Da dove nasce il (sempre più ingestibile) surplus commerciale della Cina

cina surplus commerciale
Alberto Graziani
17/01/2026
Interessi

Negli ultimi tempi il surplus commerciale della Cina ha attirato l’attenzione dei media, soprattutto quando ha superato la soglia simbolica dei mille miliardi di dollari.
Questa cifra, di per sé, non ha un significato economico particolare. Tuttavia ha avuto il merito di riportare al centro del dibattito un fatto cruciale: il surplus commerciale cinese è in crescita continua almeno dal 2020, e rappresenta oggi un fenomeno di portata eccezionale per l’economia mondiale.

Questo surplus è un record in valore assoluto, ma soprattutto è un record in relazione alla dimensione dell’economia mondiale: mai un paese aveva concentrato su di sé una quota così ampia di surplus globali.

Abilità o disperazione?


L’origine del fenomeno non è un “miracolo competitivo” o una presunta superiorità produttiva, bensì una scelta politica: il governo cinese sta rifiutando di modificare un modello di crescita che ormai sta diventando sempre meno sostenibile.

La Cina sta di fatto esportando i suoi risparmi in eccesso attraverso il suo enorme surplus commerciale. Sta usando la domanda dei consumatori nel resto del mondo come valvola di sfogo per mantenere occupati i lavoratori cinesi. Altrimenti, senza questo enorme surplus commerciale, l’economia cinese precipiterebbe in una profonda crisi a causa dell’insufficiente domanda interna.

Definizioni e misura del fenomeno

Un paese registra un surplus commerciale quando il valore delle esportazioni supera quello delle importazioni.
In contabilità nazionale, il concetto più ampio è il conto corrente, che include anche scambi di servizi, redditi da capitale e trasferimenti.
Il conto corrente misura la dimensione e la direzione dei prestiti internazionali. Nella pratica empirica, tuttavia, l’analisi può concentrarsi sulla bilancia commerciale dei beni, perché è più facilmente verificabile incrociando i dati di esportazione di un paese con le importazioni dei partner.

Nel caso della Cina, poi, le statistiche ufficiali sul conto corrente sono manipolate per ridimensionare artificialmente l’ampiezza del surplus. Dichiara, infatti, rendimenti insolitamente bassi sui propri investimenti esteri e spese turistiche all’estero insolitamente elevate, il che comprime l’ampiezza dell’avanzo delle partite correnti.

Il punto centrale è che la Cina sta registrando un surplus eccezionale non solo in valore assoluto, ma soprattutto in rapporto all’economia mondiale: data la dimensione dell’economia cinese, anche surplus “simili” a quelli osservati in passato per paesi come Germania o Giappone generano oggi effetti globali più ampi, perché si applicano a una scala molto maggiore.

Identità macroeconomiche: surplus, risparmio e investimento

L’eccedenza commerciale si collega direttamente a risparmio e investimento tramite l’identità: CA = S – I

dove CA è il saldo delle partite correnti (in approssimazione, saldo commerciale), S il risparmio nazionale e I l’investimento interno.

Se S > I, il paese esporta capitale netto: cioè registra un surplus estero.

Se S < I, il paese importa capitale netto: cioè registra un deficit estero.

Un eccesso persistente di risparmio rispetto alle opportunità di investimento interno si traduce in un surplus commerciale con l’estero crescente.
Quell’identità ci dice una cosa fondamentale: il flusso internazionale di fondi che finanzia l’accumulazione di capitale e il flusso internazionale di beni e servizi son due facce della stessa medaglia.

Cause strutturali dell’eccesso di risparmio

Un surplus estero di lungo periodo può riflettere forza competitiva, ma può anche essere sintomo di squilibri interni.
La Cina presenta consumi relativamente bassi rispetto al reddito e al livello di sviluppo, dunque un risparmio delle famiglie molto elevato, sostenuto da fattori come la debolezza della rete di protezione sociale (sanità, disoccupazione, pensioni) che genera un risparmio precauzionale; la transizione istituzionale dall’economia pianificata a quella di mercato con riduzione delle garanzie implicite; le dinamiche demografiche (invecchiamento e minore supporto familiare) che implicano maggiore propensione al risparmio; le disuguaglianze e il mercato immobiliare da cui originano accumulo patrimoniale e risparmio.

Sul lato dell’investimento, per decenni, la Cina ha assorbito gli elevati risparmi con investimenti molto alti; tuttavia, con la riduzione della popolazione in età lavorativa, il rallentamento della crescita della produttività e i rendimenti marginali decrescenti del capitale, è diventato più arduo investire in modo redditizio tutto il risparmio disponibile.

