Ceuta e Melilla: il confine dove la storia europea non è mai finita
Prodotto dell’espansione coloniale o fondamenta della storia spagnola? Questo è il dilemma geopolitico che ruota attorno la questione di Ceuta e Melilla, ufficialmente due città autonome spagnole situate sulla costa nord del Marocco, salite alle cronache dopo i recenti avvenimenti, con più di cinquantamila marocchini che hanno oltrepassato illegalmente la frontiera con la Spagna.
Secondo la narrazione storica spagnola non ci sono dubbi sulla paternità geografica delle due città: Ceuta appartiene alla Corona dal 1668, dopo essere stata portoghese dal 1415, mentre Melilla fu conquistata dalla Corona di Castiglia nel 1497.
Il ricorso alla storia come fonte di legittimazione territoriale non è un fenomeno isolato. Anche nel dibattito contemporaneo altri conflitti hanno mostrato come il passato possa essere interpretato in modi diversi per sostenere rivendicazioni politiche. Basti pensare alla storica Rus’ di Kiev, tradizionalmente collocata nell’882 d.c. e conquistata dal principe Oleg, come punto di partenza documentato che riuniva diverse tribù slave orientali. Se la Rus’ di Kiev è considerata il primo Stato russo, da questa lettura storica deriva la rivendicazione di Mosca della propria eredità politica e spirituale. Gli storici hanno però da dissentire, nessuno dei tre Stati moderni (Russia, Ucraina e Bielorussia) può pretenderne l’esclusiva, perché partecipano insieme a un’eredità storica condivisa.
Ma qui non stiamo parlando della Russia, sebbene la situazione sia altrettanto scomoda, bensì della prospettiva marocchina nei confronti di un territorio che ha vissuto come invaso e sottomesso alla sovranità europea.
Per il Marocco, dopo il termine del Protettorato spagnolo nel 1956, era giunto il momento di vincere gli ultimi lasciti della memoria coloniale, superandone il modello e l’interpretazione occidentale.
La professoressa Angela Sagnella ricorda che le due città sono nate come “presidios”, insediamenti militari costruiti appositamente per controllare la costa nordafricana, e malgrado la funzione collettiva sia cambiata nel corso dei secoli, il significato strategico è rimasto invariato. Un significato che altera l’integrità territoriale del popolo marocchino, se le logiche di potere assumono un peso maggiore rispetto alla sovranità giuridica.
Ma come vivono oggi Ceuta e Melilla il proprio paradosso europeo mutato in un equilibrio multietnico?
Un aspetto rilevante è la capacità di ogni abitante di vivere le grandi festività religiose come patrimonio cittadino. Vige un rispetto reciproco tra cristiani e musulmani: durante l’Eid al-Fitr, la festa che conclude il Ramadan, i cristiani sono in prima linea a fare gli auguri ai vicini musulmani. I musulmani ricambiano durante il periodo di Natale visitando le varie luminarie natalizie e partecipano alle attività pubbliche della festa.
Antropologhi come Briones, Salguero e Tarrés precisano che non si tratta di semplice tolleranza religiosa di facciata (o durerebbe ben poco se l’empatia fosse mistificata), ma dell’esistenza di una vera e propria partecipazione simbolica reciproca: i gesti che cristiani e musulmani riservano alle loro rispettive diversità rappresentano soprattutto un gesto civico, ancor prima di parlare di religione.
Nonostante l’influenza europea i quartieri mantengono tutt’ora un’identità riconoscibile, gli studi di Frank Meyer ne ricordano infatti una città priva di uniformità; le persone attraversano quotidianamente aree prevalentemente musulmane o cristiane e talvolta ebraiche, tuttavia alcuni residenti evitano determinate zone, sintomo di una convivenza non sempre pienamente digerita ed elaborata.
Il segnale maggiore di una convivencia a cui fare riferimento nei tempi di dubbio ed esitazione sul piano pubblico si manifesta nella pratica dei matrimoni misti: politici e media locali esaltano le differenze religiose che non impediscono la vita comune. Ciò nonostante in ambito privato, come riportato dall’antropologa Ibtisam Sadegh dopo aver passato 14 mesi ad intervistare coppie musulmano-cristiane, le unioni miste suscitano diffidenza tra le famiglie perché simboleggiano il superamento di confini non solo religiosi, ma anche etnici e culturali che vogliono essere preservati.
Ceuta e Melilla sono inevitabilmente due luoghi dove affrontare direttamente il passato: da un lato esprimono un laboratorio di convivenza multiculturale, entrambe le città sono tra i pochi luoghi d’Europa dove avviene una stabile coesistenza tra quattro grandi comunità (cristiana, musulmana, ebraica, indù), simbolo di una Europa capace di integrare culture molto diverse, dall’altro ricordano ogni giorno agli europei come hanno trasformato un’identità indipendente in un riflesso ambivalente della cultura occidentale.
Questa esperienza geopolitica che supera i confini europei rende Ceuta e Melilla, anche a fronte degli ultimi avvenimenti, un banco di prova per i diritti fondamentali: è possibile proteggere i confini senza violare i diritti umani? Come conciliare sicurezza e diritto d’asilo?
È forse un modo per ripensare alla storia in termini di dialogo che crea spazio?
Oppure un metodo per nascondere la massima forma raggiunta dalla demagogia e dell’uso politico delle persone, in particolar modo dei migranti?








