Il bluff di Erdoğan: la verità dietro il finto embargo e la sua retorica antisraeliana

Luca Prisciandara
24/04/2026
Frontiere

Prigionieri di un contesto politico polarizzato, siamo abituati a leggere le dinamiche interne ed esterne con una visione prettamente dualista: il bene e il male, il bianco e il nero, la verità e la menzogna. Ma nei rapporti tra gli Stati e nella geopolitica in generale bisogna focalizzarsi sulle sfumature, ossia su quello che avviene al netto dei comizi elettorali e delle comparse sulle televisioni nazionali; dinamiche complesse da analizzare e spesso incoerenti con le versioni propagandate ai cittadini.

Le relazioni politiche tra Israele e Turchia sono l’emblema di questa complessità. Due paesi all’apparenza opposti, che si contendono l’egemonia regionale nella Mezzaluna Fertile, con una visione politica fortemente condizionata dalle rispettive religioni maggioritarie: l’Ebraismo e l’Islam. Tuttavia, questa impasse politico-ideologica potrebbe essere superata da un concetto cardine del realismo politico che accomuna entrambi gli Stati: “la questione della sopravvivenza”, ossia la necessità, in un’arena internazionale anarchica, di provvedere con tutti i mezzi possibili alla sopravvivenza stessa dello Stato, anche nel rapportarsi con un Paese che si condanna e disprezza pubblicamente.

In quest’articolo cercheremo di comprendere i rapporti economici tra Ankara e Tel Aviv, al netto delle dichiarazioni pubbliche del Presidente della Repubblica turca Recep Tayyip Erdoğan, apertamente anti-sioniste e anti-israeliane.

Breve storia delle relazioni tra Israele e Turchia

Non può esserci un rapporto tra due Stati sovrani senza il riconoscimento reciproco e l’instaurazione di relazioni diplomatiche tramite canali ufficiali. La Repubblica turca fu il primo Paese a maggioranza musulmana a riconoscere de jure lo Stato di Israele nel marzo del 1949, circa dieci mesi dopo la “dichiarazione dell’istituzione dello Stato ebraico”.

Al fine di preservare i rapporti con gli altri Paesi Arabi del Medio Oriente, Ankara si mosse con cautela, ratificando i primi accordi commerciali (del valore di $840.000) con Tel Aviv nel luglio del 1950.

Il primo raffreddamento delle relazioni bilaterali avvenne nel 1956 con la Crisi di Suez. Israele si unì a Regno Unito e Francia nell’attacco all’Egitto di Nasser, costringendo Ankara, in un’ottica di tutela dei rapporti con i vicini arabi, a declassare le relazioni diplomatiche con Tel Aviv al livello di “incaricato d’affari”, pur mantenendo invariati gli scambi commerciali.

Questo non risparmiò alla Turchia critiche dai Paesi arabi, in particolare dall’Egitto. Due anni dopo, il Primo Ministro israeliano David Ben-Gurion incontrò segretamente l’omologo turco Adnan Menderes: nasceva così la strategia della “dottrina della periferia”, volta a creare alleanze con Paesi non arabi per contrastare l’egemonia pan-araba.

Negli anni ’60 si consolidò la cooperazione economica e diplomatica, fino alla Guerra dei Sei Giorni (1967). Ankara adottò una posizione ambigua: da un lato si unì alle richieste arabe, dall’altro non interruppe i rapporti con Israele. Una scelta dettata da pura realpolitik, sostenuta da solidi interessi economici e cooperazione in ambito intelligence.

La situazione cambiò con la guerra dello Yom Kippur (1973): Ankara negò l’uso delle basi agli USA e sostenne la risoluzione ONU che definiva il sionismo una forma di razzismo. Tuttavia, fino agli anni ’90, i rapporti non si interruppero mai del tutto.

Gli anni ’90 rappresentarono il momento di massimo splendore: relazioni diplomatiche ristabilite, cooperazione economica e militare rafforzata, accordi su difesa e tecnologia, e visite ufficiali ai massimi livelli.

La Maschera e la Spada: l’ascesa di Erdoğan e la crisi della Mavi Marmara

Le moschee sono le nostre caserme…”: questi versi di Ziya Gökalp portarono alla condanna di Recep Tayyip Erdoğan nel 1998. Un episodio che evidenzia lo scontro tra la Turchia kemalista laica e una visione più legata all’identità islamica.

