Cosa resta, per ora, dell’operazione di Trump contro l’Iran

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Riccardo Lo Monaco
08/04/2026
Poteri

A poche ore dall’annuncio della tregua da parte di Donald Trump, la domanda che attraversa cancellerie, mercati e opinione pubblica è una sola: cosa è stato realmente ottenuto dalla guerra lampo contro l’Iran?

La narrazione ufficiale, come spesso accade nella retorica trumpiana, è semplice, muscolare, apparentemente risolutiva: un’operazione rapida, chirurgica, capace di neutralizzare una minaccia nucleare e ristabilire l’equilibrio nella regione. Ma basta scalfire la superficie per trovarsi davanti a un quadro molto più contraddittorio e, per certi versi, paradossale.

Partiamo da un dato di realtà: lo Stretto di Hormuz, epicentro simbolico e materiale dell’intervento, era già aperto prima dei bombardamenti. Non vi era, dunque, alcun blocco da rimuovere né una crisi immediata della navigazione globale da risolvere. Eppure, proprio su Hormuz si è giocata, almeno nella narrazione, la legittimazione dell’azione militare.

Il risultato? Oggi quello stesso stretto, invece di essere “liberato”, diventa ancora più centrale nella leva geopolitica iraniana.
Il regime degli ayatollah, lungi dall’essere indebolito, esce rafforzato nella sua capacità di condizionare i traffici energetici globali. Più tensione significa più controllo, e più controllo significa, inevitabilmente, più rendita strategica ed economica. Con buona pace del popolo iraniano, che continua a restare schiacciato tra repressione interna e giochi di potere internazionale.

Ancora più evidente è la contraddizione sull’obiettivo dichiarato: impedire all’Iran di dotarsi di un’arma nucleare. Un’arma che, nei fatti, non risultava operativa. Nel tentativo di neutralizzare una minaccia potenziale, l’operazione ha finito per consegnare a Teheran uno strumento di pressione ben più immediato e concreto: il controllo, politico e militare, di uno dei choke point energetici più importanti del pianeta.

Nel frattempo, i mercati hanno reagito come era prevedibile: instabilità, aumento dei prezzi dell’energia, tensioni sulle catene di approvvigionamento. Una crisi energetica globale che, pur non essendo esplosa in tutta la sua portata, ha già mostrato i primi effetti. E in questo scenario, i principali beneficiari rischiano di essere proprio quegli attori che Washington dichiara di voler contenere.

Tra questi, inevitabilmente, c’è la Russia di Vladimir Putin. Ogni aumento del prezzo del petrolio rappresenta ossigeno per un’economia di guerra già orientata a sostenere l’aggressione all’Ucraina. In questo senso, il caos nel Golfo finisce per tradursi in un vantaggio indiretto — ma concreto, come sempre più spesso accade quando c’è di mezzo Donald Trump — per Mosca.

Ma ormai le affinità con il Cremlino non si contano più, soprattutto dopo che Trump ha mutuato dal suo omologo e mentore russo la minaccia del ricorso all’arma nucleare.
Anche se non espressamente menzionata (non cancelli un’intera civiltà in un paio d’ore con i petardi), la minaccia nucleare ventilata ieri da Trump non è l’operazione furba che i suoi cantori stanno già esaltando. Aver inaugurato l’uso della minaccia nucleare, più o meno esplicita, come strumento di negoziazione è un danno a prescindere, perché oggi dunque è a disposizione di tutte le potenze nucleari.

Resta poi un’ombra più opaca, ma non meno rilevante: quella degli interessi economici che orbitano attorno alla decisione politica. Le accuse — difficili da dimostrare ma sempre più ricorrenti — di operazioni speculative, di insider trading, di un intreccio tra decisioni geopolitiche e interessi privati, alimentano un sospetto che indebolisce ulteriormente la credibilità dell’azione americana. In un contesto già segnato da una leadership percepita come imprevedibile, ogni opacità diventa un moltiplicatore di sfiducia.

E allora, al netto della retorica e delle dichiarazioni trionfali, il bilancio appare quanto meno ambiguo. Nessun regime rovesciato, nessuna minaccia nucleare concretamente eliminata, un avversario, l’Iran, ancora saldo e forse perfino rafforzato nella sua posizione negoziale, e un sistema internazionale reso più instabile.

La vera domanda, forse, non è se questa guerra sia stata vinta o persa. Ma se sia mai stata pensata per essere vinta nel senso tradizionale del termine. O se, piuttosto, rappresenti l’ennesimo episodio di una politica estera che sembra muoversi più per impulsi, interessi contingenti e logiche interne che per una visione strategica coerente.

In questo scenario, la tregua annunciata da Trump appare meno come la conclusione di un’operazione riuscita e più come una pausa in un equilibrio precario. Un equilibrio in cui, ancora una volta, a pagare il prezzo più alto sono i popoli e la stabilità globale.

Ora, però, l’attenzione si sposta già altrove. Perché se c’è una costante nella traiettoria trumpiana è l’imprevedibilità elevata a sistema. E così, mentre le macerie politiche e economiche di questa crisi sono ancora fumanti, il mondo trattiene il fiato in attesa della prossima mossa. Magari su Cuba, già piegata dalla fame a causa delle ultime restrizioni imposte dall’aspirante Nobel per la pace.

Perché, a questo punto, l’unica certezza è che da Washington può arrivare, da un momento all’altro, un’altra trumpata. E il mondo, ancora una volta, dovrà subirne le conseguenze.