Chi ha ucciso la politica? Il libro di Emanuele Cristelli tra declino democratico e invito all’impegno

Sofia Fornari
03/09/2025
Radici

Quando un libro porta un titolo forte, quasi brutale, come Chi ha ucciso la politica, inevitabilmente cattura l’attenzione. La domanda sembra quasi uscire da un’aula di tribunale o da un’indagine giudiziaria, e in effetti è proprio questo lo spirito che attraversa il volume di Emanuele Cristelli: raccontare il declino della politica italiana come fosse la scena di un crimine. Non una provocazione fine a se stessa, ma un tentativo di capire – con metodo, rigore e coinvolgimento personale – che cosa si sia rotto nel rapporto tra cittadini e istituzioni.

«La politica non è morta, perché è un bisogno umano e non può estinguersi», spiega l’autore. «Quello che è morto è un certo modo di viverla: i partiti di massa, le sezioni, la militanza quotidiana. Negli ultimi quindici anni mi sono reso conto che era necessario indagare questo declino come una scena del crimine, per capire chi e cosa avesse logorato la fiducia dei cittadini nella democrazia».

Al centro del libro – che ha una prefazione di Luigi Marattin – ci sono sette “equivoci cognitivi” che hanno accompagnato la crisi della rappresentanza. Tra questi, uno secondo Cristelli è particolarmente corrosivo: la diffidenza verso la rappresentanza di interessi. «Il plagio culturale sul tema del lobbying – dice Cristelli – è uno degli ostacoli più gravi. La politica non può essere preparata su tutto: il contributo tecnico delle lobby civiche, economiche e sociali è cruciale per disegnare politiche efficaci. Se non cambiamo prospettiva, continueremo ad avere solo misure spot, invece di riforme profonde e incisive».


La Costituzione brandita come feticcio

Il discorso si sposta inevitabilmente sulla Costituzione, che ha da poco superato i 75 anni. Per Cristelli resta «una bussola imprescindibile», ma troppo spesso ridotta a slogan. «Il problema non è la sua età, ma l’uso che se ne fa. Dovremmo riportarla nella vita quotidiana della democrazia: i suoi principi sono attualissimi, se solo avessimo il coraggio di tradurli in azione. Purtroppo viene agitata come un tabù: a ogni proposta di modifica si grida alla deriva autoritaria. Ma la Carta è carne viva e dovrebbe adattarsi ai tempi».

Un’analoga perdita di vitalità riguarda i partiti, che con la fine del finanziamento pubblico si sono trasformati in semplici macchine elettorali. «Fare politica è diventato un lusso per pochi», osserva l’autore. «Questo ha impoverito la politica di intelligenze ed energie. Non credo si possano ricreare i partiti del Novecento, ma si può recuperare il loro spirito: luoghi di formazione, di ascolto, di senso collettivo».

La riflessione dell’autore non è astratta, ma intrecciata con il proprio percorso personale. «Non sono un osservatore neutrale: ho vissuto la politica in prima persona, con entusiasmi e delusioni. L’uscita da Italia Viva è stata dolorosa ma necessaria. Da lì, e dalla nascita del Partito Liberaldemocratico, è maturata la convinzione che non si cambi nulla senza il coraggio di mettersi in gioco. Questo libro è figlio anche di quella biografia».

Le fratture della sfiducia

La frattura generazionale è evidente: i giovani non cercano appartenenze indefinite, ma battaglie precise, dalla giustizia climatica ai diritti civili. «Non cercano un impegno generalista, ma battaglie specifiche: ambiente, diritti, tecnologia. La politica attuale è respingente verso questo modello. Occorre costruire strumenti che rendano compatibile l’attivismo verticale con la visione orizzontale della democrazia. E serve coerenza: i giovani non chiedono slogan, chiedono serietà».

Cristelli individua anche tre cesure storiche che hanno scavato solchi profondi: Tangentopoli, che ha alimentato il populismo; la crisi del 2008, che ha mostrato l’impotenza della politica; e l’avvento dei social, che hanno illuso i cittadini di potersi rappresentare da soli. «Così la mediazione, cuore della democrazia, è stata percepita come inutile, quando invece oggi è più necessaria che mai».

Non è un caso che lo stile scelto per il libro eviti toni da pamphlet. «Urlare non serve più – afferma –. È stato proprio il grido costante a svuotare la politica di credibilità. Io ho scelto un linguaggio ragionato e aderente alla realtà, perché solo così si può ricostruire fiducia».

Un invito a rimettersi in gioco

Il messaggio finale non è un atto d’accusa né una diagnosi rassegnata, ma un invito: «Non possiamo fermarci alla diagnosi: servono mani, energie, fiducia. La democrazia, pur malata, resta lo strumento migliore per governare la complessità delle nostre vite. Ma senza partecipazione consapevole, il vuoto rischia di essere occupato da scorciatoie autoritarie. È un appello a rimettersi in gioco: ciascuno nel proprio pezzo di mondo, perché dall’idea culturale che abbiamo della politica dipende la qualità stessa della nostra democrazia».



La riflessione di Emanuele Cristelli si inserisce in un dibattito che non riguarda solo gli addetti ai lavori, ma chiunque abbia a cuore la qualità della vita democratica nel nostro Paese. Chi ha ucciso la politica è un libro che non si limita a denunciare, ma prova a indicare una strada, fatta di consapevolezza e partecipazione. Per questo consigliamo ai nostri lettori di leggerlo, discuterlo e metterlo a confronto con le proprie esperienze: perché la democrazia, come ricorda l’autore, non è mai un bene garantito una volta per tutte.