Erdoğan, fondatore dell’AKP, arrivò al potere nel 2003, scardinando il sistema kemalista. Pur mantenendo relazioni economiche e militari con Israele, adottò una retorica fortemente critica. Parallelamente, si sviluppò una cooperazione tra Mossad e MIT contro il terrorismo islamico.

Il punto di rottura arrivò nel 2010 con l’episodio della Mavi Marmara: l’assalto israeliano alla nave diretta a Gaza causò la morte di 9 attivisti, 8 dei quali turchi. Erdoğan definì l’evento “terrorismo di Stato”, portando le relazioni al minimo storico.

Solo nel 2013, grazie alla mediazione di Barack Obama, Israele si scusò ufficialmente e risarcì le vittime, evitando una crisi ancora più grave.

Oltre il muro della propaganda: i numeri reali dei rapporti economici

Tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare”: questa espressione descrive perfettamente i rapporti tra Israele e la Turchia di Erdoğan.

Ebbene per analizzare come si relaziona Erdoğan con lo Stato ebraico, è necessario porsi una domanda che ci aiuterà a snocciolare la questione: ciò che viene affermato dalle alte cariche turche, dai media turchi allineati al governo, dalla propaganda dell’AKP trova riscontro negli effettivi rapporti tra i due Stati?

Dopo l’attentato del 7 ottobre del 2023 la strategia comunicativa di Ankara, che si articola principalmente tramite la propaganda su quotidiani completamente soggiogati alla retorica di governo, risulta essere fortemente critica e carica di astio nei confronti di Israele.

È sufficiente scorrere la sezione news della TRT (l’emittente pubblica turca) per notare come nei riguardi di Israele e Benjamin Netanyahu vi sia una costante semantica dell’accusa: epiteti come “Stato sanguinario’’,” Genocida” o “criminale di guerra”. Questa retorica non è causale, tantomeno una linea editoriale indipendente ma riflette l’attuale postura diplomatica di un intero paese.

L’obiettivo di Ankara è chiaro, creare una retorica nazionale insindacabile fondata sostanzialmente sull’idea della ‘’fratellanza musulmana’’ usando l’antisemitismo e l’antisionismo come leva emotiva, con lo scopo ultimo di ergere Erdoğan non solo come paladino dei diritti palestinesi, bensì come guida dell’islam politico transnazionale, creando una figura simbolica forte tanto quanto Atatürk in patria.


È fondamentale sottolineare che l’intenzione di avvicinarsi ad Atatürk non vuol dire abbracciare e riaffermare i suoi valori nei giorni odierni, ma eguagliare il senso di riconoscimento e onorabilità riservatogli in patria, e riproporlo nei confronti del leader dell’AKP.


Il modello a cui si ispira Erdoğan è quello di una potenza che vede nella religione islamica la sua forza e la chiave per condizionare e rendersi egemone dinanzi agli occhi dei suoi vicini in Medio Oriente.

Per accentuare questo ideale di ‘’risorgimento turco’’ è fondamentale un costante richiamo al periodo di massima egemonia della nazione: l’Impero Ottomano dei sultani. Anche se nella sua ultima fase visse un periodo di estrema crisi istituzionale e di marginalizzazione nell’arena internazionale tanto da essere definito ‘’Il grande malato d’Europa’’, l’idea di essere stati per anni l’unico rivale musulmano delle potenze europee risveglia nel popolo turco il senso d’identità che sembra essere smarrito.


Non esiste sopravvivenza senza identità, e il popolo è da sempre alla costante ricerca di un’identità culturale, un popolo a cavallo tra due continenti con svariate etnie al suo interno, che ha sempre visto in Mustafa Kemal Atatürk il padre di quel desiderio di sentirsi popolo.
Oggi la stessa promessa viene riproposta al popolo turco seppur con dei valori diversi, condivisi anche da Paesi vicini, che possono vedere in una nuova Turchia egemone una guida regionale.
Ma le promesse che si vendono al popolo hanno un costo, e in quanto estremamente cariche di retorica e carenti di realismo, questo risulta essere altissimo.
E quando i nodi vengono al pettine, anche le politiche apparentemente vicine alla causa palestinese, come il rifiuto di Ankara di designare Hamas come organizzazione terroristica (unico paese NATO a farlo) o le ingenti donazioni fatte a Gaza, sfumano.

