Ci servono partiti europei
L’Unione Europea, per diventare una vera federazione, deve iniziare ad adottare un sistema partitico transnazionale.
Se cerchiamo di dare una definizione al concetto di partito politico, possiamo dire che è composto da persone che condividono la stessa ideologia, gli stessi ideali e valori.
Queste si organizzano in un gruppo con un leader, un logo e un programma politico condiviso, che desiderano venga adottato. Per raggiungere questo obiettivo, alle elezioni propongono candidati che rappresentino tali ideali, cercando di convincere una parte del popolo a votarli. In questo modo potranno portare avanti il loro programma a livello istituzionale, in parlamento o al governo.
Ciò su cui si fonda un partito politico sono il suo leader, i militanti e i candidati, ma soprattutto gli ideali che li uniscono. Se questi sono condivisi dalla maggioranza della popolazione, quest’ultima si sentirà ascoltata e rappresentata dal partito e quindi lo voterà. Per avere successo, un partito deve avere ideali chiari e distinti rispetto agli altri, ma non così di nicchia da rappresentare solo una piccola parte della popolazione.
Un partito che voglia avere successo a livello nazionale e ambire a governare non può limitarsi al regionalismo o all’indipendentismo di piccole aree di un Paese. È quanto è successo, per esempio, alla Lega Nord in Italia: prima di diventare semplicemente Lega, nazionalizzando il proprio programma nel 2017, non otteneva abbastanza voti per ambire al governo, perché in tutto il Sud Italia raccoglieva meno dell’1% delle preferenze.
Un caso simile è quello degli indipendentisti catalani: quando presentano i loro candidati al Parlamento spagnolo, possono al massimo fungere da ago della bilancia in governi più favorevoli alla loro causa, senza ottenere risultati sufficienti per l’indipendenza, proprio perché non dispongono dei numeri necessari.
Se quindi i partiti che si occupano di una sola area di un Paese, alle elezioni nazionali, inevitabilmente falliscono oppure devono ampliare il proprio programma per includere i problemi dei cittadini di tutte le aree, dobbiamo porci una domanda: alle elezioni per il Parlamento europeo, perché eleggiamo ancora candidati collegati a partiti nazionali e non a partiti europei?
Noi italiani, quando votiamo per le elezioni del Parlamento europeo, riceviamo una scheda con un elenco di liste, formate da uno o più partiti politici italiani. Mettiamo una X sul logo del partito che ci rappresenta e possiamo indicare da uno a tre candidati affiliati a quel partito. Tuttavia, stiamo votando rappresentanti legati a partiti quasi tutti prettamente italiani, che si occupano del proprio elettorato nazionale e non europeo.
Una volta eletti al Parlamento europeo, però, questi rappresentanti non voteranno soltanto su questioni riguardanti l’Italia, ma anche su temi che interessano milioni di cittadini degli altri Paesi dell’Unione. Anche questi ultimi eleggeranno i propri rappresentanti, legati ai partiti del Paese d’origine. Di conseguenza, potranno portare avanti una linea politica legata al partito locale, senza una vera visione continentale, anche quando le decisioni da prendere lo richiederebbero.
D’altronde, che cosa ne possono sapere i dirigenti del PD, di Forza Italia o di Azione della gestione dell’industria automobilistica tedesca? E che cosa ne possono sapere i dirigenti dell’SPD, della CDU o dell’FDP della regolamentazione delle spiagge pubbliche in Italia?
Al Parlamento europeo, quando europarlamentari di nazioni diverse ma animati dagli stessi ideali devono prendere decisioni che riguardano l’intera Unione, si trovano spesso coinvolti in conflitti, nonostante condividano la stessa ideologia. Ciò avviene perché devono rappresentare un elettorato esclusivamente nazionale. Un liberale tedesco e uno portoghese, quindi, non sempre si alleano per portare avanti lo stesso programma, ma possono contrastarsi perché gli interessi dei partiti locali di riferimento non coincidono a causa di incomprensioni e rivalità nazionali.
