Cgil, due pesi e due misure: Gaza sì, Kyiv no

Vincenzo D'Arienzo
03/10/2025
Interessi

La Cgil ama definirsi voce dei lavoratori e coscienza civile del Paese. Ma quando si guarda alle sue prese di posizione sui grandi conflitti internazionali, emerge un evidente doppio standard che interroga la sua credibilità.

Davanti all’invasione russa dell’Ucraina, con le stragi di civili a Mariupol, Bucha, Izyum e i bombardamenti quotidiani su Kyiv, Odessa o Kherson, il sindacato di Maurizio Landini non ha mai proclamato mobilitazioni di rilievo. Nessuno sciopero simbolico, nessun corteo paragonabile per forza e visibilità a quelli che negli anni hanno accompagnato altre cause internazionali. Solo dichiarazioni generiche “per la pace” e qualche iniziativa di solidarietà, senza mai nominare con chiarezza la responsabilità di Mosca.

Ben diverso l’atteggiamento verso Gaza. Una mobilitazione forte, chiara, mediatica, che ha scosso il dibattito politico e suscitato reazioni indignate da parte del governo.

La sproporzione è evidente. Perché Gaza sì e Kyiv no? Perché scendere in piazza contro Israele ma non contro la Russia? La difesa dei civili ucraini massacrati nei loro villaggi non meritava la stessa attenzione delle vittime palestinesi?

La risposta più plausibile è politica. La Cgil ha ereditato dalla sinistra italiana una tradizione di simpatia per la causa palestinese, radicata nella memoria dei movimenti pacifisti e antimperialisti. L’Ucraina, al contrario, è un terreno più scomodo: schierarsi nettamente contro Mosca significherebbe infrangere l’equidistanza “pacifista” e riconoscere che la guerra non è frutto di astratte logiche belliche, ma dell’aggressione di un regime autoritario contro un popolo libero.

Ma il pacifismo selettivo non regge la prova dei fatti. Se la pace è un valore universale, deve valere sempre, non solo dove coincide con la propria tradizione ideologica. Il rischio è di apparire come un sindacato che alza la voce quando la causa è “simpatica” e tace quando è divisiva.

Questa incoerenza mina la credibilità stessa della Cgil. In un’Europa che ha visto nella difesa di Kyiv la difesa dell’ordine internazionale, il silenzio del principale sindacato italiano viene letto da molti come un favore implicito a Putin. Non basta proclamarsi “contro tutte le guerre”: serve avere il coraggio di dire chi le guerre le scatena, e chi le subisce.

La mobilitazione per Gaza ha raccolto consenso e solidarietà. Ma la domanda resta, ineludibile: che valore hanno quelle stesse bandiere della pace, se vengono issate solo a metà?