Il bluff su Trump ha buttato l’Italia fuori dai giochi in Ucraina e nei Balcani

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Gianluca Eramo
17/06/2026
Frontiere

Per oltre quattro anni, le democrazie occidentali hanno tentato di esorcizzare la minaccia russa moltiplicando vertici e dichiarazioni di solidarietà, usando l’iperattività diplomatica come paravento per nascondere i propri veti incrociati.

Tuttavia, la Dichiarazione E3+Ucraina siglata a Londra il 7 giugno segna una discontinuità strutturale profonda. Non si tratta dell’ennesima professione di intenti, bensì del documento politico più sostanziale, vincolante e istituzionalmente maturo prodotto dall’Europa sin dall’inizio dell’invasione su vasta scala.

Mentre il dibattito pubblico si arena frequentemente sulla dicotomia tra escalation e appeasement, l’asse composto da Starmer, Macron, Merz e Volodymyr Zelenskyy ha formalizzato un vero e proprio quadro negoziale europeo autonomo.

Un’architettura che definisce i parametri della postura di sicurezza continentale nel medio periodo, indipendentemente dalle oscillazioni elettorali d’oltreatlantico, ma che al contempo certifica un dato strategico amaro per il nostro Paese: la marginalità e l’assenza dell’Italia dai tavoli che contano.

L’Italia si ritrova confinata in una trincea d’ostruzione e minoranza, intrappolata tra le proprie contraddizioni interne e un asimmetrico corteggiamento oltreatlantico.
Il testo di Londra diventa così lo specchio deformante che certifica la definitiva marginalizzazione strategica italiana.

Il valore strategico della Dichiarazione risiede nella transizione dalla vaghezza diplomatica alla precisione giuridica e militare.
Il documento, nato anche come risposta di deterrenza alle recenti e pericolose incursioni di droni russi nel territorio NATO e all’uso dei missili ipersonici Oreshnik, si articola su cinque condizioni concrete per una pace giusta e duratura.

La prima condizione richiede lo stop ai combattimenti, esigendo che Vladimir Putin accetti un cessate il fuoco immediato e completo come precondizione assoluta per l’avvio dei colloqui.

In secondo luogo, la dichiarazione stabilisce che l’attuale linea di contatto sul terreno debba costituire esclusivamente il punto di partenza per i negoziati, riaffermando con forza che i confini internazionali non possono essere modificati con la forza e che il diritto sovrano dell’Ucraina di scegliere i propri assetti di sicurezza e le proprie alleanze deve essere pienamente rispettato.

La terza condizione costituisce lo snodo politicamente e militarmente più audace, istituzionalizzando e dando seguito operativo ai passati impegni di Berlino del dicembre 2025 e di Parigi del gennaio 2026, prevedendo esplicitamente il dispiegamento sul terreno di una Forza Multinazionale di Interposizione una volta entrato in vigore il cessate il fuoco, garantendo così una barriera di deterrenza reale e vincolante.

Il quarto pilastro introduce un principio di condizionalità finanziaria ferreo: i beni russi rimarranno immobilizzati nelle giurisdizioni occidentali e non saranno sbloccati finché la Federazione Russa non cesserà la sua guerra di aggressione e non avrà integralmente compensato l’Ucraina per i danni materiali e infrastrutturali causati dal conflitto.
Gli asset russi vengono così blindati come collaterale permanente per i danni di guerra.

Infine, la quinta condizione introduce una clausola di salvaguardia degli interessi di sicurezza europei in qualsiasi accordo.
Gli elementi della trattativa che toccheranno, direttamente o indirettamente, l’Unione Europea o l’Alleanza Atlantica necessiteranno del consenso formale e unanime, rispettivamente, degli Stati membri e degli Alleati NATO, azzerando di fatto il rischio di accordi bilaterali separati o di strappi transatlantici unilaterali, e privando le singole cancellerie inclini al compromesso di ogni potere di ricatto o manovra solitaria.

La rilevanza del documento è stata implicitamente confermata dalla magnitudo della reazione avversaria.
Nel giro di 24 ore, il Ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov ha liquidato l’iniziativa con una formula lapidaria: “Decide il campo di battaglia”.
Nel prisma dottrinale del Cremlino, fortemente ancorato alla logica della forza bruta e del realismo offensivo, la diplomazia cartacea europea è priva di valore se non supportata da una simmetrica capacità cinetica.

Fissando queste cinque condizioni, l’Europa si è dotata di una propria dottrina negoziale coordinata in vista dei prossimi vertici cruciali: il G7 di Evian, il meeting della Coalition of the Willing e il summit NATO di Ankara.
L’obiettivo sistemico è transitare dalla gestione della crisi a una postura di contenimento strutturale di lungo periodo, accelerando il co-sviluppo con Kyiv di capacità anti-balistiche, intercettori e sistemi di attacco in profondità integrando l’expertise e l’industria della difesa ucraina.

