La Chiesa e l’idolatria delle parole

Gustavo Micheletti
12/05/2026
Appunti di Viaggio

Vi sono epoche nelle quali le parole cessano di essere strumenti della verità e diventano oggetti di venerazione. Non designano più la realtà: la sostituiscono. Non illuminano i fatti: li coprono. È allora che nasce ciò che potremmo definire, con espressione forse non canonica ma profondamente aderente a una lunga tradizione spirituale cristiana, “idolatria delle parole”.


L’idolo, nella riflessione biblica, non è soltanto una statua di pietra o di metallo. È qualcosa costruito dall’uomo che l’uomo stesso finisce poi per adorare come assoluto. In questo senso anche una parola può diventare idolatrica: quando perde il proprio rapporto con la verità concreta dell’esperienza umana e viene trasformata in formula intoccabile, in slogan sacralizzato, in simulacro morale. La parola smette allora di rimandare alla realtà e pretende di prenderne il posto.


La tradizione cristiana ha sempre guardato con sospetto questo pericolo. Già il profeta Geremia denunciava coloro che ripetevano “Pace, pace”, mentre pace non c’era affatto. La formula sopravviveva alla verità; il linguaggio continuava a proclamare un ordine che la vita reale smentiva ogni giorno. È una delle più antiche critiche all’idolatria verbale: l’uso di parole giuste per coprire situazioni ingiuste.
Anche Agostino d’Ippona, nel De civitate Dei, ricordava che la pace autentica non coincide con la semplice assenza del conflitto, ma con la “tranquillitas ordinis”, cioè con un ordine giusto. Una pace ottenuta mediante il dominio assoluto, il terrore o la soppressione della libertà non è vera pace: è soltanto immobilizzazione della violenza. Talvolta persino la tirannide può apparire ordinata esteriormente. Ma l’ordine senza giustizia, per Agostino, degrada facilmente in una forma raffinata di violenza.


Più tardi Tommaso d’Aquino avrebbe insistito sul fatto che il bene della pace non può essere separato dal bene della giustizia. La pace non è un assoluto astratto davanti al quale ogni altro valore debba dissolversi. Se così fosse, qualunque oppressione stabile potrebbe essere chiamata pace. Anche il silenzio imposto ai vinti diverrebbe pace. Anche la paura permanente potrebbe essere scambiata per ordine.
Ed è precisamente qui che emerge una delle grandi contraddizioni morali del nostro tempo. In larga parte del discorso pubblico contemporaneo – e non di rado anche in quello ecclesiastico – la parola “pace” sembra talvolta ridursi alla semplice cessazione delle ostilità militari visibili.

Ma è davvero pace quella nella quale un popolo continua a vivere sotto occupazione, coercizione, controllo capillare, incarcerazioni arbitrarie, torture, sparizioni, terrore amministrativo e privazione delle libertà fondamentali? Può chiamarsi pace una situazione nella quale la guerra prosegue in forme più silenziose e meno spettacolari?


La guerra moderna non assume infatti soltanto il volto del bombardamento. Esiste anche una guerra sorda, burocratica, psicologica, poliziesca. Una guerra che non sempre produce immagini televisive immediate, ma che continua a consumare lentamente la dignità umana. Esistono territori nei quali le armi tacciono e tuttavia gli uomini vivono nella paura quotidiana, nella sorveglianza continua, nell’impossibilità di decidere realmente del proprio destino. In questi casi la cessazione delle operazioni militari non coincide necessariamente con la fine della violenza.


La stessa tradizione cristiana conosce bene questa ambiguità. Il Concilio Vaticano II, nella costituzione Gaudium et spes, afferma chiaramente che “la pace non è la semplice assenza della guerra” ma “opera della giustizia”. È una definizione decisiva, troppo spesso dimenticata. Perché se la pace viene separata dalla giustizia, allora essa rischia di diventare soltanto il nome nobile dato alla stabilizzazione dei rapporti di forza.


Naturalmente la Chiesa contemporanea insiste sul cessate il fuoco anche per ragioni comprensibili. Le guerre odierne possiedono una capacità distruttiva immensa; le popolazioni civili pagano prezzi spaventosi; l’escalation può condurre a catastrofi incontrollabili. Vi è dunque, nelle parole del Magistero recente, un autentico timore per la sopravvivenza stessa dell’umano. Sarebbe ingiusto ignorarlo. Ma possono essere considerate “Pace” situazioni in cui i civili vengono imprigionati, torturati, rieducati, costretti a cambiare visone del mondo e a combattere contro il proprio paese come avviene con la popolazione ucraina deportata in Russia? Può essere considerata “Pace” ogni situazione in cui gli oppositori politici subiscono la stessa sorte, in cui vengono – come sta accadendo a Gaza per opera degli stessi assassini che attuarono il 7/10 – presi a bastonate fino a rompergli le ossa, procurando loro sofferenze atroci e infermità permanenti, oppure in cui vengono sistematicamente lapidati, o impiccati, come si fa abitualmente in Iran? La pace è solo quella che si può instaurare tra due paesi belligeranti o è anche quella che impedisce l’uso sistematico della violenza omicida anche all’interno di uno stesso paese?


Eppure, le manifestazioni che sfilano dietro striscioni arcobaleno sembrano far riferimento solo al primo e più comune significato della parola “Pace”, e raramente fanno qualche cenno al secondo. Eppure, gli stessi due ultimi Pontefici romani fanno riferimento alla “Pace” quasi sempre nel primo senso e sembrano preferire una pace gradita anche agli invasori di un paese libero e ai massacratori e torturatori di un popolo a qualsiasi guerra, anche a quelle guerre che sono in realtà guerre di liberazione da un’oppressione pluridecennale o addirittura secolare e che ha comportato nel tempo un numero di morti e sofferenze maggiore della stessa guerra di liberazione.


E qui emerge il nodo filosofico e morale più profondo: se la parola “pace” viene assolutizzata fino a diventare indipendente dalla sorte concreta degli uomini, allora essa rischia di trasformarsi in un idolo linguistico. E gli idoli, nella prospettiva biblica, hanno sempre una caratteristica terribile: chiedono sacrifici umani. Nel nostro caso il sacrificio richiesto potrebbe essere quello della libertà, della dignità e perfino della verità storica concreta dei popoli oppressi.


Forse il problema della nostra epoca non è soltanto la menzogna. È qualcosa di ancora più sottile: la sacralizzazione di parole giuste svuotate del loro contenuto reale. Libertà, democrazia, diritti, pace: termini altissimi, che possono però diventare maschere ideologiche quando cessano di confrontarsi con la concretezza della sofferenza umana.


Ed è allora che la critica cristiana dell’idolatria ritrova tutta la sua forza originaria. Perché il vero Dio biblico non coincide mai con formule che possono essere utilizzate come dei mantra, o come slogan. Interroga continuamente le parole pronunciate dagli uomini. Le giudica. Le smaschera. E domanda senza tregua se dietro di esse vi sia davvero giustizia oppure soltanto il tentativo di dare un nome moralmente rassicurante alla perpetuazione di un dominio criminale.