Quando il collaborazionismo si nasconde dietro principi liberali

Gustavo Micheletti
13/02/2026
Frontiere

Il 3 febbraio 2026 il Comitato per la Giustizia della United States House of Representatives ha pubblicato un rapporto dal titolo The Foreign Censorship Threat, Part II, una relazione interinale redatta dallo staff repubblicano del comitato che accusa le istituzioni europee di aver condotto, nell’ultimo decennio, una campagna sistematica di pressione normativa sulle grandi piattaforme digitali, con effetti diretti anche sulla libertà di espressione negli Stati Uniti. Il documento è stato diffuso sotto la supervisione politica del presidente del comitato, Jim Jordan, esponente di punta del Partito Repubblicano e figura centrale dell’ala conservatrice della Camera.

Il contesto istituzionale e politico del rapporto

Jordan, deputato dell’Ohio dal 2007, è noto per il suo profilo combattivo e per la sua stretta alleanza con Donald Trump. In passato è stato tra i più energici oppositori delle indagini sul cosiddetto Russiagate e ha guidato varie iniziative parlamentari contro quelle che considera interferenze governative o restrizioni indebite alle libertà costituzionali. Proveniente dal Freedom Caucus, il gruppo più conservatore dei repubblicani alla Camera, Jordan ha costruito la propria identità politica sulla difesa del Primo Emendamento e su una visione fortemente scettica verso la regolazione internazionale delle piattaforme digitali. La sua guida del Comitato per la Giustizia ha orientato l’attività investigativa verso il rapporto tra governi, big tech e libertà di parola.

Profilo politico e linea ideologica della leadership

Il report sostiene che la Commissione Europea abbia esercitato negli anni una pressione crescente sulle grandi aziende tecnologiche affinché adottassero politiche di moderazione dei contenuti più restrittive, formalmente per contrastare la disinformazione e l’odio online. Il punto centrale dell’accusa è che strumenti normativi come il Digital Services Act, pur essendo giuridicamente validi solo entro i confini dell’Unione Europea, abbiano indotto piattaforme globali come Meta, Google, TikTok e X ad applicare standard uniformi su scala mondiale, per evitare sanzioni o conflitti regolatori. Secondo il Comitato, questa uniformazione avrebbe prodotto una restrizione indiretta della libertà di espressione anche per utenti americani, su temi che negli Stati Uniti rientrano nel perimetro della tutela costituzionale.

Effetti extraterritoriali della regolazione europea

Tra gli esempi citati vi sono contenuti relativi alla pandemia di COVID-19, al dibattito sull’immigrazione e a questioni legate all’identità di genere. Il rapporto afferma che, sotto la categoria della “disinformazione”, sarebbero stati talvolta rimossi o deindicizzati contenuti legali, generando un effetto di raffreddamento del dibattito pubblico. I documenti raccolti dal comitato, secondo la ricostruzione repubblicana, mostrerebbero interazioni frequenti tra regolatori europei e responsabili delle piattaforme, con richieste di interventi rapidi e adeguamenti strutturali delle policy interne.

Il documento non è firmato da un singolo parlamentare come autore, ma è presentato come interim staff report del Comitato per la Giustizia, riflettendo la posizione politica della maggioranza repubblicana che lo controlla. In questo senso, pur essendo formalmente un prodotto tecnico, il report si inserisce in una strategia politica più ampia che vede Jordan e i suoi alleati impegnati a contrastare quella che definiscono una convergenza tra regolazione europea e moderazione privata delle piattaforme, ritenuta potenzialmente incompatibile con la tradizione americana della libertà di parola.

L’articolo si colloca in un momento di tensione crescente tra Washington e Bruxelles sulle regole digitali. Per i repubblicani della Camera, l’effetto extraterritoriale delle norme europee rappresenta una nuova frontiera del conflitto normativo globale, in cui il rischio non sarebbe soltanto commerciale o tecnologico, ma costituzionale. La questione sollevata dal rapporto non riguarda soltanto la governance delle piattaforme, ma il nodo più profondo del rapporto tra sovranità giuridica, spazio digitale globale e tutela dei diritti fondamentali.

Regolazione digitale e conflitto tra sovranità

Ma cosa stabiliscono in sintesi le disposizioni europee? Con il Digital Services Act (DSA), per esempio, le grandi piattaforme (VLOPs) sono obbligate a valutare e mitigare i rischi sistemici, inclusa la disinformazione e l’incitamento all’odio, mentre il Code of Conduct on Countering Illegal Hate Speech Online stabilisce che i provider esaminino le segnalazioni di hate speech entro 24 ore.

Pur essendo fondato il timore che le definizioni di «odio» o «fake news» siano troppo ampie e possano quindi essere usate per bloccare opinioni dissenzienti, questo effetto può essere evitato formulando in modo più preciso e circostanziato tali espressioni. D’altra parte, non si può ignorare come una mancata regolamentazione comporti rischi maggiori, quali la diffusione sistematica di notizie false sui social media o la loro invasione da parte di troll, capaci di creare l’errata impressione che opinioni false e fuorvianti siano prevalenti, influenzando in modo rilevante le scelte politiche dei cittadini.