Se la Dichiarazione di Londra rappresenta un punto di svolta per il direttorio europeo, per Roma rappresenta un risveglio traumatico.
L’esclusione di Roma da questo tavolo è il risultato inevitabile di una precisa e logorante tara politica: le cancellerie dell’avanguardia continentale considerano l’Italia il cavallo di Troia del trumpismo all’interno dell’Unione.
Un alleato strutturalmente inaffidabile, paralizzato da una maggioranza che oscilla e litiga continuamente al suo interno tra la Lega di Matteo Salvini, le aperte pulsioni putiniane dell’eurodeputato Roberto Vannacci e una premier perennemente divisa tra due necessità opposte: quella di rimanere disperatamente attaccata al carro di Donald Trump per garantirsi una sponda oltreoceano e quella di apparire rilevante e presentabile nei consessi europei.

I retroscena di questa schizofrenia tattica hanno mostrato i loro effetti plastici proprio nel teatro storicamente più sensibile per gli interessi nazionali italiani: i Balcani Occidentali.
Il braccio di ferro sotterraneo si è consumato la settimana scorsa a Sarajevo, durante le riunioni del Peace Implementation Council (PIC) per la nomina del nuovo Alto Rappresentante per la Bosnia-Erzegovina, culminato nella successiva, vistosa diserzione di Giorgia Meloni al summit UE-Balcani Occidentali di Tivat, in Montenegro.

Quest’assenza è stata frettolosamente derubricata a “ritardo logistico” da Palazzo Chigi, ma in realtà riflette l’isolamento italiano sulla linea di fermezza geostrategica richiesta dal Presidente del Consiglio Europeo António Costa e dall’Alta Rappresentante Kaja Kallas sul processo di allargamento.
Il tentativo opportunistico di Roma di accreditarsi come il pivot europeo della Casa Bianca ha prodotto l’effetto opposto, erodendo il capitale di fiducia di cui godeva presso l’avanguardia continentale.

Nel segreto delle cancellerie a Sarajevo, Roma ha tentato il colpaccio assecondando i desiderata della Casa Bianca e del Segretario di Stato Marco Rubio, promuovendo la candidatura del diplomatico italiano Antonio Zanardi Landi per la successione a Christian Schmidt.
La linea geopolitica sponsorizzata da Zanardi Landi – improntata a un drastico ridimensionamento dei poteri dell’Ufficio dell’Alta Rappresentante e a un progressivo disimpegno internazionale – mirava a compiacere l’agenda isolazionista dell’amministrazione Trump e, di riflesso, incontrava il favore delle spinte secessioniste serbo-bosniache di Milorad Dodik.

A fare muro contro questo asse Roma-Washington è stata la compattezza dell’E3, che ha blindato la candidatura del francese René Troccaz, un profilo fermamente atlantista sostenuto da Parigi, Berlino e Londra, che incarna la dottrina della fermezza istituzionale e la tutela del quadro multilaterale di Dayton contro le infiltrazioni di Mosca.

Davanti al muro contro muro, il Peace Implementation Council ha registrato una paralisi totale, rinviando la decisione formale a fine mese. La partita resta aperta, ma il rinvio fotografa un dato strutturale: un’Italia arroccata in una posizione di logorante minoranza, disposta a bloccare le nomine adriatiche pur di non cedere sul proprio asse preferenziale con Trump.

Mentre il Regno Unito, la Francia e la Germania di Friedrich Merz blindano l’architettura di sicurezza continentale e dettano le linee guida per i futuri assetti geopolitici dell’Europa orientale, l’Italia scompare dal nucleo decisionale.
Questo declassamento politico-diplomatico risponde a dinamiche strutturali precise.
In primo luogo, l’esclusione dal formato di Londra dimostra l’evaporazione dell’Italia dal Direttorio ristretto delle potenze occidentali. Nei momenti di massima tensione internazionale, i partner continentali considerano ormai l’Italia un sistema paralizzato dai propri veti incrociati.
In secondo luogo, la politica estera italiana sconta una costante timidezza tattica nell’autorizzare l’uso delle capacità di deep strike o l’ipotesi di invio di personale per una forza di interposizione. Questa prudenza si traduce inevitabilmente in irrilevanza.

Rimanendo fuori dall’E3, l’Italia rinuncia a plasmare le condizioni del futuro negoziato, pur dovendone subire le dirette conseguenze economiche e di sicurezza.

Il tentativo opportunistico di Palazzo Chigi di usare lo scacchiere balcanico e la crisi ucraina come fiche negoziale per accreditarsi presso la nuova amministrazione americana ha prodotto così un micidiale effetto boomerang.
Quando il dialogo diretto tra Kyiv e Mosca – evocato dallo stesso Zelenskyy nella sua lettera al Presidente della Federazione Russa del 4 giugno – prenderà forma, Roma rischia di trovarsi nella posizione di dover semplicemente ratificare un assetto geopolitico che non ha contribuito a creare.

Resta il grave rammarico che, in questo storico scatto in avanti della coscienza strategica continentale ed europea, l’Italia sia una semplice spettatrice che ha barattato la propria centralità in cambio di un’illusoria e subalterna sponda oltreoceano, finendo, ancora una volta, per incrementare la propria irrilevanza.