Questo sistema è assurdo se l’obiettivo è creare una federazione europea: è come se negli Stati Uniti d’America, per ogni Stato, esistessero un partito democratico e uno repubblicano che svolgessero attività politica soltanto all’interno di quello Stato.
Questi partiti sarebbero diversi, indipendenti e talvolta in conflitto con le rispettive controparti degli Stati vicini, pur condividendo le stesse ideologie, e tenterebbero comunque di collaborare nello stesso governo federale.
Ciò porterebbe a 50 mini-partiti repubblicani e 50 mini-partiti democratici, per un totale di 100 partiti politici sostanzialmente identici ma divisi, che cercherebbero di governare la stessa nazione.
All’interno del Parlamento europeo si tenta di mitigare queste differenze riunendo gli europarlamentari legati a più di 200 partiti politici nazionali diversi in macrogruppi ideologici: Europe for Sovereign Nations, Patriots for Europe, ECR, EPP, Renew Europe, Greens, S&D e The Left.
Questi gruppi possono dare una direzione ideologica più unita agli europarlamentari, ma non sono ancora veri e propri partiti con cui essi si candidano nelle loro nazioni, perché sono ancora i partiti nazionali a decidere i candidati; sono piuttosto gruppi di coordinamento per votazioni comuni.
Un passo fondamentale per la creazione di una federazione europea è quindi quello di liberarci, quando si vota per il Parlamento europeo, da questa visione partitica nazionalistica. A livello europeo essa non raggiungerà mai i risultati prefissati, così come quella regionalistica non riesce a farlo nelle elezioni nazionali.
Occorre invece adottare un approccio partitico più universalista, che non risponda soltanto ai bisogni dei cittadini di sinistra, destra o centro di una sola nazione, ma che riesca a rappresentare i cittadini che si rispecchiano nella sinistra, nel centro e nella destra di tutti gli Stati dell’Unione.
In questo modo i liberali italiani, francesi, tedeschi, polacchi e così via, così come i socialisti e i conservatori, potranno sentirsi rappresentati anche da un europarlamentare eletto in un Paese diverso dal loro, ma affiliato a un partito che alle prossime elezioni potranno votare anche loro, perché a quel punto si tratterebbe di un partito transnazionale.
Ci sono già stati esperimenti di questo genere, come il partito politico Volt, fondato nel 2017 in Lussemburgo.
È un partito transnazionale affiliato al gruppo dei Verdi europei che si è presentato e si presenta tutt’oggi in diversi Paesi dell’Unione a tutti i livelli.
Volt si presenta con lo stesso programma, lo stesso leader e lo stesso logo, semplicemente con candidati diversi a seconda dell’elezione. Così un tedesco, un francese e un italiano, davanti alla scheda elettorale, avranno candidati diversi, ma affiliati allo stesso partito.
Ogni partito politico europeo a livello nazionale dovrebbe prendere esempio da Volt e fondersi con la propria controparte ideologica di un altro Stato membro dell’Unione, diventando così transnazionale. Questo processo dovrebbe proseguire fino a quando tutti i partiti di uno stesso schieramento politico non si siano uniti in un unico soggetto politico.
In questo modo si formerebbero partiti transnazionali di sinistra, centro e destra, che si candiderebbero con gli stessi programmi, gli stessi leader e gli stessi loghi in tutta l’Unione in occasione di ogni elezione, trasformando così i gruppi politici all’interno del Parlamento europeo in veri e propri partiti politici europei.
Non esisterebbero più Forza Italia in Italia, la CDU in Germania e Les Républicains in Francia, ma soltanto l’EPP, che, attraverso diverse correnti e diversi rappresentanti, potrebbe rappresentare l’intero elettorato di centrodestra in tutta l’Unione Europea; lo stesso varrebbe per i liberali, i socialisti, i verdi e così via.








