Perché la sinistra perde? Confrontare i discorsi di Sánchez e Machado
Barcellona, 18 aprile 2026. Nella sala di un auditorium gremita da circa 5.000 persone si sta concludendo la convention della “Mobilitazione progressista globale”, che aspira a contrapporsi alla “Conservative Political Action Conference” della destra statunitense.

A fare gli onori di casa è il primo ministro spagnolo Pedro Sánchez, che scalda la platea con un discorso di quasi venti minuti.
Ma non manca nessuno dei leader che la sinistra europea, negli anni, ha osannato e provato ad emulare: il brasiliano Lula, la messicana Sheinbaum, il sudafricano Ramaphosa, persino vecchie glorie ormai in pensione come Zapatero.
Alla sinistra militans su questa Terra si affianca la sinistra triumphans nel paradiso, a cominciare dal compianto presidente uruguaiano Mujica che viene invocato dallo stesso Sánchez:
“Pepe Mujica riconobbe che le cose non andavano bene, che il futuro sembrava grigio. Disse di sentirsi angosciato, oltre che politicamente, anche personalmente. Disse di sentirsi angosciato per il futuro dell’umanità. Ma anche — e questo è l’importante — si impegnò a lottare per quel futuro, pur sapendo che non sarebbe vissuto abbastanza per vederlo”.
Da questi pensosi scrupoli di coscienza scaturisce anche l’esortazione finale del primo ministro:
“Quando governano i progressisti, gli Stati non si inginocchiano davanti alle élite. Le rimettiamo al loro posto. E lo faremo: non perché sia facile — non lo è, senza dubbio — ma perché è nostro dovere. Altrimenti, perché siamo in politica? E, tra l’altro, se non lo facciamo noi, chi lo farà?”
Già, chi lo farà?
Chi ci salverà, se non lo faranno questi eroi “angosciati personalmente per il futuro dell’umanità”?
Madrid: chiavi d’oro e rosari
Nel frattempo a Madrid, nella Plaza del Sol, 11.000 venezuelani – scappati da un regime progressista che ha “rimesso al loro posto” perlopiù i poveri e gli oppositori – stanno salutando con fragore l’arrivo di Maria Corina Machado.
Ingegnera industriale, vincitrice di un controverso Nobel per la pace, la Machado ha guidato la lotta contro la dittatura di Maduro e ora sta facendo pressione per ottenere libere elezioni, non soltanto una nuova dittatura più compiacente verso Trump.
Invitata dal sindaco madrileno, un conservatore che le ha donato anche le chiavi d’oro della città, la Machado arringa la piazza per mezz’ora, ricevendo di tanto in tanto dalle mani della folla dei rosari che indossa al collo uno sopra l’altro come una Madonna barocca.
“Alziamo la voce e prepariamo le valigie, perché stiamo tornando” grida alla fine.“Dio benedica il Venezuela, Dio benedica Madrid, Dio benedica ciascuno di voi! Come faremo? Come torneremo? Oh, lo faremo alla venezuelana! Come si risolleva un paese che non ha più nulla? Si fa alla venezuelana! Come si affronta chi ci ha rubato la casa? Si fa alla venezuelana! Come si vince la paura che non va via? Si fa alla venezuelana!”

Tra queste due manifestazioni dell’animo ispanico non poteva esserci distanza maggiore.
La piazza di Madrid e l’auditorium di Barcellona hanno ascoltato due potenti discorsi identitari, entrambi volti a spronare alla lotta politica.
Ma Sánchez e Machado vivono in due universi mentali separati.
La differenza tra i due discorsi non sta nella retorica, ma nella visione del mondo. E nel discorso di Sánchez, purtroppo, compaiono tutte le tare implicite nella visione del mondo della sinistra perbene globale, che la stanno disconnettendo dal modo di ragionare di intere fasce della popolazione e, di conseguenza, indebolendo sul mercato politico – con effetti tangibili più che altrove proprio in America Latina e nelle regioni spagnole.
Per averne la riprova, basti esaminare come la Machado abbia interpretato ciascuna delle tre parole d’ordine che Sánchez ha scelto come “strumenti per cambiare il corso della storia” (sempre umile, il ragazzo): l’unità, l’orgoglio e la fede nel progresso.
L’unità secondo Sánchez: “Noi™ contro loro™”
“Unità, unità, unità” ha sospirato Sánchez. “Per questo siamo qui: per celebrare e consolidare la nostra unità. Unità tra forze progressiste, tra paesi, tra generazioni”.
Un messaggio rincuorante, se non fosse per un dettaglio: il suo presupposto è uno scontro frontale con un campo nemico, “l’internazionale di ultradestra e le destre servili”, al quale Sánchez ha attribuito confini talmente estesi che nel campo dei buoni rimane poco o niente da unire.
