Cavo Dragone riporta la deterrenza al centro dell’Occidente

Andrea Maniscalco
03/12/2025
Poteri

L’apertura della NATO a un approccio più deciso contro le minacce ibride russe non è una notizia come le altre. È un punto di svolta. È il segnale che l’Occidente sta finalmente comprendendo che, nell’era della guerra sotto soglia, la difesa non è più un esercizio accademico ma un fatto concreto, immediato, quasi quotidiano.

In un’intervista al Financial Times, l’Ammiraglio Cavo Dragone non ha escluso l’ipotesi di considerare azioni preventive come parte integrante della difesa. Non per attaccare, ma per impedire che il nemico colpisca per primo.
Un’idea che, fino a pochi anni fa, sarebbe stata liquidata come impensabile. Oggi, invece, è semplicemente realistica.

Le parole di Cavo Dragone sono state nette:
«Forse dovremmo agire in modo più aggressivo del nostro avversario. Le domande riguardano il quadro giuridico, la giurisdizione: chi lo farà?».
È un modo elegante per dire ciò che tutti sappiamo: la deterrenza vive nella credibilità, non nella prudenza.

Quando la deterrenza vacilla, la pace si sgretola

La pace non si mantiene da sola; non è un paravento morale, ma un risultato politico e militare.
È fragile, costosa, esigente. E soprattutto: non sopravvive mai all’ambiguità.

L’Europa ha sperimentato cosa significa quando la deterrenza non funziona: sabotaggi alle infrastrutture, cyberattacchi che paralizzano ospedali e reti energetiche, droni che sconfinano, operazioni clandestine ai limiti dell’atto ostile.
La Russia lo fa deliberatamente, proprio perché percepisce esitazione.

Questa è la realtà che l’ammiraglio Cavo Dragone ha messo sul tavolo: non basta più rispondere; bisogna prevenire.

La deterrenza non è mai stata un concetto astratto.
È un’equazione semplice: “Tu non mi attacchi perché sai che pagheresti un prezzo insostenibile.”
E quella frase — ripetuta mille volte nella storia — si riassume perfettamente nel vecchio motto che in Europa abbiamo avuto paura di pronunciare: Peace through superior firepower.

La pace si garantisce essendo più forti, più pronti, più determinati di chi vuole comprometterla.

Superior firepower non è aggressività: è responsabilità

Molti fingono di non capirlo.
Parlano di “provocazione”, come se difendersi fosse un atto ostile. È esattamente questa mentalità che Mosca sfrutta e .

“Superior firepower” non è voglia di guerra.
È la consapevolezza che la forza è l’unico linguaggio che gli attori revisionisti comprendono davvero.

Nessuno auspica un’escalation.
Ma l’alternativa a una deterrenza credibile non è la pace: è l’instabilità, la vulnerabilità, la tentazione per il nemico di colpire ancora. Il vero rischio non è essere troppo forti: è essere percepiti come deboli.

L’Occidente è stato troppo a lungo intrappolato nel mito dell’“escalation management”.
Mentre noi discutevamo di semantica, la Russia ha infilato un attacco dopo l’altro sotto la soglia dell’articolo 5.
La guerra ibrida è strategia proprio perché vive nella zona grigia delle nostre esitazioni.

Per questo discutere di attacchi preventivi — o, più precisamente, di neutralizzazione anticipata delle minacce ibride — non è una fuga in avanti.
È un atto di responsabilità verso i cittadini, verso le democrazie europee, verso le stesse ragioni filosofiche e politiche dell’Occidente.

Un’Europa che si difende è un’Europa che conta

Questo dibattito segna un passaggio culturale profondo: l’Europa non è più una periferia protetta dagli Stati Uniti; sta diventando finalmente adulta.
E un continente adulto non aspetta di essere colpito per decidere cosa fare.

La NATO che discute di proattività è una NATO che torna sé stessa: un’alleanza determinata, non un organismo burocratico e “cerebralmente morto”.
È un’Europa che inizia a comprendere che il suo ruolo globale dipende dalla capacità di imporsi, non di adattarsi.

Non è militarismo. Non è bellicismo. È lucidità.

Il punto della deterrenza non è colpire: è far capire che non sarà mai necessario farlo.
E questa verità, antica quanto la politica internazionale, oggi vale più che mai.

Il ritorno della deterrenza come pilastro dell’Occidente

Non sappiamo se la NATO arriverà davvero ad adottare una dottrina preventiva nel campo della guerra ibrida.
Ma il fatto stesso che se ne discuta apertamente è già un messaggio politico fortissimo.

Significa che l’Occidente ha smesso di temere la propria ombra. Significa che ha capito che la pace non si protegge con i comunicati stampa, ma con la fermezza.
Significa che sta riaffermando un principio che avevamo accantonato e che invece è il cuore della sicurezza euro-atlantica:

La pace appartiene a chi ha la forza di garantirla.

Ed è questo il vero senso delle parole di Cavo Dragone: una chiamata alla responsabilità strategica, un invito a ridefinire la nostra difesa, e un promemoria, semplice e potente, di ciò che ha permesso all’Occidente di prosperare negli ultimi settant’anni: Peace through superior firepower.