In questa cornice, una risposta “naturale” sarebbe spostare domanda dall’ investimento al consumo (rafforzando welfare e reddito disponibile). Se ciò non avviene, l’alternativa macroeconomica è un surplus estero: il paese esporta merci a cui corrisponde un deflusso netto di capitali, ovvero “esporta” risparmio.

Dai fondamentali macro alle decisioni micro: i canali di trasmissione.

Le identità macroeconomiche spiegano perché il surplus possa emergere, ma non come si traduca in scelte di imprese e consumatori. I principali canali sono:

1) Tasso di cambio (competitività-prezzi)

Uno yuan relativamente debole riduce i prezzi in valuta estera dei beni prodotti in Cina e rende relativamente più costosi i beni esteri sul mercato cinese.
Questo stimola le esportazioni cinesi e frena le importazioni.

Per confronti internazionali si usa spesso il tasso di cambio effettivo reale (media ponderata dei cambi bilaterali corretta per inflazione). Una lettura diffusa è che, rispetto al percorso compatibile con lo sviluppo economico (tendenza all’apprezzamento reale, chiamata in letteratura effetto Balassa–Samuelson), lo yuan risulti più debole del trend, fornendo un vantaggio competitivo permanente.

2) Controlli sui capitali e intervento pubblico

A differenza di valute pienamente fluttuanti, la Cina mantiene controlli sui movimenti di capitale. Questo permette alle autorità (direttamente o tramite intermediari pubblici) di influire sul cambio, anche attraverso acquisti di attività in valuta estera, offrendo valuta nazionale, che sostengono la domanda di valuta estera e quindi la debolezza dello yuan.

3) Politica industriale e allocazione del credito

La Cina utilizza strumenti di politica industriale che possono includere un credito agevolato, sostegni fiscali, indirizzo degli investimenti verso settori ritenuti strategici, spesso in comparti esportatori o in competizione con le importazioni. Questi strumenti amplificano la capacità di generare surplus attraverso aumento dell’offerta esportabile e sostituzione di importazioni.

Effetti sulle economie partner: aggiustamento settoriale e “shock commerciali”

L’impatto di un surplus cinese elevato non coincide automaticamente con una riduzione dell’occupazione totale nei paesi importatori: nel lungo periodo, un’economia può compensare occupazione manifatturiera più bassa con occupazione nei servizi. Tuttavia, gli effetti possono essere rilevanti per almeno tre ragioni.

1) Effetti distributivi e territoriali

Gli shock da importazioni tendono a essere concentrati per settori e aree geografiche. Un famosissimo paper di David Autor, David Dorn e Gordon Hanson pubblicato nel 2013 diagnosticava quello che gli autori chiamavano lo “shock cinese”, causato dalla rapida crescita delle esportazioni cinesi verso gli Stati Uniti prima della crisi finanziaria globale.

Stimarono che l’impennata delle esportazioni cinesi avesse eliminato circa 1,5 milioni di posti di lavoro nel settore manifatturiero statunitense. Con questo studio sul cosiddetto “China shock” mostrarono che le perdite di occupazione manifatturiera, pur gestibili a livello aggregato, possono essere molto severe localmente, con una caduta persistente dei redditi, una disoccupazione di lungo periodo, costi di mobilità e riqualificazione, deterioramento socio-economico di comunità specializzate.

2) Destabilizzazione politica

Gli effetti concentrati alimentano conflitti distributivi e pressioni politiche per misure difensive (dazi, quote, sussidi), rendendo l’aggiustamento “puro” da manuale (solo compensazione e welfare) spesso politicamente difficile.

3) Prezzi e tassi: benefici di breve periodo, costi strutturali di lungo periodo

Importazioni a basso costo possono ridurre l’inflazione e l’acquisto di titoli esteri può contribuire a tassi più bassi. Ma questi benefici possono convivere con costi strutturali: perdita di capacità produttiva in comparti specifici, dipendenze strategiche, vulnerabilità.

Sicurezza nazionale e dipendenze strategiche

In presenza di un surplus strutturale e di politiche industriali aggressive, può emergere una specializzazione internazionale in cui il resto del mondo diventa dipendente da un singolo paese per input critici (es. materiali essenziali per elettronica, difesa, transizione energetica).
Quando la produzione e soprattutto la raffinazione/trasformazione si concentrano, il paese dominante può acquisire potere di mercato e leva geopolitica (restrizioni all’export, condizionamenti).

Oltre alla sicurezza, si pone il tema della crescita: alcune industrie ad alta tecnologia generano esternalità di conoscenza, ecosistemi innovativi (fornitori, capitale umano specializzato, venture capital, ricerca), rendimenti dinamici (learning-by-doing).
Se un paese perde tali ecosistemi, il recupero può essere difficile e lento.

