La Colombia che si scopre bukelista: Abelardo de la Espriella vince il primo turno

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Guido Gargiulo
02/06/2026
Poteri

Abelardo de la Espriella, l’avvocato che ha trasformato la propria campagna in marketing personale al ritmo di reggaeton, ha vinto quasi a sorpresa il primo turno presidenziale colombiano contro tutti i pronostici. Adesso, il 21 giugno, lo aspetta Iván Cepeda al ballottaggio. Petro e il candidato della sinistra contestano i numeri. Sullo sfondo, l’ombra lunga di Bukele e di Trump.

Un tigre che ruggisce, morde e canta reggaeton


C’è un dettaglio che da solo racconta meglio di tante analisi politiche cosa stia accadendo in Colombia. Partiamo dalla musica, anzi dalla canzone ufficiale della campagna di Abelardo de la Espriella, lanciata lo scorso settembre e diventata virale nei mesi successivi. Si intitola El tigre de la patria e fa più o meno così: “Tigre que ruge y muerde, tigre que nada teme, tigre que deja huella, Abelardo de la Espriella” (tigre che ruggisce e morde, tigre che non teme niente, tigre che lascia il segno). Ritmo urbano con accenni africani, qualcosa di molto vicino a quel reggaeton che lo stesso candidato, in altre occasioni, aveva definito “chatarra de la música” (spazzatura musicale). Coerenza, evidentemente, non è la prima cosa che si chiede al Tigre.

E poi c’è il jingle parallelo, Póngale la raya al tigre (mettete le strisce alla tigre), tigri animate che ballano sullo schermo prima che il candidato entri in scena tra cortine di fumo, luci stroboscopiche e sei guardie del corpo. Si batte il petto, fa il saluto militare, canta l’inno nazionale a squarciagola.


La sorpresa del 31 maggio


Gran parte dei sondaggi davano per favorita la sinistra. La campagna di Iván Cepeda, candidato del Pacto Histórico ed erede politico designato del presidente uscente Gustavo Petro, vedeva persino possibile una vittoria al primo turno. Le ultime rilevazioni davano un testa a testa, con Cepeda leggermente avanti, e una coda di candidati uribisti — su tutti Paloma Valencia, considerata l’astro nascente della destra ortodossa — che avrebbe dovuto contendere il secondo posto.

Le urne hanno raccontato un’altra storia.
Abelardo de la Espriella ha ottenuto 10.361.499 voti, pari al 43,74 per cento. Iván Cepeda si è fermato a 9.683.549 voti, il 40,91 per cento. Paloma Valencia, la presunta favorita della destra tradizionale, è uscita di scena con un risultato vicino al sei per cento. La manada (il branco), come si è ribattezzata la base militante de El Tigre, ha rugito decisamente più forte di chiunque altro. E l’astensionismo è stato il più basso registrato in un primo turno presidenziale colombiano del secolo.

Davanti alla folla di Barranquilla, la sua roccaforte, De la Espriella ha pronunciato il discorso più aggressivo della sua campagna: “Vamos a defender la democracia por la razón o por la fuerza” (difenderemo la democrazia con la ragione o con la forza). E ancora, rivolgendosi ai dieci milioni che lo hanno votato e che lui chiama “los nunca” (quelli del mai): “Los que nunca hemos vivido de la teta del Estado” (quelli che non hanno mai vissuto della mammella dello Stato).

Chi è davvero El Tigre


Per capire come si arriva qui bisogna fare un passo indietro. Abelardo de la Espriella ha 47 anni, è di Montería, è un avvocato penalista che ha costruito una fortuna difendendo clienti scomodi: tra gli altri, l’imprenditore colombo-venezuelano Alex Saab — oggi detenuto negli Stati Uniti come presunto prestanome di Nicolás Maduro — e David Murcia Guzmán, protagonista della più grande truffa piramidale della storia colombiana. Non ha mai occupato una carica pubblica e di questo fa una bandiera. “Cada peso de esta campaña ha salido de mi propio patrimonio” (ogni peso di questa campagna è uscito dal mio patrimonio), ripete in ogni intervista, presentandosi come outsider totale che ha sfidato la clase política tradicional.

A questa biografia ha aggiunto una marca personale costruita con cura maniacale: De la Espriella Style, una linea che comprende il rum Defensor, il vino Fratellone, i cappelli Don Abelardo e una collezione di abiti maschili battezzata Siempre Avanti. Italianismi ovunque, dichiaratamente. Una specie di Berlusconi in salsa tropicale, con il copione politico di Bukele.

