Come la guerra in Iran sta ridisegnando l’ordine mondiale (sull’asse Golfo-Ucraina)

Agnieszka Zabkowicz
01/04/2026
Frontiere

Dal 28 febbraio, quando Stati Uniti e Israele hanno colpito l’Iran con le operazioni coordinate “Epic Fury” e “Roaring Lion”, nessuno degli scenari previsti si è realizzato come atteso. Teheran ha risposto con una furia senza precedenti, prendendo di mira per la prima volta tutti e sei i paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo (GCC). Nel mezzo di questo sisma geopolitico, è l’Ucraina — più che l’Europa e la NATO — a emergere come un partner militare strategico del Golfo. Un nuovo ordine globale prende forma, tra coalizioni inattese e fragilità istituzionali sempre più evidenti.

Lo scenario da incubo si avvera

Il 28 febbraio 2026 cambierà i libri di storia. Nelle ore successive ai raid americano-israeliani contro le infrastrutture militari e nucleari iraniane — che secondo fonti di intelligence occidentale hanno eliminato la Guida Suprema Ayatollah Khamenei e decine di alti funzionari — l’Iran ha scatenato una risposta su scala mai vista: sciami di missili balistici, missili da crociera e droni Shahed-136 diretti simultaneamente verso Bahrein, Kuwait, Oman, Qatar, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti.

«Per la prima volta nella storia, tutti gli Stati del GCC sono stati presi di mira dallo stesso attore. Il loro scenario da incubo di lunga data si è avverato», ha dichiarato Sinem Cengiz, ricercatrice alla Qatar University e analista del Gulf International Forum, in un’intervista a Breaking Defense. Una valutazione condivisa dal Segretario Generale del GCC, Jassim Mohammed Al-Budaiwi, che ha definito gli attacchi iraniani non una semplice escalation, ma «un cambiamento, un punto di svolta nel rapporto tra Iran e GCC».

Nell’analisi del presidente dell’Euro-Gulf Information Centre (EGIC), Mitchell Belfer, questa dinamica affonda le radici in una logica strategica iraniana precisa ma distorta: Teheran colpisce i paesi del Golfo non perché questi siano belligeranti, bensì come strumento di pressione indiretta sugli Stati Uniti, nella vaga speranza che le capitali del CCG siano indotte a fare da intermediarie con Washington. Una logica che, secondo Belfer, rivela come l’Iran consideri questi paesi non come soggetti sovrani, ma come variabili di pressione nella sua partita con l’Occidente.

La diplomazia ucraina che ha sorpreso il mondo

In un contesto di paralisi europea e attendismo della NATO, è arrivata da Kyiv la risposta più concreta e politicamente significativa. Nella settimana dal 26 al 30 marzo, il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha compiuto un tour diplomatico nel Golfo che ha prodotto accordi di difesa con Arabia Saudita, Qatar ed Emirati Arabi Uniti — i primi di questo tipo tra l’Ucraina e i paesi del CCG. Dall’inizio del conflitto in Iran, Kiev ha già inviato oltre 200 specialisti anti-drone nella regione.

«Stiamo parlando di accordi che dureranno decenni», ha dichiarato Zelensky al termine delle trattative, sottolineando come le tecnologie di difesa aerea sviluppate dall’Ucraina sotto la pioggia di Shahed russi — gli stessi droni iraniani ora usati contro il Golfo — rappresentino un patrimonio di know-how operativo immediatamente trasferibile. L’accordo con l’Arabia Saudita, siglato a Gedda con il principe ereditario Mohammed bin Salman, getta secondo Kiev «le basi per futuri contratti, cooperazione tecnologica e investimenti, rafforzando al contempo il ruolo internazionale dell’Ucraina come partner nella sicurezza».

