Crepe nelle roccaforti trumpiane: le elezioni nuovo spauracchio MAGA

Riccardo Lo Monaco
09/02/2026
Frontiere

Negli ultimi appuntamenti elettorali negli Stati Uniti – elezioni suppletive, rinnovi di assemblee locali, collegi speciali rimasti vacanti – qualcosa si è incrinato nel cuore stesso dell’America repubblicana. Non semplici oscillazioni fisiologiche, ma sconfitte nette, in alcuni casi clamorose, proprio in quelle roccaforti che solo poco più di un anno fa avevano consegnato a Donald Trump vittorie plebiscitarie alle presidenziali, con margini a doppia cifra e un elettorato apparentemente granitico.

Il dato che emerge da questi risultati non è soltanto numerico, ma politico e simbolico: collegi considerati “blindati”, dati per acquisiti, si sono improvvisamente ribaltati. I democratici non solo hanno retto, ma hanno vinto dove nessuno, fino a poco tempo fa, avrebbe scommesso un dollaro. È un segnale che allarma i vertici repubblicani, ma soprattutto un uomo: Donald Trump.

Il Congresso come linea del Piave

Il timore che serpeggia a Mar-a-Lago è chiaro. Se questa tendenza dovesse consolidarsi, la Camera dei Rappresentanti rischia seriamente di tornare in mano democratica. E per Trump non si tratterebbe di una semplice sconfitta parlamentare: sarebbe un incubo politico. Una Camera a guida dem significherebbe commissioni aggressive, indagini a tappeto, audizioni pubbliche. In una parola: impeachment.

Trump lo sa, e non lo ha mai nascosto. Anzi, lo ha detto apertamente, con quella spregiudicatezza quasi infantile che lo accompagna: farà “tutto il necessario” per evitare un risultato elettorale a lui sfavorevole. Il problema è che, quando Trump dice “tutto”, non esistono limiti impliciti.

Delegittimare prima, contestare dopo

La strategia è già visibile. Delegittimare il voto prima che avvenga, minare la fiducia nelle istituzioni elettorali, riproporre – in versione aggiornata – la narrativa delle elezioni truccate, dei brogli sistemici, dei nemici interni. È una sceneggiatura già vista, ma oggi inserita in un contesto più fragile, più polarizzato, più stanco.

Se i risultati dovessero confermare la perdita di terreno repubblicana, le opzioni sul tavolo di un presidente americano deciso a non mollare il potere sono molte più di quanto si immagini. E non tutte rassicuranti.



Gli strumenti del potere presidenziale

Formalmente, il presidente degli Stati Uniti dispone di una serie di leve straordinarie, pensate per emergenze reali ma potenzialmente piegabili a una logica di forzatura politica. Dalla contestazione dei risultati elettorali a livello statale e federale, incoraggiando ricorsi giudiziari a catena, alle pressioni politiche sui governatori e sui segretari di Stato (responsabili delle elezioni nei singoli Stati) affinché ritardino o invalidino le certificazioni; dall’uso estensivo dell’ordine esecutivo per limitare o interferire con le operazioni elettorali, alla dichiarazione dello stato di emergenza nazionale, ampliando i poteri federali.

Passando per la federalizzazione della Guardia Nazionale in caso di disordini, reali o presunti, l’invocazione dell’Insurrection Act, che consente l’uso delle forze armate sul territorio nazional e, in uno scenario estremo, il ricorso alla legge marziale, ipotesi mai formalmente esclusa dall’ordinamento americano, sebbene politicamente esplosiva.

Strumenti concepiti per proteggere la democrazia che, in mani sbagliate, possono diventare armi contro di essa.

Chi seguirebbe Trump fino in fondo?

La domanda cruciale, a questo punto, non è solo cosa potrebbe fare Trump, ma chi lo seguirebbe. Il suo “cerchio magico” appare compatto in pubblico, molto meno nei calcoli privati. Figure come Marco Rubio, un tempo rivali e oggi alleati per convenienza, misurano ogni parola. E poi c’è JD Vance, il delfino più ambizioso.

Vance sa che il 2028 non è lontano. Sa anche che una candidatura da vicepresidente leale ma non compromesso è molto più semplice di una corsa sulle macerie di un sistema democratico forzato. Se Trump dovesse spingersi troppo oltre, la fedeltà potrebbe diventare improvvisamente selettiva e non è difficile ipotizzare un Vance che ogni giorno immagina come sarebbe più semplice raggiungere la candidatura nel 2028 da presidente in carica.