Tre anni fa si dichiarava ateo. Oggi chiude i comizi invocando Dio. Tre anni fa il reggaeton era spazzatura. Oggi è la sua colonna sonora. Tre anni fa era avvocato. Oggi è, forse il prossimo presidente della Colombia.

Il modello Bukele, parola per parola


La sostanza politica del progetto di De la Espriella si riassume in una formula: il modello Bukele applicato alla Colombia. Lo ha detto e ripetuto in ogni intervista, con un’esplicitazione che non lascia margini interpretativi. Promette di costruire dieci mega-carceri di massima sicurezza — la versione colombiana del CECOT salvadoregno — e di affrontare il narcotraffico “por la razón o por la fuerza”, dentro la cornice costituzionale ma con un uso aggressivo delle Forze Armate e del potere aereo. Vuole riattivare le fumigazioni e l’aspersione aerea contro le coltivazioni illecite, sospese da Petro, e ridefinire l’alleanza militare con gli Stati Uniti come asse strategico.

In una recente intervista alla CNN, De la Espriella ha definito quella che vive la Colombia una “pandemia de inseguridad” (pandemia di insicurezza). La differenza con Bukele è che El Salvador ha sei milioni di abitanti e una geografia compatta. La Colombia ne ha cinquanta, è grande il doppio della Francia, ha foreste impenetrabili e una rete di gruppi armati — dissidenze delle FARC, ELN, Clan del Golfo — che gestisce un’economia parallela da decine di miliardi. Replicare il modello salvadoregno qui non è un cambio di passo: è un esperimento di portata storica enorme.

L’altro punto di riferimento è apertamente Donald Trump. De la Espriella, dopo la vittoria, ha chiesto esplicitamente che “Estados Unidos y los partidos democráticos supervisen esta segunda vuelta electoral” (che gli Stati Uniti e i partiti democratici supervisionino questo secondo turno). Una richiesta che, da un candidato che ha appena vinto il primo turno, suona come un avvertimento al governo Petro più che come una garanzia di trasparenza.

Cepeda e Petro: la contestazione che divide


Perché — e qui la vicenda diventa esplosiva — il governo Petro non ha accettato i risultati. Già nella notte del 31 maggio, mentre il preconteo della Registraduría Nacional consolidava il vantaggio di De la Espriella, il presidente è intervenuto su X con un messaggio durissimo: “Como presidente no acepto los resultados del preconteo de la firma privada de los hermanos Bautista” (come presidente non accetto i risultati del preconteo della società privata dei fratelli Bautista).

Ha denunciato presunte irregolarità nel software elettorale, ha parlato di algoritmi modificati tre volte nell’ultima settimana e di 800.000 cédulas aggiunte all’ultimo momento. Nessuna prova depositata, ma un sospetto pubblico e formalizzato dalla più alta carica dello Stato.

Iván Cepeda è andato nella stessa direzione, con toni più cauti ma altrettanto inequivocabili. “Hoy obtuvimos 10 millones de votos mal contados en Colombia” (oggi abbiamo ottenuto 10 milioni di voti mal contati), ha dichiarato dal Salón Rojo dell’Hotel Tequendama di Bogotá, parlando di uno “desfase” (disallineamento) di 885.000 cédulas nel censo elettorale. “Estafador de estafadores” (truffatore di truffatori), ha apostrofato l’avversario, lanciando la sfida del balotaje.

La Federazione dei Dipartimenti colombiani ha replicato al presidente con una frase secca: “La democracia, señor Presidente: ¡Se respeta!” (la democrazia, signor Presidente, si rispetta). Una linea di tensione istituzionale che rischia di pesare molto sulle prossime tre settimane.

Cosa aspettarsi dal 21 giugno


Il ballotaggio di domenica 21 giugno si presenta come una delle competizioni più polarizzate della storia recente latino-americana, e probabilmente la più carica simbolicamente. Da una parte una destra radicale dichiaratamente bukelista e trumpiana, decisa a ribaltare l’agenda di Paz Total di Petro e a militarizzare la risposta al narcotraffico. Dall’altra una sinistra che ha governato quattro anni con risultati controversi, ma capace ancora di mobilitare quasi dieci milioni di voti al primo turno.

Cepeda dovrà recuperare nel centro moderato e nelle classi medie urbane di Bogotá, dove ha tenuto bene ma non ha sfondato come sperava. De la Espriella dovrà evitare di alimentare ulteriormente la percezione di un autoritarismo in arrivo, e qui la sua promessa di “defender la democracia por la razón o por la fuerza” gli si potrebbe ritorcere contro.