«È molto interessante che mentre l’Unione Europea, il Regno Unito e persino la NATO hanno rimandato e non hanno dimostrato un grande supporto pratico per i paesi del CCG — solo un supporto simbolico — l’Ucraina sia emersa, con un fine settimana di diplomazia da vetrina, come partner militare chiave per il GCC», ha osservato Mitchell Belfer, sottolineando il paradosso di un paese in guerra che riesce a proiettare capacità strategiche dove le istituzioni occidentali consolidate si sono fermate alle dichiarazioni. Il giudizio è tanto più tagliente alla luce del fatto che le difese antimissile del Golfo — Patriot e THAAD — stavano rapidamente esaurendo le loro scorte di intercettori nelle prime settimane di conflitto, mentre Roma valutava l’invio del sistema SAMP-T.

Una nuova armonia d’interessi contro Teheran

Quello che sta prendendo forma non è una semplice partnership bilaterale, ma un riallineamento strutturale degli equilibri regionali. «Con Qatar e Arabia Saudita che concludono importanti relazioni strategiche con l’Ucraina, sta emergendo una nuova armonia di interessi per cui l’Iran e i suoi numerosi broker internazionali dovranno fare i conti con il potere economico combinato e le capacità militari di una coalizione diversificata ma molto capace», ha dichiarato Belfer, presidente dell’EGIC, evidenziando come questo asse inedito — Golfo più Kyiv — abbia una coerenza strategica che va oltre la contingenza del conflitto in corso.

Secondo Belfer, la rapidità con cui i paesi del GCC — storicamente restii a schierarsi apertamente nelle dispute internazionali — hanno scelto di lavorare con l’Ucraina segnala un cambiamento profondo nella loro percezione della minaccia: il regime di Teheran non è più visto come un attore con cui gestire una rivalità controllata, ma come una minaccia esistenziale. Un cambio di paradigma che il presidente dell’EGIC collega direttamente all’azzardo iraniano di colpire indiscriminatamente tutti i paesi del Golfo in risposta alle operazioni di Israele e degli Stati Uniti.

La reazione del Golfo è rimasta — almeno fino ad ora — sul piano difensivo e diplomatico, evitando la ritorsione diretta sul territorio iraniano. Analisti del settore stimano che le probabilità di un controattacco diretto da parte di Arabia Saudita e Emirati restino inferiori al 30%, mentre cresce la probabilità di un cessate il fuoco parziale mediato da Riad nel breve periodo. Ma la firma degli accordi con Kyiv — combinata con la crescente pressione sulle infrastrutture energetiche iraniane — modifica sensibilmente il calcolo strategico di Teheran.

Quale ordine dopo il conflitto?

Ogni guerra, prima o poi, finisce. Ma la domanda che oggi preme con più urgenza non riguarda il quando, bensì il come — e soprattutto il dopo. Come osserva il presidente dell’Euro-Gulf Information Centre, «molto dipenderà da come verranno trattati gli aggressori e da quali saranno i termini della pace». Belfer non esime nessuno dalle proprie responsabilità: sia Israele che gli Stati Uniti dovranno rispondere del «vaso di Pandora» aperto con le loro operazioni, che hanno già causato centinaia di vittime civili in Iran. Ma, al tempo stesso, ricorda che l’Iran è «da decenni in guerra contro gli Stati Uniti e Israele» — una guerra combattuta per procura, attraverso milizie, attacchi informatici e pressione petrolifera — mentre i paesi del CCG in quel conflitto non erano parti. Colpirli, in questa luce, è stato una scelta che potrebbe rivelarsi il più grave errore strategico di Teheran.

Il conflitto del 2026 ha già prodotto effetti che trascendono la regione: la chiusura intermittente dello Stretto di Hormuz ha perturbato un quinto delle forniture globali di GNL, i mercati energetici mondiali restano sotto pressione e la credibilità dell’Occidente come garante di sicurezza è messa alla prova. Quel che è certo è che l’architettura di sicurezza del Golfo non tornerà a essere quella di prima. Un nuovo sistema di alleanze sta emergendo — più pragmatico, meno dipendente dalle strutture atlantiche, più aperto a partnership asimmetriche come quella con Kyiv. La domanda non è se l’ordine mondiale stia cambiando. È con quale velocità, e a quale costo.