La ripresa dei rapporti economici turco-israeliani, nonostante l’embargo

Il 29 marzo 2026 il capogruppo del partito turco di opposizione kemalista CHP Murat Emir ha condiviso le statistiche del CBS (l’ufficio centrale di statistica israeliano) riprese anche da movimenti vicini alla causa palestinese, che evidenziano come nonostante l’embargo commerciale totale imposto nel maggio del 2024, i rapporti economici tra i due paesi sono tutt’altro che decaduti.


I dati parlano di una graduale ripresa delle relazioni commerciali dal 2025, posizionando Ankara nei primi 5 partner commerciali globali dello Stato ebraico. Nei primi due mesi del 2026 il valore degli scambi tra Israele e la Turchia ha raggiunto il valore di 176,1 milioni di dollari, ed è importante sottolineare che non stiamo parlando di semplici beni di consumo, bensì di prodotti estremamente strategici, tra cui macchinari e metalli di base del volume complessivo di 79,6 milioni di dollari.
Secondo un report della Banca Centrale Israeliana, prima dell’imposizione dell’embargo, le importazioni turche raggiungevano un valore di 5,3 miliardi di dollari (di cui 660 milioni acquistati da paesi terzi) rappresentando il 6,3% dell’import dell’economia di Israele.


Le diminuzioni delle esportazioni sono da circoscrivere a beni di scarsa rilevanza strategica, tanto che Tel Aviv è riuscita a sostituire quei beni importandoli da altri paesi, creando così un “effetto boomerang’’ che finisce per danneggiare gli esportatori turchi di beni non strategici.

Realpolitik contro narrativa: la contraddizione strutturale

Le politiche di Ankara mostrano una contraddizione evidente: da un lato una retorica fortemente anti-israeliana, dall’altro una cooperazione economica solida e resiliente.

Questo dimostra come, al di là della propaganda, prevalga sempre la logica della sopravvivenza dello Stato e degli interessi strategici. In un contesto internazionale instabile, anche i rapporti più conflittuali possono trasformarsi in relazioni funzionali, dove la distanza ideologica convive con una stretta interdipendenza economica.

Ed è proprio in questa tensione tra narrazione politica e realtà dei fatti che si gioca il vero significato delle relazioni tra Israele e Turchia.

Fonte: Ufficio Statistico Centrale Israeliano e Istituto Statistico Turco (marzo 2025)

Non solo commercio: il nodo energetico tra Azerbaigian e Israele

Tuttavia, le relazioni economiche con Israele non rappresentano l’unico “peccato” d’incoerenza di Ankara.

L’Azerbaigian è infatti uno dei principali esportatori di greggio verso Israele, e una parte significativa di questo petrolio raggiunge la Terra Santa attraverso l’oleodotto Baku-Tbilisi-Ceyhan (BTC), che attraversa il territorio turco.

Realpolitik energetica: quando il profitto supera la retorica

Nonostante ciò, Ankara non ha mai mostrato alcuna reale intenzione di interrompere il flusso petrolifero, per una chiara ragione di realpolitik.

La Turchia percepisce infatti circa 1,27 dollari per ogni barile in transito, un dato che dimostra in modo evidente come il guadagno economico risulti nettamente superiore rispetto alla retorica politica proposta in patria.

Ancora una volta, i fatti confermano una dinamica ormai strutturale: tra dichiarazioni pubbliche e interessi strategici, è quasi sempre la dimensione economica a dettare le scelte reali degli Stati.

Equilibri precari e un futuro incerto

La Turchia di Erdoğan non è altro che un cane a cui piace abbaiare, ma che sa che non può mordere, e in fondo non vuole nemmeno farlo.


La retorica populista anti-israeliana funge da distrazione dai veri problemi interni della Turchia, dalla svalutazione della lira turca alle falle securitarie interne nella prevenzione degli attentati terroristici.


Fino a che punto si spingerà oltre l’ipocrisia di Erdoğan che ama mostrarsi forte, ma le cui fragilità richiederebbero più prudenza nella gestione della comunicazione e della sua politica estera?
Nell’ottobre del 2026 si terranno le elezioni legislative in Israele, che potranno portare con sé uno spiraglio di cambiamento nella Knesset.


La domanda che dobbiamo porci è se avverrà lo stesso cambiamento anche nel palazzo del Sultano, o se continuerà “a nutrire la bestia che finge di voler abbattere”?