Un test per la democrazia americana

Le elezioni locali, spesso ignorate fuori dai confini statunitensi, stanno diventando un termometro prezioso. Raccontano un’America meno monolitica di quanto la retorica trumpiana voglia far credere, ma anche un sistema istituzionale sottoposto a una pressione senza precedenti.

Se davvero Trump tenterà di piegare le regole per salvarsi politicamente, la questione non sarà più destra contro sinistra, repubblicani contro democratici. Sarà una prova di resistenza per la democrazia americana stessa. E allora la vera incognita non sarà il risultato delle urne, ma la capacità del Paese – e delle sue élite politiche – di accettarlo.

Il bivio democratico: scegliere il candidato giusto o sprecare l’occasione

Se le crepe che si stanno aprendo nelle roccaforti repubblicane raccontano un Trump più vulnerabile di quanto voglia ammettere, l’altra faccia della medaglia riguarda i Democratici. Perché un avversario in difficoltà non basta: serve qualcuno capace di vincere davvero. E qui il rischio di errore è enorme.

Il Partito Democratico si trova davanti a un bivio storico. Da un lato c’è un’energia politica reale, profonda, che nasce dall’America più giovane, urbana, multietnica, precarizzata: è l’anima ultraprogressista che negli ultimi anni ha trovato voce in figure come Bernie Sanders, Alexandria Ocasio-Cortez, Jamaal Bowman, Rashida Tlaib e, più recentemente, nel sindaco di New York Zohran Mamdani, espressione di una sinistra che parla senza filtri di disuguaglianze, sanità pubblica, debito studentesco, salario minimo, giustizia climatica. Questa corrente intercetta un disagio reale e ha il merito di non edulcorare il conflitto sociale.

Dall’altro lato, però, c’è un Paese che non è solo Brooklyn, Oakland o i campus universitari

C’è l’America delle contee industriali svuotate, dei lavoratori autonomi impoveriti, dei ceti medi che hanno votato Obama, poi Trump, non per ideologia ma per rabbia, per frustrazione, per la sensazione di essere stati lasciati indietro. È quell’elettorato che nel 2016 e nel 2020 ha scelto Trump in chiave populista, non necessariamente reazionaria, e che oggi appare deluso, ma non automaticamente pronto a tornare democratico.

Qui sta il nodo: i Democratici non possono permettersi un candidato percepito come moralmente superiore ma socialmente distante, né uno che parli solo il linguaggio dei diritti senza saper declinare quello del lavoro, della sicurezza economica, della dignità materiale. Allo stesso tempo, non possono rinnegare la spinta progressista senza spegnere l’entusiasmo di una base che è stata decisiva in molte vittorie locali.

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I profili che circolano raccontano bene questa tensione.

C’è Gavin Newsom, governatore della California, abile comunicatore, capace di affrontare Trump sul terreno dello scontro diretto, ma percepito da molti come espressione di un’élite liberal distante dall’America profonda.
C’è Gretchen Whitmer, governatrice del Michigan, forse una delle figure più interessanti: pragmatica, radicata nel Midwest, capace di parlare sia ai lavoratori sia ai progressisti, senza eccessi ideologici.
C’è Josh Shapiro in Pennsylvania, profilo moderato, istituzionale, solido, ma che rischia di non entusiasmare l’ala sinistra.
E poi c’è l’ipotesi, più simbolica che reale, di una candidatura fortemente identitaria, più vicina alle istanze di Sanders e Ocasio-Cortez, che però potrebbe risultare indigesta proprio a quell’elettorato fluttuante che oggi guarda Trump con crescente diffidenza.

La sfida, in altre parole, è trovare una sintesi: una figura capace di tenere insieme giustizia sociale e linguaggio popolare, diritti civili e concretezza economica, radicalità negli obiettivi ma pragmatismo nei toni. Un candidato che non parli contro l’America che ha votato Trump, ma a quell’America, senza giustificarne le derive autoritarie.

Se Trump appare sempre più tentato da scorciatoie illiberali per preservare il potere, i Democratici hanno una responsabilità speculare: dimostrare che esiste un’alternativa credibile, non solo più democratica, ma anche più comprensibile, più vicina, più concreta. Perché la storia recente insegna una lezione semplice e brutale: quando il populismo viene sconfitto solo moralmente e non politicamente, torna più forte di prima.