Charlie Kirk doveva vivere. Ma non è un martire della libertà
L’omicidio politico di Charlie Kirk è un sintomo drammatico dell’odio e della violenza che ormai pervadono non solo la società americana, ma sempre più anche quella europea.
Si tratta di un episodio che va condannato con la massima fermezza, senza esitazioni e senza attenuanti.
Trovo vergognose e barbare le parole di esultanza o di giustificazione che si sono lette sui social network, le quali rappresentano un’ulteriore manifestazione dello stesso odio che ha armato la mano dell’assassino.
Accettare, persino solo a livello teorico, che la violenza politica sia uno strumento ammissibile, chiunque ne sia il bersaglio, significa compiere un passo oltre il baratro per qualunque società democratica. È la negazione stessa della convivenza civile, il tradimento di ogni principio liberale e repubblicano.
Detto ciò, trovo al tempo stesso sorprendente e inquietante l’approvazione che alcuni presunti “liberali” hanno mostrato verso le idee politiche di Kirk, come se fossero degne di rispetto o addirittura di condivisione.
Questo atteggiamento è cosa ben diversa dal cordoglio umano per la sua morte o dalla condanna dell’omicidio. Non è in discussione il diritto alla vita e alla sicurezza di chiunque, ma ciò non può trasformarsi in una legittimazione postuma delle sue posizioni ideologiche.
Mi chiedo, con sincera perplessità, come una figura che sosteneva le teorie cospiratorie antiebraiche sulla cosiddetta “sostituzione etnica”, che giudicava un grave errore storico l’approvazione del Civil Rights Act (la legge che pose fine alla segregazione razziale negli Stati Uniti), che giustificava senza mezzi termini l’assalto al Campidoglio del 6 gennaio 2021 dove fu ucciso un agente di polizia, e che sosteneva con convinzione che le persone gay corrompessero i bambini, possa essere oggi considerata un punto di riferimento o, peggio ancora, un modello per la cultura liberale.
Si tratta di idee violente, discriminatorie e antidemocratiche, che nulla hanno a che vedere con i valori di libertà, uguaglianza e rispetto della persona.
Ogni omicidio politico, a prescindere dal colore politico della vittima o dell’aggressore, deve essere condannato con la più assoluta fermezza.
Tuttavia, non dobbiamo commettere l’errore di trasformare ogni vittima in un martire del pensiero liberal-democratico, soprattutto quando quella persona ha fatto della negazione dei principi democratici il cuore della propria battaglia politica.
Le idee di Kirk erano, in realtà, l’altra faccia della stessa medaglia dei fondamentalisti a lui ostili: implicavano anch’esse un rigetto sostanziale della democrazia e scommettevano anch’esse sull’odio e sulla divisione sociale come motore politico.
Per questo motivo dobbiamo esprimere la condanna più netta tanto all’omicidio politico in sé, quanto alla tentazione di riabilitare le idee di chi lo subisce solo perché è stato assassinato.
La difesa dei valori democratici non si realizza attribuendo dignità a ideologie che li hanno sistematicamente negati, ma affermando con forza che la violenza politica è sempre un fallimento e che la democrazia resta l’unico spazio in cui il conflitto di idee può trovare cittadinanza senza sfociare in spargimento di sangue.








