“Con l’Ucraina ma senza soldati”: una linea che condanna l’Italia all’irrilevanza presente e futura
“Con l’Ucraina, ma niente soldati.” La formula con cui Giorgia Meloni ha ribadito in Parlamento che l’Italia “non intende inviare soldati in Ucraina” ha il pregio della chiarezza tattica ma tutti i difetti della confusione strategica: sembra una promessa di responsabilità, ma rischia di diventare un alibi di irrilevanza. Nelle comunicazioni in vista del Consiglio europeo del 18 dicembre, la premier ha rivendicato il sostegno a Kyiv e insieme ha chiuso la porta, per principio, alla sola opzione che – se il conflitto entra in una fase negoziale – può trasformare la solidarietà in deterrenza credibile.
È un’ambiguità che stona con la tradizione migliore della Seconda Repubblica: quella di un Paese che, con tutti i suoi limiti, ha imparato a pesare nel mondo soprattutto quando si è assunto la quota di rischio necessaria a sedere al tavolo degli adulti. Nel Kosovo del 1999 l’Italia entra in KFOR fin dal primo giorno dell’operazione; non perché Roma avesse improvvisamente scoperto il gusto dell’elmetto, ma perché la stabilità dei Balcani era stabilità europea, e l’Italia non poteva che essere in prima fila nella regione con cui confina a est.
Poi c’è l’Afghanistan, dove l’Italia partecipa sin dall’inizio della stagione post-11 settembre, in un quadro ONU/NATO che attraversa maggioranze diverse e governi di segno opposto. Si può discutere (e si deve) di obiettivi, costi e risultati; ma il punto politico è che la linea di fondo era chiara: se la comunità euro-atlantica prende un impegno, l’Italia non fa l’ospite a cena che mangia e poi si dilegua al momento del conto.
Perfino l’Iraq, con tutte le controversie che ancora porta con sé, segnala un tratto: quando il contesto internazionale si muove e gli alleati pretendono una risposta, Roma tende a cercare un modo – spesso imperfetto, talvolta discutibile, quasi sempre negoziato in Parlamento – per non restare a guardare. “Antica Babilonia” è autorizzata nel 2003 e si innesta in un ciclo lungo di missioni estere che, dalla fine della Guerra fredda in poi, hanno costruito l’identità internazionale dell’Italia più di molte dichiarazioni solenni.
La credibilità non si proclama, si garantisce
Perché tutto questo conta oggi? Perché l’idea di “stare con l’Ucraina” non è una posizione morale; è una scelta di sicurezza europea. E la sicurezza europea, in un continente che non è più protetto dalla geografia né dall’inerzia americana, si misura su una parola antica e poco fotogenica: credibilità. La credibilità non si proclama, si costruisce. E si costruisce anche con i soldati – non per “andare a fare la guerra”, ma per impedire che la guerra torni, o che riprenda appena firmato un cessate-il-fuoco.
E dunque, la formula di Meloni non è prudenza, è ambiguità. La premier si muove in un clima europeo dove l’ipotesi di una forza di sicurezza post-conflitto europea non è più un tabù, ma un dossier reale, sebbene pieno di divisioni e incognite. Già nel 2024, quando Macron rifiutò di escludere “boots on the ground”, la reazione degli alleati fu un misto di rigetto pubblico e di nervosismo privato: segno che l’argomento era più vicino alla realtà di quanto molti volessero ammettere.
Da allora, l’idea è maturata in forme diverse: missioni di addestramento più robuste, dispositivi di protezione in aree arretrate, forze di rassicurazione in caso di tregua, garanzie “alla Articolo 5” senza essere NATO in senso formale (quest’ultima, paradossalmente, proposta proprio dal governo italiano). Oggi, con Washington impegnata in una nuova fase negoziale e con l’Europa costretta a colmare i vuoti, il tema torna con forza: la discussione su una “Europe-led force” in Ucraina circola come uno degli strumenti possibili di garanzia.
A Berlino, pochi giorni fa, la trattativa stessa è stata descritta in termini che non consentono più ai governi di rifugiarsi nel lessico del “supporto” senza contenuto: garanzie di sicurezza sì, ma con un’architettura che potrebbe includere una forza europea sul terreno, a qualche distanza dal fronte, per rendere credibile una tregua e scoraggiare la prossima offensiva russa. E Mosca, come sempre, grida allo scandalo, offende i leader europei e rifiuta di parlare con l’Europa perché capisce quella delle truppe europee su suolo ucraino è l’unico vero ostacolo a una sua futura iniziativa ostile contro l’Ucraina (e non solo).
Il test della credibilità: se gli europei entrano, l’Italia non può restare fuori
È qui che la linea “niente soldati” mostra la sua fragilità: non perché domani mattina l’Italia debba spedire brigate a Kyiv – caricatura utile a qualche talk show infiltrato da filorussi – ma perché, se l’Europa dovrà garantire una tregua, la garanzia avrà una forma concreta. E quando quella forma sarà stata condivisa o quanto meno “digerita” dagli Stati Uniti (non necessariamente con entusiasmo), l’Italia difficilmente potrà chiamarsi fuori senza pagare un prezzo enorme in credibilità, influenza e sicurezza.
In altre parole: la scelta non sarà tra “soldati sì” e “soldati no” in astratto. Sarà tra partecipare a un dispositivo europeo che evita la ripetizione della guerra (e quindi protegge anche noi), oppure lasciare che lo costruiscano altri e poi scoprire che, all’ora decisiva, l’Italia è considerata un alleato accessorio, utile per le foto e irrilevante per le decisioni. È un esito che Cavour avrebbe definito, con il suo cinismo elegante, una sconfitta senza battaglia: stare nel concerto delle potenze solo quando suonano gli altri.
Qui entra la storia, e non come ornamento. L’Italia moderna nasce quando capisce che la sua sovranità non si difende da sola: si difende con alleanze, responsabilità, istituzioni. De Gasperi lo traduce nel dopoguerra in scelta occidentale e europea, non come atto di fede, ma come tecnologia di sicurezza per un Paese vulnerabile. Se c’è una linea rossa nella storia nazionale è l’idea che l’Italia non possa permettersi il lusso dell’equidistanza morale, né l’illusione dell’innocenza strategica.
La serietà occidentale non è un distintivo: è una catena di scelte coerenti. Dire oggi “mai soldati” significa ipotecare domani la capacità dell’Italia di contribuire a una garanzia europea che, se si materializzerà, non sarà una fantasia francese né un capriccio britannico: sarà la risposta inevitabile a una domanda semplice. Come impediamo che la Russia, domani, ripeta ciò che ha fatto ieri?
Se l’Italia vuole stare davvero “con l’Ucraina”, deve preparare l’opinione pubblica e il Parlamento a una verità adulta: la pace, in Europa, non è un desiderio. È un dispositivo. E i dispositivi funzionano quando sono credibili, condivisi e sostenuti anche da chi preferirebbe non pagarne il costo.

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