Gli avversari “sanno che la loro ortodossia neoliberista, oltre ad essere inefficiente e crudele, è morta nel 2008 con la grande crisi finanziaria ed è stata superata dalle politiche progressiste.
Sanno che la loro visione dell’ordine internazionale sta venendo smantellata a causa dei dazi e delle guerre illegali.
Sanno che la loro resa al negazionismo climatico, alla xenofobia, al machismo dell’internazionale di ultradestra è stato il loro errore più grande, da cui sarà difficile uscire”.
Tradotto: chiunque avesse idee conservatrici in politica estera o liberali in economia si è lasciato ormai fagocitare da estremisti che pensano cose abominevoli su ambiente, immigrazione e rapporti tra i sessi. È, quindi, perduto. È uno dei “loro”.
Che cosa succede, poi, se qualcuno è machista anche se attento all’ambiente? Sta anche lui dentro “i loro”?
E chi è ostile all’immigrazione magari proprio perché si preoccupa per le donne, sta sempre dentro “i loro”?
Ma chi rimane, allora, dentro “i nostri”?
Quando Sánchez giura che “noi porteremo al mondo e a tutti i nostri paesi una nuova era di progresso: ricostruiremo ciò che loro hanno cercato di distruggere”, con quante persone si aspetta realisticamente di farlo?
L’unità secondo Machado: “Unire chi è rimasto e chi è partito”
“Per me, una delle sfide fondamentali per vincere questa battaglia era unire i venezuelani che erano stati costretti a lasciare il paese con quelli che erano rimasti” ha ricordato la Machado.
“Arrivò il giorno delle primarie. Quel giorno, contemporaneamente, la mamma a Tenerife, la sorella a Tucupita, il padre a Papelón e il figlio a Murcia uscirono tutti a votare.
Quel giorno, uscimmo tutti insieme per manifestare il nostro impegno per un Venezuela sovrano, giusto e luminoso, in cui accettiamo di essere chiamati in un solo modo: cittadini.
Non accettiamo di essere divisi, siamo cittadini.
Quel giorno fu la sconfitta spirituale di questa tirannia”.
Il tipo di battaglia politica della Machado non richiede l’invenzione di un’identità, perché il suo gruppo di riferimento esiste già: sono i venezuelani.
Lo sforzo della Machado, piuttosto, è raccogliere consenso intorno ad una precisa idea, alternativa a quella del regime, su cosa significhi essere venezuelani: “una terra impegnata per la libertà fin da quando siamo nazione”.
Nel linguaggio del marketing, lo chiameremmo “un rebranding”.
(Niente di diverso, peraltro, da quello che una volta la sinistra provava a fare con “la classe lavoratrice”…)
L’orgoglio secondo Sánchez: “Sì alla pace e no alla guerra”
“La vergogna sia per loro: per noi l’orgoglio!” ha detto Sánchez.
Già, ma l’orgoglio per che cosa?
“L’orgoglio, amici e amiche, di stare dalla parte giusta della storia (ma certo, come ho fatto a non pensarci).
Sì! Di difendere il diritto internazionale. Di difendere la pace e gridare mille volte: sì alla pace e no alla guerra.
Sì alla pace e no alla guerra!
Sì alla pace e no alla guerra!
Sì alla pace e no alla guerra!”
Parole simili di solito vengono pronunciate da Miss Italia, non da un capo di governo. E un motivo c’è: Miss Italia non ricopre una carica per cui rischia ogni giorno di smentirle con le proprie azioni.
Il governo Sánchez, tanto per dire, a marzo aveva finanziato la guerra di Putin staccandogli un ricco assegno da 355 milioni in cambio di un carico di GNL.
In generale, bisogna stare attenti a ciò in cui si ripone il proprio orgoglio. Chi si dice orgoglioso di essere “sindacalista” e “femminista”, forse dovrebbe prima dare un’occhiata ai dati sull’occupazione femminile, che in otto anni non ha fatto migliorare.
Prima di affermare che “la Spagna è figlia della migrazione”, forse dovrebbe ricontrollare se l’ultima non sia stata quella dei Visigoti.
Chi non può permettersi di essere coerente, insomma, forse dovrebbe almeno essere prudente.
L’orgoglio secondo Machado: “Nessuna generazione ha amato di più la libertà”
Al contrario, ciò che rende orgogliosa la piazza della Machado si presta a ben poche contraddizioni, perché è l’esperienza concreta vissuta dagli espatriati sulla loro pelle.
“Quale altra nazione, quale altro Venezuela in altre epoche avrebbe potuto compiere un’impresa come quella che abbiamo compiuto noi?
