Chiude lo stretto di Hormuz. Cronaca di un arresto cardiaco globale

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Yuri Brioschi
03/03/2026
Interessi

Se il petrolio e il gas sono il sangue che scorre nelle vene dell’industria, del riscaldamento e dei trasporti globali, lo Stretto di Hormuz ne è la vena giugulare.
In soli 33 chilometri di ampiezza si concentra una parte consistente del destino economico del pianeta. La chiusura dello Stretto, dichiarata lo scorso 28 febbraio 2026, non è un incidente di percorso: è un atto di guerra economica che mette a nudo la fragilità dell’Occidente e, in particolare, dell’Europa.

Per un continente che ha appena faticosamente cercato una nuova identità energetica, Hormuz rappresenta oggi il “punto di rottura” definitivo.

Un passaggio obbligato

Le cifre che descrivono Hormuz non ammettono repliche. Non stiamo parlando di una rotta commerciale tra le tante, ma del cordone ombelicale dei giganti energetici mondiali. Attraverso questo braccio di mare transita ogni giorno circa il 25% dell’offerta globale di petrolio e il 20% del GNL (Gas Naturale Liquefatto).

La dipendenza dei produttori è quasi totale, una statistica che trasforma lo stretto in una prigione geografica:

  • Qatar: 100% delle esportazioni via mare di gas e greggio.
  • Kuwait: 100%.
  • Iran: 100%.
  • Iraq: 97%.
  • Arabia Saudita: 90%.
  • Emirati Arabi Uniti: 66%.

Le alternative sono, allo stato attuale, un miraggio logistico. Le infrastrutture terrestri che bypassano lo stretto (principalmente in Arabia Saudita ed Emirati) hanno una capacità combinata di circa 6 milioni di barili al giorno, meno di 1/3 rispetto ai 21 milioni che solitamente solcano le acque del Golfo.
Senza Hormuz, l’energia mondiale è letteralmente “chiusa in casa”.

Lo shock logistico: l’invisibile muro assicurativo

Se la chiusura fisica dello Stretto è la ferita visibile, il blocco dei mercati assicurativi ne è l’emorragia interna. Nel diritto marittimo, una nave non è soltanto un mezzo di trasporto, ma un’entità finanziaria complessa che può navigare solo se protetta da un reticolo di garanzie.

Con l’aggravarsi della crisi, i grandi sindacati assicurativi, guidati dai Lloyd’s di Londra, hanno ricalcolato i premi per il rischio di guerra con frequenza oraria. In soli tre giorni, i premi sono schizzati del 60%.
Molte compagnie di riassicurazione hanno invocato le clausole di Force Majeure, ritirando totalmente le coperture.

Senza assicurazione “H&M” (Hull and Machinery) e “P&I” (Protection and Indemnity), una petroliera è legalmente impossibilitata a navigare. Molte compagnie armatrici hanno già dato ordine alle proprie flotte di gettare l’ancora fuori dalle zone a rischio.
Il risultato? Anche il petrolio già caricato e pronto a partire è rimasto fermo.

Non è solo la geografia a bloccare i flussi petroliferi: è la burocrazia del rischio finanziario.

L’esplosione dei noli e l’effetto tenaglia

Il riflesso immediato di questo caos si è abbattuto sui noli marittimi, ovvero il costo del noleggio delle navi.
Nel giro di 72 ore, le tariffe per le rotte dal Golfo verso i porti del Mediterraneo sono triplicate.

Ad aggravare la situazione è quello che gli analisti definiscono “effetto tenaglia”. Con lo Stretto di Hormuz sigillato, l’attenzione si è spostata su Bab el-Mandeb, la porta del Mar Rosso. L’instabilità cronica di quest’area, però, impedisce che le poche navi cariche fuori dal Golfo possano risalire agevolmente verso il Canale di Suez.

L’unica alternativa è la circumnavigazione dell’Africa via Capo di Buona Speranza. Questa rotta aggiunge 15-20 giorni di navigazione, bruciando migliaia di tonnellate di carburante extra e riducendo drasticamente la disponibilità effettiva di navi sul mercato globale.

Questi costi non evaporano: si scaricano istantaneamente lungo la catena del valore, gonfiando i prezzi alla pompa e le bollette industriali dell’Eurozona, minacciando una nuova ondata inflattiva che la BCE non ha gli strumenti per contrastare senza soffocare la crescita.

L’azzardo di Teheran: un suicidio economico?

In questa partita a scacchi, l’Iran detiene il pezzo più pesante ma anche il più fragile. Come può Teheran permettersi di mantenere chiuso lo Stretto se il 100% del suo petrolio passa da lì?

La risposta risiede in una scommessa brutale: l’Iran punta sulla propria resilienza alla povertà (fortificata da anni di sanzioni) contro la fragilità dei mercati democratici occidentali. Tuttavia, è una scommessa a tempo.
Bloccando Hormuz, l’Iran sta strozzando anche la Cina, il suo principale acquirente e protettore politico.

Pechino, pur avendo accumulato scorte record (uno “schiaffo” preventivo all’Occidente dopo il caos venezuelano) e pur potendo contare su 200 milioni di barili di petrolio iraniano sanzionato che al momento galleggiano senza destinazione, non tollererà a lungo un blocco che mette a rischio la sua stabilità industriale.
L’Iran ha puntato una pistola alla tempia del mondo, ma il grilletto è collegato anche alla sua stessa economia.

Il miraggio russo e l’illusione del “ritorno all’antico”

Mentre i prezzi del gas TTF sul mercato di Amsterdam tornano a salire con prepotenza, riemerge in Europa la tentazione populista: “Torniamo a comprare da Mosca”.
È una narrazione tecnicamente e politicamente bugiarda.

In primo luogo, l’infrastruttura è compromessa o riorientata: la Russia ha già spostato il suo baricentro energetico verso Pechino e Nuova Delhi.
In secondo luogo, c’è la trappola del prezzo. Se anche l’Europa decidesse di rimuovere le sanzioni per disperazione, gli idrocarburi russi non verrebbero certo regalati.
Mosca venderebbe ai prezzi di mercato correnti, che sono drogati proprio dalla crisi di Hormuz.

Se oggi Cina e India possono approvvigionarsi di idrocarburi russi con sconti molto generosi, è proprio grazie alle sanzioni occidentali: rimuovendo queste ultime, anche lo sconto svanirebbe.
L’Europa, perciò, ricomincerebbe a finanziare il Cremlino senza ottenere alcun risparmio in bolletta, subendo un’estorsione economica mascherata da salvataggio.

La sovranità europea dovrà aspettare ancora

La crisi di Hormuz del 2026 segna la fine dell’illusione di una transizione energetica “indolore”. L’Europa ha scoperto che cambiare fornitore non significa cambiare destino se le rotte rimangono ostaggio dei colli di bottiglia geografici.

Se non saremo in grado di garantire la sicurezza delle nostre rotte o di accelerare verso una vera autonomia che non dipenda da “vene giugulari” straniere e fuori dal nostro controllo, rimarremo per sempre uno spettatore pagante in un mondo governato dalla forza e dalla geografia.