Salvare sia l’ambiente che l’industria pesante: la missione impossibile del CBAM
Il 1° gennaio, senza grandi annunci, è entrato a regime il Carbon Border Adjustment Mechanism dell’Unione Europea.
Uno strumento che, nel bene e nel male, potrebbe avere un impatto sui commerci di acciaio, alluminio e cemento ancora più dirompente dei dazi di Donald Trump.
Che cos’è
Come dice il nome, si tratta di un adeguamento del prezzo di alcuni beni prodotti in paesi extracomunitari nel momento in cui varcheranno la frontiera dei paesi comunitari: il loro prezzo verrà alzato artificialmente per farli costare quanto sarebbero costati se fossero stati prodotti entro i confini dell’UE, dove gli obblighi ambientali sono molto più stringenti.
Quando l’acciaio indiano o il cemento cinese verranno venduti in Italia o in Germania, in poche parole, il CBAM dovrebbe annullare gran parte del vantaggio di averli prodotti in India o in Cina.
Da circa un decennio, infatti, gli industriali europei sono costretti a comprare dei “carbon credits” per “risarcire alla collettività” le cosiddette “esternalità negative” del loro uso di combustibili inquinanti, a partire dall’effetto serra.
Le loro merci, di conseguenza, costano sensibilmente di più al cliente che le acquista (ad esempio la Ansaldo che compra una tonnellata di acciaio) e lievemente di più al consumatore finale (ad esempio chi compra un treno fatto con quella tonnellata di acciaio).
Nulla di tutto ciò avviene quando si fabbrica lo stesso prodotto in Cina e in India, ma nemmeno in paesi storicamente industrializzati come Turchia, Giappone e Sud Corea.
Ebbene, a partire da quest’anno le aziende europee che proveranno a importare acciaio, cemento o altri prodotti da questi paesi dovranno comprare “certificati CBAM” più o meno dello stesso valore che avrebbero avuto i “carbon credits”.
A prima vista, dunque, è un provvedimento che riequilibra in favore dell’Europa una competizione contro il resto del mondo che per più di un decennio è stata truccata, mantenendo (o addirittura riportando) entro i confini europei le produzioni più inquinanti e ricavandone tre vantaggi: posti di lavoro, autosufficienza industriale e benefici per il pianeta.
Troppo bello per essere vero?
L’impatto ambientale
In effetti, gli aspetti controversi non mancano.
Cominciamo dall’impatto climatico. Misurarlo non è difficile: basta stimare quanto acciaio, alluminio e cemento verrà prodotto di nuovo in Europa invece che al di fuori (la forbice va dal 20% al 30%) e calcolare il delta tra le emissioni causate producendolo lì e quelle causate producendolo qui.
Il risultato? Uno scarso 0,1% delle attuali emissioni di gas serra mondiali.
Questo dato, sulle prime, potrebbe far storcere il naso a molti. Tanto rumore per nulla?
In realtà la faccenda è più complicata. Gli avvocati del clima confidano nel fatto che il CBAM acceleri l’evoluzione dei paesi extraeuropei verso sistemi di produzione meno impattanti che l’Europa sta già usando con successo, e non solo per la piccola quota di materiali che vendono a noi, ma in generale.
Al di là delle fantasie fricchettone su “acciaio verde” e “case in biomateriali”, infatti, le nostre aziende usano già tecnologie efficienti come i forni elettrici ad arco (44% della produzione di acciaio, con emissioni fino a 7 volte inferiori) o i cementifici a CSS ricavato dai rifiuti (52% della produzione di cemento, con emissioni inferiori di circa 1/3).
La Cina, l’India e le altre potenze industriali sono invece ancora dipendenti da tecnologie arretrate come il classico forno a carbone, e peraltro i loro impianti si stanno rapidamente deteriorando.
Gli ambientalisti a dodici stelle scommettono, quindi, che questi fornitori alternativi coglieranno la palla al balzo per rinnovare in toto i loro impianti adeguandoli al modello europeo, provocando così un calo delle emissioni molto superiore allo 0,1%.
È neo-colonialismo? Sì e no
Chi avverte in questo ragionamento un sapore neo-coloniale non sbaglia.
Nel momento in cui gli stati europei (e in generale occidentali) sono passati dall’essere predatori all’essere prede nella competizione economica globale, alzare il livello degli standard ambientali è stata una strategia deliberata per spuntare alcune armi dei loro avversari e riportare la lotta su un terreno vantaggioso.
I balletti delle “COP” e degli “accordi di Parigi” sono sempre falliti proprio per questo motivo.
Attenzione, però: il mondo di oggi non è più quello di trent’anni fa, e non c’è più una frattura netta tra l’Occidente progredito e “i paesi emergenti” o “in via di sviluppo”.
Quella del “Sud globale” è una favola per creduloni: attori come il Brasile, il Messico o la Turchia hanno già caratteristiche demografiche ed economiche tali da farli scivolare dalla nostra parte della barricata, pressati da nuovi produttori più giovani e aggressivi.
