Borghi posa il fiasco: ecco perché i dazi sul vino francese non avvantaggerebbero l’Italia
Caro senatore Borghi, posa il fiasco. Una guerra commerciale americana contro il vino francese non avvantaggerebbe l’Italia, anzi rischierebbe di danneggiarla non poco. Vediamo perché.
Il punto di partenza, oggi, è la minaccia politica di Donald Trump di imporre un dazio del 200% su vini e champagne francesi. È facile capire perché, in Italia, qualcuno (come il “nostro” amico no-euro leghista Claudio Borghi) abbia provato a leggerla come un’opportunità per cui esultare. Ma il punto centrale, se si vuole ragionare seriamente, è che quel vuoto non si trasferirebbe “per inerzia” verso il vino italiano. Verrebbe rimpiazzato in tanti modi diversi: da altri Paesi, da vino americano, e in parte anche da altri prodotti alcolici. E soprattutto, l’Italia non ha una capacità di crescita rapida sufficiente a inseguire un salto improvviso della domanda statunitense.
I numeri del mercato statunitense
Partiamo dai numeri essenziali. Nel 2024 gli Stati Uniti hanno importato vino dalla Francia per circa 2,506 miliardi di dollari e dall’Italia per circa 2,253 miliardi. La Francia è prima per valore, l’Italia subito dietro. C’è poi un dato decisivo: l’Italia tende a stare davanti alla Francia in volume, mentre la Francia resta davanti in valore.
Lo si vede bene, per esempio, nel primo trimestre 2025: Italia 93,1 milioni di litri, Francia 52,4 milioni, ma con la Francia nettamente prima per valore. Questa asimmetria dice due cose insieme. La prima è che il vino francese venduto negli USA è mediamente molto più “denso” di valore: nello stesso trimestre 2025, facendo un conto grezzo sui dati disponibili, la Francia sta intorno a ~14 €/litro, l’Italia intorno a ~6 €/litro.
Limiti strutturali dell’offerta italiana
La seconda è che, proprio perché l’Italia è già molto alta in volume, “rimpiazzare” una perdita francese in valore richiederebbe o un’enorme crescita di litri (improbabile in poco tempo) o un rapido spostamento del mix italiano verso fasce più premium (possibile, ma con forti colli di bottiglia).
Qui entra la parte agricola-industriale: il vino non si produce come un bene industriale. Anche quando il vigneto “ci sarebbe”, non è detto che sia utilizzabile per ciò che serve al mercato in quel momento: denominazioni, rese, disciplinari, tempi di affinamento e scorte (soprattutto per metodo classico e rossi da invecchiamento) limitano la possibilità di trasformare rapidamente il volume in valore.
E poi c’è un punto spesso sottovalutato: anche se la Francia sparisse dagli scaffali USA, quel consumo non verrebbe automaticamente “ricomprato” in forma di vino importato europeo. Il mercato americano del vino è in fase di contrazione: secondo Wine Institute, nel 2024 il consumo totale è sceso a 870 milioni di galloni (da 901 milioni nel 2023). Nello stesso tempo cresce la competizione di categorie alternative: i cocktail pre-preparati (cosiddetti RTD), per esempio, hanno aumentato la loro quota di consumazioni nel “total beverage alcohol” e continuano a guadagnare spazio. In altre parole: una parte della domanda, davanti a prezzi più alti e assortimenti più poveri, non sceglie “un altro vino”, sceglie “un altro prodotto” o semplicemente compra meno.

I canali di sostituzione
Se si mette insieme tutto questo, la sostituzione del vino francese negli USA avverrebbe almeno su tre canali contemporaneamente. Il primo è la sostituzione tra Paesi già forti nel mercato americano: oltre all’Italia, i dati 2024 mostrano che dopo Francia e Italia ci sono fornitori già posizionati come Nuova Zelanda, Spagna e Australia, che possono scalare più rapidamente perché hanno già relazioni commerciali e linee a scaffale. Il secondo è la sostituzione con vino domestico, soprattutto californiano, che nella logica dei distributori è spesso la soluzione più semplice quando una fornitura estera diventa instabile o troppo cara. Il terzo è la sostituzione “fuori categoria”, verso spirits e RTD, in un mercato dove il vino è già in discesa.
Stima degli effetti economici
In questo quadro, la forchetta degli effetti economici per l’Italia va letta con la chiave “Italia prima per litri, Francia prima per valore”. Se prendiamo come base il valore dell’import USA di vino francese nel 2024 (circa 2,5 miliardi di dollari) e immaginiamo che un dazio del 200% provochi un crollo molto ampio delle vendite francesi, il “buco” effettivo nel primo anno potrebbe stare grossolanamente nell’ordine di 1,5–2,0 miliardi di euro di valore spiazzato.
Quanto di quel valore può catturare l’Italia in un anno? Proprio perché l’Italia è già molto alta in volume e perché la Francia perderebbe soprattutto “valore premium”, una stima realistica per il primo anno è più bassa di quanto sembri a prima vista: circa 8–20% del valore spiazzato, non perché manchi l’interesse commerciale, ma perché entrano altri fornitori, una parte migra al domestico e una parte esce dal vino, mentre l’offerta italiana “giusta” non cresce in fretta. In termini di ricavi addizionali verso gli USA, questo significa un incremento lordo nell’ordine di +120/400 milioni di euro.
Effetti indiretti
Ma “lordo” non è “nuovo”. Una quota rilevante sarebbe vino dirottato da altri mercati (tipo dalla Cina o da altri mercati europei e asiatici), non produzione aggiuntiva: quindi l’incremento netto per la filiera italiana tende a scendere. Un intervallo prudente, nel primo anno, è +50/250 milioni di euro.
Infine c’è il rovescio della medaglia, che in uno shock così non va mai ignorato: se la Francia perde gli USA, spinge altrove, Europa inclusa, con pressioni promozionali e concorrenza di prezzo; e se si indeboliscono margini e flussi di cassa francesi, gli investimenti lungo la filiera (macchinari, servizi, componentistica) possono rallentare anche in Italia. Qui una forchetta ragionevole di impatto negativo indiretto per l’Italia, nel primo anno, resta dell’ordine di –150/-450 milioni di euro.
Mettendo insieme le due cose, la conclusione è molto meno “da tifo” di quanto sembri: l’effetto netto per l’Italia nel primo anno, incorporando il fatto che l’Italia è già leader in volume e che la Francia pesa soprattutto in valore, sta verosimilmente in una forchetta da circa –400 a +100 milioni di euro. Non è una cifra che autorizza entusiasmi: è uno scenario in cui si può guadagnare qualcosa, ma si può anche perdere molto, e comunque non si “rimpiazza” la Francia.
Un incendio nella casa affianco non scalda: brucia anche te
Ed è qui che torna la parte politica. In Italia, la tentazione di esultare si è vista: Claudio Borghi ha parlato di “festeggiare” e Guido Crosetto ha risposto che non è una partita tra Milan e Inter e che indebolire economicamente alleati e grandi partner industriali non conviene. Al di là delle simpatie, Crosetto ha un punto strutturale: in un mercato dove la domanda di vino è già sotto pressione e dove la sostituzione non premia automaticamente l’Italia, tifare per una guerra commerciale significa puntare su un incendio sperando di scaldarsi senza bruciarsi. È una scommessa che, per un Paese esportatore come l’Italia, di solito finisce male.








