La coercizione russa e la trappola del disfattismo occidentale

Gianluca Eramo
28/05/2026
Frontiere


I massicci bombardamenti russi su Kyiv dei giorni scorsi – condotti con l’impiego di missili Oreshnik, Kinzhal e Iskander – non sposta di un millimetro gli equilibri strategici sul campo di battaglia. Non siamo di fronte a una svolta militare, ma a un’operazione di coercizione psicologica su scala continentale. Si tratta della più classica e spietata applicazione del controllo riflessivo propugnato dalla dottrina Gerasimov: costringere l’avversario a prendere decisioni autodistruttive convincendolo che siano l’unica via d’uscita. L’obiettivo dell’Oreshnik non è spezzare la linea del fronte ucraino: è incrinare la tenuta politica delle democrazie europee, alimentando con precisione chirurgica le paure delle opinioni pubbliche occidentali.


La Russia ha compreso da tempo che il centro di gravità della guerra non si trova più nel Donbass, ma nei parlamenti europei, nei cicli elettorali occidentali e nella crescente stanchezza delle società occidentali. Ogni missile ipersonico lanciato verso l’Ucraina contiene un messaggio diretto non tanto a Kyiv, quanto a Berlino, Roma, Parigi e Washington: “Il costo di sostenere l’Ucraina diventerà insostenibile. Arrendetevi ora, prima che sia troppo tardi”. È qui che si consuma il vero bluff strategico del Cremlino. Un bluff che trova sponda tattica in quegli attori politici occidentali – vere e proprie quinte colonne – pronti a barattare la sicurezza del continente in cambio di un effimero dividendo elettorale domestico.


Dietro la narrazione roboante dell’arma invincibile, Mosca nasconde infatti una debolezza strutturale sempre più evidente

L’esibizione muscolare serve a coprire un logoramento bellico ormai insostenibile e la debacle della macchina militare del Cremlino che continua a cannibalizzare il proprio capitale umano, sacrificando intere generazioni di coscritti e detenuti mobilitati in una guerra d’attrito che sta lentamente divorando la sostenibilità sociale della Federazione. Un impero costretto a elemosinare droni a Teheran e proiettili a Pyongyang per alimentare la propria artiglieria non è una superpotenza in ascesa, ma un sistema in agonia che sopravvive solo grazie a un parassitismo estrattivo e a un’economia di guerra che ne sta ipotecando il futuro.


L’Oreshnik, in questo quadro, non è il simbolo della forza russa, ma della sua fragilità politica

Il terrore balistico diventa l’unico strumento rimasto a Mosca per compensare l’incapacità di produrre una vittoria decisiva sul terreno. Serve a galvanizzare il fronte interno attraverso una teatralizzazione permanente della potenza tecnologica e, soprattutto, a rinviare il momento più pericoloso per Vladimir Putin: quello di una nuova mobilitazione di massa che potrebbe incrinare definitivamente il patto tra il Cremlino e la società russa. L’arma ipertecnologica funge da anestetico di Stato per una popolazione altrimenti costretta a fare i conti con la cruda matematica delle bare di zinco che tornano dal fronte ucraino.


La Russia, oggi, non combatte più per conquistare territori ma per congelare la volontà politica dell’Occidente. Per questo il vero bersaglio dell’Oreshnik non è militare, ma psicologico e politico. Il suo utilizzo è scientificamente calibrato per riattivare i riflessi pavloviani di una parte delle classi dirigenti occidentali: quelle che confondono la prudenza con la resa preventiva e il realismo con l’accettazione della sfera d’influenza russa. Queste leadership, terrorizzate dall’ombra dell’escalation, offrono a Putin l’alibi perfetto invocando finte paci che, nella pratica, significano solo il disarmo unilaterale della vittima.


Mosca osserva tutto questo con lucidità glaciale

Sa che il tempo gioca a suo favore non sul piano militare, ma su quello politico. Non deve vincere sul campo, le basta sopravvivere abbastanza a lungo da accelerare la decomposizione della coesione occidentale. Ogni volta che l’Occidente comunica esitazione, Mosca intensifica la pressione. Ogni dibattito infinito sulle linee rosse viene letto dal Cremlino non come prudenza diplomatica, ma come segnale di vulnerabilità psicologica. Ed è qui che emerge il paradosso più clamoroso del conflitto: l’auto-deterrenza euro-atlantica è diventata, di fatto, il miglior alleato tattico dello Stato Maggiore russo.




Mentre molte cancellerie europee si logorano in discussioni sull’escalation, l’Ucraina si sta trasformando nel vero laboratorio strategico della difesa europea. Kyiv non risponde al ricatto ipersonico arretrando, ma adattandosi. Assorbe l’urto e replica secondo una logica asimmetrica sempre più sofisticata: colpisce in profondità la logistica russa, decapita centri di controllo, erode le infrastrutture energetiche militari e infligge perdite crescenti ai reparti d’élite di Mosca, compresi gli uomini dell’Akhmat ceceno. Senza aspettare i tempi estenuanti dell’integrazione comunitaria, l’esercito ucraino è diventato lo scudo dell’Europa, fondendo la nostra frammentata tecnologia militare in un’unica, vitale rete di deterrenza attiva.


L’Ucraina sta dimostrando qualcosa che molte élite europee faticano ancora ad accettare: la Russia non è invincibile. È pericolosa, brutale, resiliente, ma non invincibile. La vera domanda strategica, allora, non riguarda la capacità militare di Kyiv, bensì la tenuta psicologica dell’Europa. Perché il punto centrale della guerra è ormai evidente: se l’Occidente accetta il ricatto dell’Oreshnik per paura dell’escalation, legittima il terrore come strumento diplomatico ordinario. Significa sancire che il possesso di capacità nucleari e ipersoniche attribuisce automaticamente il diritto di intimidire le democrazie confinanti fino alla loro neutralizzazione politica. Ed è precisamente questo il modello che il Cremlino vuole imporre al continente: un’Europa paralizzata, impaurita e progressivamente finlandizzata, incapace di esercitare sovranità strategica autonoma perché costantemente terrorizzata dalla minaccia dell’escalation. Accettare questo paradigma significa abdicare al ruolo di attore globale per ridursi a periferia passiva, eternamente ricattabile da chiunque possieda un arsenale balistico.


Per questo la sfida russa non è tecnologica, ma morale e politica

L’Europa può continuare a considerare il sostegno a Kyiv come un costo temporaneo da minimizzare, oppure può finalmente comprendere che l’Ucraina rappresenta oggi l’unico vero scudo del continente. Smascherare il bluff dell’Oreshnik significa allora respingere non solo la propaganda del Cremlino, ma anche il disfattismo interno che ne amplifica gli effetti. Perché la più grande vittoria strategica di Mosca non sarebbe conquistare Kyiv, ma convincere gli europei che difendere sé stessi sia ormai inutile. Se l’Occidente cede oggi alla narrazione della paura, decreta il fallimento strutturale del proprio ordine istituzionale e la fine dell’Europa.