Anche la Cina, in teoria, sarebbe nella stessa situazione, se il suo regime non la costringesse a mantenere in piedi un settore industriale sproporzionato e incatenato all’export solo per proiettare potenza internazionale.
E dunque la reazione al CBAM è stata mista.
I paesi più affini ai nostri, come Regno Unito, Brasile, Turchia, Canada e Giappone, hanno avviato la riflessione su un sistema analogo ai nostri “carbon credits” che (tra gli altri effetti) permetterebbe loro di evitare i controlli del CBAM quando commerciano con noi.
Persinogli USA stanno facendo qualcosa in tal senso.
India e Cina, invece, hanno scelto la condanna frontale. Senza mezzi termini hanno dichiarato che il CBAM è un dazio e che infrange le regole dell’Organizzazione Mondiale del Commercio (alla quale nello scorso maggio aveva fatto ricorso, paradosso dei paradossi, la Russia di Putin).
Del resto, oggi una tonnellata d’acciaio prodotta in Europa costa tra i 700 e i 750 dollari, almeno 150 in più che in Cina e in India. Fino a 100 dollari di questo sovrapprezzo sono dovuti alla spesa per i “carbon credits” e verrebbero pareggiati dal CBAM.
Per Pechino e New Delhi il danno sarebbe concreto.
Ma siamo sicuri che, scegliendo la linea dura, le due capitali non stiano soltanto rimandando un appuntamento con la riconversione della loro immensa industria pesante che è comunque inevitabile?
L’impatto industriale
Più preoccupanti sono le proteste che stanno arrivando in questi giorni da alcune associazioni degli industriali.
I due anni di “periodo transitorio” (2023-2025), in cui le aziende europee importatrici dovevano semplicemente calcolare l’impatto ambientale delle merci che importavano, hanno mostrato che è un compito difficile e costoso: di fatto è l’ennesimo obbligo burocratico made in Bruxelles che risucchia tempo e soldi.
C’è inoltre un rischio che non va sottovalutato: che le fabbriche dove viene assemblato il prodotto finito (ad esempio un treno), piuttosto che importare acciaio a costi più alti e con tempi più lunghi, emigrino direttamente in India e in Cina, spostandovi l’intera catena del valore.
Si teme, insomma, che il CBAM, invece di frenare la desertificazione industriale dell’Europa come si propone, la acceleri ulteriormente. Per sigle come Federacciai e Federchimica il CBAM non è un contrappeso rispetto agli altri regolamenti ecologici europei, ma è solo l’ultimo chiodo nella bara.
Al di là di questa critica estrema, sull’impatto industriale del CBAM va fatta un’altra considerazione.
Il sistema industriale europeo in questo momento è in “overcapacity” su prodotti come l’acciaio: avrebbe fabbriche sufficienti per produrne almeno un 30% in più di quello che produce.
La bassa domanda, anzi, in modo un po’ controintuitivo, scoraggia le economie di scala e contribuisce a far aumentare il prezzo.
Simile è la situazione per l’alluminio, la cui produzione in Europa è crollata di 1/3 dal 2005 (quando comunque era già tre volte inferiore alle importazioni), e per il cemento, del quale persino le importazioni stanno diminuendo.
“Riportare in Europa la produzione”, se poi i prodotti non hanno uno sbocco, rischia quindi di rimanere una velleità o una pura manovra propagandistica.
Conclusione: non sbagliamo le prossime mosse
Il CBAM non è una panacea capace di garantire solo benefici senza nessun costo.
Nessun atto politico lo è.
Ma il CBAM non si può neanche liquidare come una fra le tante assurdità ecologiste della prima Commissione Von der Leyen (come il regolamento che imponeva di destinare a zone di “rigenerazione della natura” il 20% del territorio di ogni singolo paese senza distinzioni, o quello che bandiva entro il 2035 qualsiasi motore non elettrico al 100%). La sua efficacia, come sempre, dipenderà dal contesto e da altre decisioni che gli stati europei prenderanno nei prossimi anni. Il riarmo, ad esempio, potrebbe assorbire una parte consistente dei materiali colpiti dal CBAM.
Da questo punto di vista il regolamento è preoccupantemente ambiguo: alcuni beni destinati all’industria militare ne sono esentati, ma la definizione di quali siano non è abbastanza chiara.
Un calo consistente del prezzo dell’energia, per fare un altro esempio, potrebbe eliminare un’altra delle ragioni pluridecennali per cui l’industria europea è in sofferenza rispetto alle sue rivali, e rendere il CBAM più accettabile agli imprenditori.
L’unico errore da non commettere è innamorarsi di un sogno ideologico che porta a vedere solo le conseguenze del CBAM che si vogliono vedere, ignorando quelle più scomode.
E questo vale sia per i sogni ideologici verdi che per i sogni ideologici neri.








