Perché Bruxelles sta tessendo una rete globale di partnership commerciali

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Vincenzo D'Arienzo
04/05/2026
Orizzonti

Durante il recente intervento al World Economic Forum di Davos, la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha delineato con chiarezza una delle direttrici principali della politica economica dell’Unione europea nei prossimi anni: ampliare e rafforzare la rete di accordi commerciali internazionali con partner affidabili.

Secondo von der Leyen, Bruxelles non intende fermarsi agli accordi già conclusi o in fase avanzata con Paesi come il Messico, la Svizzera, l’Indonesia e il blocco sudamericano del Mercosur.
L’obiettivo è proseguire nella costruzione di una rete commerciale sempre più ampia, che includa nuovi partner come le Filippine, la Thailandia, la Malesia, gli Emirati Arabi Uniti e un accordo di libero scambio completo con l’Australia.

Dietro questa strategia non c’è soltanto un’agenda commerciale. Si tratta, piuttosto, di una risposta politica alla crescente frammentazione dell’economia globale, alle tensioni geopolitiche e al progressivo indebolimento delle regole multilaterali che hanno governato il commercio internazionale negli ultimi decenni.

Gli accordi commerciali come strumento geopolitico


Nel contesto internazionale attuale, gli accordi di libero scambio non sono più soltanto strumenti economici. Sono diventati anche strumenti geopolitici.

Negli ultimi anni il sistema commerciale globale, storicamente regolato dall’Organizzazione mondiale del commercio (WTO), ha mostrato crescenti difficoltà. Le dispute commerciali tra grandi potenze, l’uso crescente di dazi e restrizioni tecnologiche e il ritorno di politiche industriali aggressive hanno messo sotto pressione il modello della globalizzazione aperta.

In questo quadro, l’Unione europea sta cercando di difendere un principio che ha costituito uno dei pilastri della sua prosperità economica: il commercio aperto e regolato.

Costruire una rete di accordi con Paesi economicamente dinamici e politicamente cooperativi significa garantire alle imprese europee accesso ai mercati, stabilità normativa e catene di approvvigionamento più sicure. Ma significa anche rafforzare un sistema internazionale basato su regole condivise.

In altre parole, Bruxelles tenta di costruire una sorta di “geografia commerciale della fiducia”, una rete di partner con cui condividere standard economici, ambientali e regolatori.

Il valore strategico del Sud-est asiatico


Tra i partner citati da von der Leyen, spiccano diversi Paesi del Sud-est asiatico: Filippine, Thailandia e Malesia.

Questa scelta non è casuale. L’area dell’ASEAN rappresenta oggi una delle regioni economicamente più dinamiche del pianeta, con una crescita sostenuta della classe media, una forte integrazione nelle catene globali di produzione e una crescente importanza strategica nelle rotte commerciali tra Europa e Indo-Pacifico.

Per l’Europa, rafforzare la cooperazione commerciale con questi Paesi significa diversificare le catene di approvvigionamento, ridurre la dipendenza da singoli fornitori globali a aumentare la presenza economica europea in una regione cruciale.

Non va dimenticato che il Sud-est asiatico è diventato uno dei principali teatri della competizione economica tra le grandi potenze. Per Bruxelles, sviluppare relazioni economiche solide con questi Paesi rappresenta anche un modo per affermare una presenza europea autonoma nello spazio indo-pacifico.

Il nodo dell’accordo con il Mercosur


Tra gli accordi citati dalla Commissione europea, quello con il Mercosur rimane probabilmente il più controverso.

Il trattato commerciale tra l’Unione europea e i Paesi del blocco sudamericano — in particolare Brasile, Argentina, Paraguay e Uruguay — è stato negoziato per oltre vent’anni e continua a incontrare resistenze politiche in diversi Stati membri europei.

Le critiche riguardano soprattutto tre aspetti: l’impatto sulla competitività dell’agricoltura europea, le preoccupazioni ambientali legate al presunto aumento della deforestazione amazzonica e il timore di un aumento delle importazioni agricole a basso costo.

La Commissione sostiene tuttavia che l’accordo includa clausole ambientali e meccanismi di monitoraggio in grado di garantire standard adeguati. Inoltre, dal punto di vista geopolitico, l’intesa rappresenterebbe un passo importante per rafforzare la presenza europea in America Latina, una regione dove negli ultimi anni l’influenza economica di altre potenze (soprattutto della Cina) è cresciuta significativamente.

Il caso australiano e la logica delle “democrazie economiche”


Un altro dossier centrale è quello dell’accordo commerciale con l’Australia.

Un’intesa di libero scambio UE-Australia avrebbe un valore simbolico e strategico significativo. Entrambe le economie condividono standard regolatori avanzati, istituzioni democratiche solide e un forte interesse per la stabilità delle rotte commerciali internazionali.

Nel linguaggio della politica economica contemporanea si parla sempre più spesso di “friend-shoring”: cioè la tendenza a concentrare scambi e catene produttive con Paesi considerati politicamente affidabili.

In questo senso, rafforzare i rapporti economici con partner come l’Australia o gli Emirati Arabi Uniti contribuisce a creare un sistema commerciale meno esposto alle tensioni geopolitiche.

Un equilibrio delicato tra apertura e protezione


La strategia europea degli accordi commerciali non è tuttavia priva di interrogativi.

All’interno dell’Unione europea esiste un dibattito sempre più intenso sul rapporto tra apertura commerciale e protezione delle industrie strategiche. In particolare, negli ultimi mesi si è molto parlato di una parziale liberalizzazione dei commerci con l’India e addirittura dell’appalto a personale qualificato indiano (specialmente ingegneri) di lavori intellettuali per conto delle aziende europee.

L’India, come è noto, ha ancora salari esigui rispetto a quelli europei, non si cura degli standard ambientali e ritiene molti diritti umani un optional.
Il rischio è che si ripeta per la seconda volta l’errore già commesso trent’anni fa con la Cina: vederla come un mercato di sbocco oggi (soprattutto per l’agonizzante industria automobilistica) invece che come un concorrente sleale dopodomani.

Bruxelles sta cercando di bilanciare due esigenze apparentemente opposte: mantenere aperti i mercati internazionali e rafforzare la resilienza economica europea. E anche se, sulla carta, gli accordi commerciali di nuova generazione includono sempre più spesso capitoli dedicati alla sostenibilità ambientale, alla tutela del lavoro e alla sicurezza delle catene produttive, non è detto che si riesca ad evitare che la competizione globale si traduca in un’ulteriore corsa al ribasso su ambiente e salari, che finora è stata la lenta condanna a morte dell’industria europea.

Una risposta europea al disordine globale


La strategia delineata da Ursula von der Leyen riflette, in ultima analisi, una consapevolezza crescente: il mondo sta entrando in una fase di maggiore instabilità economica e politica.

In questo contesto, l’Unione europea sembra voler rispondere non con il ripiegamento protezionistico, ma con una forma di apertura selettiva: costruire relazioni economiche profonde con partner disposti a condividere regole e standard.

Non si tratta di una scelta priva di rischi né di tensioni interne. Tuttavia, per un continente fortemente dipendente dal commercio internazionale, rafforzare una rete globale di accordi commerciali equilibrati e regolati appare come uno degli strumenti più realistici per difendere prosperità economica, stabilità politica e capacità di influenza.

In un sistema internazionale sempre più competitivo e imprevedibile, la costruzione di partnership economiche solide non è soltanto una politica commerciale. È, sempre più chiaramente, una scelta strategica sul ruolo che l’Europa intende giocare nel mondo.