviavano agli impianti l’acqua del Danubio erano installati troppo in alto rispetto a dove ora scorre il fiume e non la stanno più riuscendo a intercettare.

Torri di sabbia


Si stima che il costo di questi disastri naturali, che non ha più senso chiamare “emergenze” o “eventi estremi” visto che accadono ormai con cadenza biennale o triennale, salirà a più di 130 miliardi all’anno entro il 2030, per poi schizzare a chissà quanto nei decenni seguenti.

Keynes amava dire che “nel lungo periodo siamo tutti morti”, ma aveva torto: i miei figli, a Dio piacendo, arriveranno a vedere quell’Italia e quell’Europa radicalmente trasformate per sopravvivere alle estati torride lunghe sei mesi e alla fine dell’abbondanza d’acqua (l’unica vera risorsa naturale in un continente sprovvisto di ogni altra).

Alcune avvisaglie della trasformazione, qua e là, già si stanno intravedendo: aziende agricole che piantano colture meno idroesigenti (rinunciando anzitutto al riso), fabbriche che passano all’orario di lavoro notturno, data center costruiti nelle vecchie miniere vuote, sperimentazioni promettenti come le batterie di sabbia alte quanto torri di sette piani per immagazzinare l’energia quando c’è e rilasciarla quando manca.

Ma non tutto si potrà riadattare. Per fare solo un esempio, un patrimonio immobiliare accumulato da generazioni che avevano il problema di difendersi dal freddo non si può radere al suolo e ricostruire da zero per difendersi dal caldo.
Il settore edilizio ha troppo poco valore aggiunto per impiegare così tanti operai e remunerare così tanto capitale. Chi oggi vive in una casa novecentesca aggrappato al condizionatore ci vivrà, con ogni probabilità, anche fra trent’anni.

Pensarsi vulnerabili


Mentre penso a questo futuro da Dune, mi viene da ripensare con tenerezza anche al passato. In particolare ai corsi sul cambiamento climatico che tenevo ai miei studenti una decina d’anni fa (perché da qualche tempo, per chi non lo sapesse, gli insegnanti di scuola devono anche improvvisarsi “educatori ambientali”, qualunque cosa voglia dire).

Premettendo che sì, presto gli effetti si sarebbero sentiti anche da noi, insistevo però sulla narrazione per la quale a soffrire di più erano i paesi più poveri, mentre a emettere i gas serra erano quelli più ricchi. I casi si sprecavano, dalla scomparsa del lago Chad in Africa all’ondata killer di calore in India.

Era una raffinata evoluzione della classica morale da catechismo: da “Mentre noi guidiamo i suv gli africani muoiono di sete” si passava addirittura a “Poiché noi guidiamo i suv gli africani muoiono di sete”.

Quel pizzico di compassione per i più diseredati tra i diseredati aiutava a smuovere le coscienze, mentre l’illusione che la leva del cambiamento fosse nelle mani del “primo mondo” dava l’eccitante sensazione che il successo nell’impresa fosse possibile.

Ebbene, i dati dell’ultimo decennio hanno capovolto questa prospettiva.
Se invece di cianciare genericamente di “primo mondo” isoliamo i paesi dell’Europa, scopriamo che sono quelli più vulnerabili allo stravolgimento del clima: la vicinanza all’Artico che si scioglie e la geografia chiusa del Mediterraneo stanno facendo surriscaldare l’Europa a una velocità doppia rispetto alla media globale.
D’altro canto, i paesi europei sono quelli che hanno pagato il prezzo più alto per provare a rallentarlo: ad oggi valgono sì e no 1/12 delle emissioni totali di gas serra (generando più di 1/5 del PIL mondiale).

Se dobbiamo attenerci alla logica, il binomio è coerente: visto che rischiamo più degli altri, ci siamo presi più a cuore il problema.
Ma la narrazione moralistica per cui il ricco causa il cambiamento climatico mentre il povero lo subisce esce distrutta dal confronto con questi dati.

Disastro cinese


È vero, l’ecosistema impiega una ventina d’anni ad assorbire gli effetti del rilascio di carbonio in atmosfera, perciò l’aridità di quest’estate può essere ancora considerata “colpa” nostra, degli americani, dei giapponesi e degli altri che hanno emesso gas serra fino ai primi anni 2000.

Ma l’Italia senza riso e col lavoro notturno in cui vivranno i miei figli sarà causata dalle emissioni attuali, che sono per un terzo cinesi, per un altro terzo del resto dell’Asia, in parte non trascurabile americane, e indiane già più di quanto non siano europee.

Proprio quest’anno abbiamo avuto la conferma del sorpasso: in un solo trentennio, la Cina ha emesso più gas serra di quanti l’Europa non ne abbia emessi dall’inizio della rivoluzione industriale.

Può sembrare assurdo, ma è così. Da quando un prete inglese inventò la macchina a vapore nel 1712 a quando il CERN di Ginevra sviluppò Internet nel 1989, con in mezzo tutte le altre innovazioni che hanno guidato il genere umano fuori da un’eternità di miseria e di fame, l’Europa fece meno danni al clima di quanti la Cina ne abbia fatti tra il 1989 e oggi.

Non siamo più al volante


Insomma, da adesso si cambia musica. Siamo in una fase storica nuova, dove indossare ancora i panni degli imputati non ha più alcun senso per noi.

La crisi climatica fa soffrire i ceti sociali più sfortunati nelle nostre città, fa soffrire i bambini e gli anziani nelle nostre famiglie, fa soffrire finanche gli animali nei nostri pascoli e nei nostri mari, senza che facciamo più alcunché di rilevante per aggravarla.

Per l’uomo bianco, abituato com’è a sentirsi al volante del mondo e responsabile di ogni incidente dell’umanità, questo fatto suona indubbiamente scioccante, ma nondimeno è un fatto: nella crisi climatica ormai siamo tra le vittime, e per giunta abbiamo mezzi scarsi – se non nulli – per fermare i colpevoli.

Siamo dalla parte che subisce, tanto quanto gli africani del lago Chad. Anzi: ironia della sorte, pare che il surriscaldamento del Mediterraneo stia aumentando l’umidità a sud del Sahara, provocando piogge monsoniche e rigenerando il povero lago che davanti ai miei studenti davo già per spacciato.

I nostri sforzi per diventare un continente green entro il 2050 sono meritori e saranno senz’altro coronati dal successo, data la rapidità nei progressi della tecnologia.

Ma da soli resteranno una goccia in un oceano.
E in un oceano sempre più caldo.