La brace della fede. La Chiesa russa tra obbedienza e coscienza
In Russia, il silenzio non è mai solo silenzio. Sotto la crosta dei discorsi ufficiali e delle liturgie patriottiche continua a covare una brace viva: la fede che non si arrende alla retorica della vittoria e non confonde il Vangelo con la geopolitica.
È una fede spesso anonima: sacerdoti sospesi, donne che pregano in cucina, giovani che rischiano sanzioni solo per aver detto “pace” ad alta voce. È la Russia sotterranea che resiste mentre l’apparato ecclesiastico, saldato al potere politico, parla con voce di tuono e benedice le armi.
Quella brace si è vista con una chiarezza quasi insopportabile nel giorno dei funerali di Aleksej Navalny. Migliaia di persone, fiori e candele, nessuno slogan: il silenzio come forma di libertà.
In mezzo a quella folla, un prete ha compiuto un gesto che sembrava impossibile: celebrare il funerale dell’uomo che il potere indicava come “traditore”.
Si chiamava padre Dmitrij Safronov.
Un mese dopo, il Patriarca Kirill lo punì: sospensione e “penitenza” per tre anni, con la formula burocratica di “violazione delle regole liturgiche”.
Ma la colpa reale era un’altra: aver restituito al cristianesimo russo un gesto di compassione in un tempo di propaganda. In parallelo, l’arciprete Aleksej Uminskij è stato rimosso e perseguito per essersi rifiutato di leggere la “preghiera per la Santa Rus’ e la vittoria”, diventata di fatto obbligatoria.
Dentro l’ortodossia russa convivono oggi due teologie inconciliabili.
La prima è quella ufficiale: parla di “Santa Rus’”, di “guerra sacra”, di missione storica; trasforma la liturgia in coreografia identitaria e il martirio in comunicazione.
La seconda è quella della Chiesa sommersa: non ha palchi, prega in case private, accende candele davanti a icone senza cornice, cita i profeti invece dei generali.
È la teologia della coscienza, della nonviolenza, della misericordia.
“Due Russie si affrontano dentro la stessa liturgia”: la frase non è retorica, è cronaca quotidiana.
Il culto del potere ha ormai anche i suoi riti pubblici, sempre più grandiosi.
La processione di settembre per Aleksandr Nevskij a San Pietroburgo (icone, tricolori, cosacchi, reggimenti, cori) è diventata manifesto di una religione patriottica; nel 2025, secondo le cronache, la Nevskij Prospekt è stata attraversata da una folla enorme, un’immagine pensata per dire: “Dio è con lo Stato”.
E mentre si costruisce una teologia dell’obbedienza, prendono forma anche simboli nuovi: a Puškin, vicino a San Pietroburgo, è stato approvato un tempio “in onore dei difensori della patria”, legato alla “operazione militare speciale”.
Ma qui sta il dettaglio decisivo: alcuni cittadini russi hanno protestato chiamandolo “tempio della guerra” e “bestemmia”.
Non è una diaspora che parla dall’estero: è la coscienza che riemerge dentro la Russia stessa.
In questo scenario, la dissidenza religiosa non è solo morale: è anche materiale, organizzata, concreta.
Nel marzo 2022, 294 sacerdoti firmarono una lettera pubblica contro la guerra (“Ogni popolo è fratello di un altro popolo. Non si può difendere la verità con la violenza”); da quella linea è nato anche il fondo “Mir vsèm” (“Pace a tutti”), che sostiene i chierici sospesi e le loro famiglie, e rende visibile la lista crescente dei “sacerdoti del silenzio”.
E la repressione non si ferma ai simboli: rapporti e monitoraggi mostrano come una parte del clero anti-guerra sia stata sconsacrata, perseguitata o costretta all’esilio, trovando in alcuni casi accoglienza in Europa (anche attraverso il Patriarcato ecumenico di Costantinopoli).
Dal 21 dicembre al 2 gennaio, però, è cambiato qualcosa nel “clima” generale, e non riguarda solo la Chiesa: riguarda l’aria stessa del Paese.
“L’aria si fa più pesante non solo nelle strade, ma anche nei cavi”: l’Internet russo, sempre più “sovrano”, viene limitato, interrotto, ridotto a corridoi autorizzati. Le chiamate su Telegram e WhatsApp erano già state “strozzate”; ora la minaccia è più esplicita, fino al blocco quasi totale.
In parallelo lo Stato spinge MAX come alternativa “nazionale”, e perfino la vita condominiale viene indirizzata: chat di palazzo, guasti, spese, solidarietà quotidiana, tutto spinto verso canali più tracciabili.
Questo quadro, a fine 2025, è diventato notizia anche fuori dalla Russia: Roskomnadzor sta attuando una chiusura completa di WhatsApp, e la stretta su piattaforme straniere (con blocchi e restrizioni, inclusi servizi di chiamata) è stata raccontata come parte di una strategia di controllo della comunicazione privata, mentre MAX viene promosso come sostituto interno.
E qui la “brace della fede” si lega a un punto che oggi è più vero di ieri: la clandestinità non è solo fisica, è digitale.
Nel tempio principale delle Forze Armate, alla periferia di Mosca, l’iconografia stessa diventa ideologia (mosaici, potere, spada, vittoria): è la forma monumentale della religione di Stato.
Ma fuori da quel tempio, nelle province e nelle carceri, nasce un’altra liturgia, quasi senza muri: “accendo una candela davanti allo schermo del telefono e prego per chi non può farlo più”.
La fede sotterranea non chiede permessi, e proprio per questo fa paura.
Il regime, in fondo, teme due cose: memoria e preghiera.
La memoria perché restituisce voce ai morti e dignità ai vivi; la preghiera perché spezza la paura, e un popolo che prega liberamente è un popolo che smette di obbedire in modo automatico. Una logica unica tenta di governare la società e la liturgia: non basta controllare ciò che si fa, bisogna controllare ciò che si ricorda e ciò che si nomina.
Eppure, proprio dove il potere prova a chiudere l’aria, la brace continua a respirare.
Si sposta di lato, inventa forme minime: cucine, cortili, biblioteche, piccoli gruppi che pregano per la pace, parole dette senza megafono e per questo più evangeliche. Nello stesso spazio digitale dove si restringe l’accesso, la dissidenza costruisce mappe di sopravvivenza: canali e progetti, guide e “stratagemmi” per non cadere nel recinto; e perfino i nomi delle fonti (Sirena, Govorit NeMoskva, Vërstka, Važnye istorii, ASTRA, Pepel’ Belgorod) diventano una geografia morale prima ancora che informativa.
La brace della fede non promette miracoli politici. Non basta a cambiare la storia, ma può salvarla dal cinismo.
E, mentre il cristianesimo ufficiale rischia di diventare bandiera, la Russia sommersa continua a ricordare che la parola più cristiana, oggi, è spesso la più semplice e la più pericolosa: No. No alla guerra, no alla menzogna, no al culto del potere. E proprio per questo, anche se tremante, la brace parla all’Europa: perché ci ricorda che la libertà non nasce dal clamore, ma dalla coscienza.