Inoltre, un dominio stabile può trasformarsi in potere di mercato: prezzi bassi in fase di conquista, poi capacità di estrarre rendite una volta ridotta la concorrenza. In prospettiva, la preoccupazione non è solo commerciale, ma riguarda la traiettoria tecnologica e produttiva dei paesi partner.

Opzioni di politica economica di fronte ai surplus strutturali della Cina

Le policies per rispondere agli ampi surplus commerciali della Cina possono essere organizzate in quattro grandi categorie, che non sono mutuamente esclusive e presentano vantaggi, limiti e rischi.

1) Aggiustamento interno in Cina (opzione ideale)

Dal punto di vista dell’economia mondiale, la soluzione più efficiente sarebbe un riequilibrio interno dell’economia cinese, fondato sul rafforzamento della rete di protezione sociale (sanità, disoccupazione, pensioni); aumento del reddito disponibile delle famiglie; riduzione del risparmio precauzionale; riallocazione della domanda da investimenti a consumi.

Questo aggiustamento ridurrebbe l’eccesso di risparmio, abbasserebbe quindi il surplus commerciale e aumenterebbe il benessere dei consumatori cinesi stessi. Per questo motivo è spesso indicato come soluzione first best da istituzioni internazionali e da gran parte della letteratura.

Limite principale: si tratta di una scelta politica interna alla Cina. Se il governo cinese rifiuta di attuarla, gli altri paesi non hanno strumenti diretti per imporla.

2) Coordinamento internazionale e pressione multilaterale

Un secondo livello di risposta consiste nel tentativo di disciplinare gli squilibri attraverso istituzioni multilaterali, come: monitoraggio dei conti esterni; consultazioni su squilibri macroeconomici persistenti; regole su sussidi e pratiche commerciali.

In teoria, il coordinamento multilaterale riduce il rischio di ritorsioni e guerre commerciali.

I suoi limiti sono la difficoltà di enforcement; gli incentivi alla manipolazione statistica; la lentezza dei processi decisionali; la crescente frammentazione geopolitica.

Di conseguenza, questa strategia ha mostrato risultati limitati nel contenere surplus di grandi dimensioni.

3) Strumenti difensivi mirati nei paesi importatori (seconda opzione migliore)

Quando l’aggiustamento interno e il coordinamento falliscono, i paesi importatori possono ricorrere a strumenti difensivi, che includono: dazi o quote mirate su settori specifici; misure anti-dumping e anti-sussidi; requisiti di contenuto locale; controlli sugli investimenti esteri in settori strategici.

Dal punto di vista teorico, queste misure sono second best: introducono distorsioni, ma possono essere giustificate se mirate a contenere shock rapidi e concentrati; prevenire la distruzione irreversibile di capacità produttiva; ridurre dipendenze critiche.

I rischi principali sono l’escalation protezionistica, la cattura da parte di gruppi di interesse, l’estensione impropria del concetto di “sicurezza nazionale”.

3) Politica industriale selettiva e crescita di lungo periodo

Un ultimo ambito di intervento riguarda la politica industriale orientata al futuro, con l’obiettivo di preservare o sviluppare capacità produttive in settori che generano forti esternalità tecnologiche, sono cruciali per sicurezza e autonomia strategica, hanno potenziale di crescita di lungo periodo.

Qui il problema non è solo difensivo, ma dinamico: evitare che surplus esterni permettano a un singolo paese di monopolizzare intere “ecologie tecnologiche”, rendendo molto costoso un eventuale recupero.

La difficoltà centrale, in sintesi, è identificare i settori giusti evitando sussidi permanenti a industrie mature o inefficaci.

In conclusione, riassumendo, dal punto di vista analitico, il surplus commerciale cinese, come quello di qualunque altro paese, è il risultato di uno squilibrio macroeconomico interno: un eccesso di risparmio interno sull’investimento interno.

La correzione dello squilibrio implica una risposta di politica economica su diversi fronti. A fronte di un surplus, per riequilibrare i conti con l’estero la Cina dovrebbe espandere la domanda interna con la politica monetaria e fiscale. Al tempo stesso, dovrebbe accettare una rivalutazione dello yuan.

Favorite dall’apprezzamento, le risorse si sposterebbero dai manufatti esportabili ai servizi, non esportabili.
Ma ciò avverrebbe stabilmente solo alla condizione di evitare che la domanda dei manufatti eccedente la diminuita offerta risollevi i prezzi relativi degli stessi manufatti, ristabilendo la situazione precedente.

Come da manuale il risultato finale dev’essere comunque una riduzione del risparmio rispetto all’investimento interno.