Regolare meglio, non meno

In sintesi, il dibattito non dovrebbe vertere sull’opportunità di regolare o meno, ma su come regolare. Con questa pubblicazione, tuttavia, il Comitato per la Giustizia non si limita a denunciare un fenomeno regolatorio, ma prepara il terreno per iniziative legislative volte a rafforzare la protezione della libertà di espressione negli Stati Uniti contro influenze normative straniere. Il report diventa così non solo un atto di accusa verso l’Unione Europea, ma anche un tassello della più ampia battaglia politica interna americana sul ruolo delle piattaforme, sulla regolazione dei contenuti e sull’interpretazione contemporanea del Primo Emendamento.

Implicazioni politiche interne negli Stati Uniti

Tutto questo potrebbe apparire come il normale prodotto dell’attività parlamentare, se non fosse che finisce per mettere in discussione, paradossalmente, il diritto ad avere opinioni diverse, in particolare su una regolamentazione che molti ritengono necessaria per piattaforme globali come Meta, Google, TikTok e X. Per evitare che ciò diventi il terreno fertile di una battaglia ideologica capace di ridurre gli spazi di libera espressione e di accrescere le tensioni tra Europa e Stati Uniti, la soluzione migliore sarebbe affrontare la questione in un organismo internazionale dedicato.

La necessità di una sede multilaterale

Oggi non esiste un simile organismo a livello mondiale, sebbene vi siano diverse sedi internazionali in cui questi temi vengono discussi e negoziati. La più importante è l’Organizzazione delle Nazioni Unite, in particolare attraverso l’Human Rights Council e l’Office of the United Nations High Commissioner for Human Rights. All’interno dell’ONU opera anche il Relatore Speciale sulla libertà di opinione ed espressione, che interviene su casi di censura, regolazione delle piattaforme e diritti digitali; tuttavia, le sue decisioni hanno soprattutto valore politico e morale, non legislativo vincolante.

Il ruolo delle istituzioni internazionali

Un altro foro centrale è l’Internet Governance Forum, anch’esso sotto l’egida ONU. L’IGF non produce norme vincolanti, ma riunisce governi, aziende tecnologiche, società civile e accademici per discutere di governance di Internet, libertà di espressione, sicurezza digitale e regolazione delle piattaforme. È una sede di confronto, non un’autorità regolatoria.

Sul piano economico e normativo, un ruolo rilevante è svolto dalla World Trade Organization, quando le regolazioni digitali hanno effetti su commercio e servizi transfrontalieri. In tali casi, la questione può diventare oggetto di controversia commerciale tra Stati.

Commercio globale e regole digitali

In ambito occidentale, l’azione del Council of Europe — distinto dall’Unione Europea — è particolarmente rilevante per l’adozione della European Convention on Human Rights, che tutela la libertà di espressione all’articolo 10. Le controversie possono giungere alla European Court of Human Rights, le cui sentenze sono vincolanti per gli Stati membri.

La tutela giurisdizionale dei diritti

Per quanto riguarda le telecomunicazioni e gli aspetti tecnici della rete, opera l’International Telecommunication Union, agenzia specializzata delle Nazioni Unite. L’ITU si occupa prevalentemente di standard tecnici e infrastrutture, più che di contenuti o libertà di parola.

Standard tecnici e limiti di competenza

Infine, esistono organismi non governativi di grande influenza, come l’OECD, che elabora linee guida su economia digitale e regolazione delle piattaforme, o iniziative multilaterali come il Summit for Democracy, promosso dagli Stati Uniti, dove i temi di disinformazione e libertà online sono stati centrali.

Attori informali della governance globale

Il punto cruciale resta che non esiste una Corte mondiale di Internet né un’autorità sovranazionale capace di armonizzare definitivamente la libertà di espressione digitale. La governance globale della rete è quindi frammentata tra diritto internazionale dei diritti umani, regolazione regionale, sovranità nazionale e autoregolazione privata.

Una governance frammentata

In questo contesto, i paesi democratici si trovano in una posizione svantaggiata rispetto alle autocrazie, che possono chiudersi alle influenze esterne, mentre le democrazie occidentali risultano permeabili a ingerenze straniere volte a influenzarne le scelte politiche o a destabilizzarne il quadro istituzionale.

Democrazie aperte e vulnerabilità strutturali

Alla luce di ciò, risultano sospettabili di collaborazionismo quei partiti che non hanno opposto resistenza alla guerra ibrida condotta da regimi autocratici attraverso le piattaforme social, strumenti centrali di una strategia volta a dividere e indebolire l’Europa e l’alleanza atlantica.

Guerra ibrida e responsabilità politiche

Il fatto che l’iniziativa provenga dal Comitato per la Giustizia della United States House of Representatives, dominato da membri trumpiani del Partito Repubblicano, a partire da Jim Jordan, sembra confermare l’esistenza di un disegno collaborazionista con la dittatura al potere a Mosca. Un disegno che, dietro la retorica della difesa del Primo Emendamento, finisce per favorire i nemici storici delle democrazie, promuovendo una deregulation su temi vitali in un contesto di guerra ibrida, con effetti potenzialmente decisivi sull’opinione pubblica occidentale e sugli equilibri geopolitici globali.