Noi, che oggi diamo valore alla famiglia, ai figli, ai fratelli, ai vicini come nessun’altra generazione prima?
Noi, che desideriamo di poter attraversare il paese, di poter vedere il nostro mare, la nostra foresta, poter uscire la sera per condividere con gli amici, mangiare delle hallacas, ballare la notte?
Non c’è un’altra generazione che apprezzi come noi il poter stare nel proprio paese. E non c’è un’altra generazione di venezuelani a cui siano state strappate la libertà, la dignità, la proprietà, e che quindi oggi abbia l’esperienza vissuta che la vita è concepibile solo quando si è liberi”.
Ai supporter della Machado, dunque, non serve “angosciarsi personalmente per il futuro dell’umanità”: soffrono già abbastanza per il proprio presente.
Non sono cavalieri erranti all’eterna ricerca di oppressi da salvare per confermare a sé stessi la propria rilevanza sociale: sono persone normali che desiderano cose normali e non riescono ad averle.
Questo spiega anche perché il carisma della Machado non venga appannato dalle sue mille contraddizioni (dal Nobel ceduto a Trump in giù).
Il suo successo non si misurerà da quanto sarà fedele a una qualche ortodossia ideologica, ma da quanti suoi concittadini torneranno a vedere il mare e la foresta, a mangiare le hallacas e a ballare la notte.
Il progresso secondo Sánchez: un sogno che si avvera
È difficile, in società anziane come quelle dell’Europa e delle Americhe, spacciare il progresso per qualcosa di attraente. Sánchez, va ascritto a suo onore, ci ha provato.
Dopo aver lodato la Spagna come un’officina delle meraviglie dove crescono insieme occupazione e salari, clima e competitività, i più vulnerabili e il ceto medio, mentre miliardari e speculatori vengono tenuti a freno (sempre che non siano della Gazprom), ha chiosato:
“Il progresso è una promessa. La promessa che ogni padre e ogni madre devono ai propri figli. La promessa che ogni persona di sinistra deve alla società. Non la promessa di resistere, ma di avanzare. Non la promessa di sognare, ma di lavorare senza sosta per rendere realtà i nostri sogni”.
È il classico schema rigido ereditato dall’Illuminismo: davanti ad ogni società si snoda un cammino già segnato, che procede dal peggio verso il meglio, lungo il quale si deve avanzare, prima pregustando in sogno e poi raggiungendo nella realtà le successive tappe.
Il progresso secondo Machado: una lotta spirituale
Anche la Machado ha descritto il popolo venezuelano come affamato di progresso, ma solo grazie all’umile apprendimento dagli altri paesi dove è stato esiliato.
“Oggi siamo persone che hanno avuto l’opportunità di vedere nel mondo cosa funziona e cosa no. Abbiamo sognato di portare nel nostro paese ogni cosa meravigliosa che vediamo funzionare altrove.
Per esempio, vi dico una cosa, riderete di me: sapete quando sono salita per la prima volta su un Uber? A dicembre di quest’anno” (comunque prima di molti italiani: ti invidiamo, Corina).
Anche lei ha usato la metafora del cammino, ma con un sapore ben diverso.
“Andiamo di pari passo con Dio, perché questa è una lotta spirituale. È una lotta spirituale tra il bene e il male, e faremo sì che prevalga il bene.
Vinceremo. Cacceremo il male dal nostro paese e costruiremo una nazione basata sul lavoro, l’onestà, lo sforzo, il merito, perché qui nessuno vuole privilegi, qui nessuno mi chiede che gli si regali nulla.
La gente vuole guadagnarsi tutto con il proprio lavoro, vivere con dignità. Sapere che ciò che è tuo è tuo e nessuno te lo può togliere. Sapere che siamo uguali davanti alla legge. E sapere che avremo un governo e delle autorità al servizio del cittadino, non che si servano di lui”.
Ciò che impressiona di questo discorso è che è totalmente a-temporale. Avrebbe potuto benissimo pronunciarlo Bolívar quando non esisteva neanche il treno a vapore.
Non inscatola l’umanità in tappe precostituite, né in ruoli precostituiti (oppressi, oppressori e così via). Dà una sua definizione del male e invita a contrastarlo.
Machado non è anti-progressista: è proprio a-progressista. Non mitizza né il futuro né il passato.
Sotto il suo linguaggio religioso un po’ melenso trasmette un messaggio chiaro: non è rispetto “alla storia” che bisogna prendere una parte giusta, ma rispetto al rapporto tra stato e cittadino, oggi come ieri e domani come oggi.
Il resto verrà da sé.








