Bitcoin: alternativa o parte del sistema? Ne parliamo con Marco Cavicchioli

Piercamillo Falasca
11/02/2026
Poteri

Negli ultimi giorni il prezzo di Bitcoin ha vissuto una fase di forte instabilità. Dopo essere sceso sotto soglie considerate importanti dagli investitori, il valore della principale criptovaluta è crollato rapidamente, toccando i livelli più bassi degli ultimi mesi. La discesa sotto quota 70.000 dollari ha innescato vendite a catena e ha trascinato al ribasso anche il resto del mercato delle criptovalute.

Questo movimento non sembra legato a problemi tecnici della rete Bitcoin o a difetti del suo funzionamento. Al contrario, il calo si è inserito in un clima più generale di nervosismo sui mercati finanziari, soprattutto negli Stati Uniti. Nelle stesse ore in cui Bitcoin scendeva, anche le borse americane perdevano terreno e cresceva la percezione di incertezza sul futuro economico. Ancora una volta, Bitcoin ha reagito in modo più violento rispetto ad altri asset, mostrando quanto sia sensibile ai momenti di paura globale.

A colpire è soprattutto il contesto in cui questo crollo si è verificato

La fase più dura della discesa è coincisa con l’apertura dei mercati statunitensi e con un periodo di forte tensione politica negli Stati Uniti. Questo riporta al centro una domanda cruciale: Bitcoin è davvero un’alternativa al sistema finanziario tradizionale o ne è ormai una componente interna, che reagisce agli stessi timori e alle stesse crisi?

In questo scenario, abbiamo rivolto alcune domande a Marco Cavicchioli, uno dei principali divulgatori italiani su Bitcoin, per provare a capire quali siano le implicazioni politiche e geopolitiche di quanto è accaduto e che ruolo può giocare Bitcoin in un mondo sempre più instabile.

Il crollo di Bitcoin si è accentuato proprio con l’apertura dei mercati americani. Non è il segnale che Bitcoin oggi è molto più legato agli Stati Uniti di quanto spesso si racconti?

Sì, corretto. Gli USA sono ormai da tempo il mercato dominante per gli scambi di Bitcoin, e quindi sono anche i principali protagonisti delle vicende di Bitcoin. Non è un caso che il prezzo di riferimento per Bitcoin venga riconosciuto in tutto il mondo essere quello in dollari americani, e dato che dipende primariamente dalla liquidità presente sui mercati, il dollaro ha in assoluto un ruolo da primario protagonista sulle vicende del prezzo di Bitcoin.

Lei ha parlato di “paura” come fattore decisivo. Ma questa paura nasce soprattutto dai mercati finanziari o da un clima politico sempre più teso negli Stati Uniti?

Sicuramente si tratta di paura che proviene e serpeggia sui mercati finanziari globali, ed in particolare su quelli americani. Ultimamente infatti l’andamento del prezzo di Bitcoin è molto influenzato dalle oscillazioni del VIX, ovvero il cosiddetto “indice della paura” specifico dei mercati finanziari americani. Personalmente credo che tale paura dei mercati americani sia strettamente connessa alle politiche di Trump, cosa che traspare anche dall’incredibile aumento del prezzo dell’oro passato da 2.000$ a 5.000$ nell’arco degli ultimi due anni, ed in particolare proprio da dopo l’inizio delle primarie repubblicane del 2024 vinte poi dallo stesso Trump.

Bitcoin è nato come risposta alla sfiducia verso Stati e istituzioni. Eppure, quando cresce l’incertezza politica americana, Bitcoin scende. Non è una contraddizione difficile da ignorare?

Ormai le ideologie originarie dalle quali è nato Bitcoin non hanno più strettamente a che fare con Bitcoin. Bitcoin nasceva come un progetto completamente esterno alla finanza globale, mentre ormai è completamente integrato. Sarebbe un errore però considerare questo un problema.

Bitcoin, come ogni altra cosa, evolve nel corso del tempo, ed in diciassette anni di strada ne ha fatta molta. Bitcoin è diventato un contrappeso puramente finanziario alla liquidità, anche perché pensato fin dall’origine come una forma di copertura proprio dagli eventuali eccessi di liquidità. Da quando è nato, nel 2009, la liquidità globale calcolata in dollari americani è aumentata addirittura di tre volte, in meno di vent’anni, ed è questo che ha fatto da spinta all’enorme crescita del valore di Bitcoin fin da quando è nato.

Nei momenti di crisi Bitcoin viene venduto prima di azioni e altri investimenti tradizionali. Questo significa che il mercato lo considera ancora un bene molto speculativo, più che un rifugio sicuro?

La speculazione su Bitcoin c’è, ma c’è anche molto altro. Di sicuro però non è, e non può essere considerato, un bene rifugio, perché come si dice in gergo tecnico è “risk-on”. Va però sottolineato che gli asset considerati risk-off sono pochissimi (ad esempio l’oro), e tra quelli risk-on come Bitcoin e ad esempio le azioni ci sono diversi gradi di rischio. Bitcoin è considerato a maggior rischio rispetto ad esempio ai titoli azionari delle maggiori aziende americane, ma da questo punto di vista è in linea con quelli di altre aziende a maggior rischio. Anzi, a dire il vero, ci sono molti titoli azionari minori che sono da considerare senza alcun dubbio a rischio maggiore rispetto a Bitcoin. Purtroppo questo è un ragionamento complesso che spesso non viene compreso dai non esperti, e si tende a semplificare (un po’ troppo) distinguendo solo tra asset speculativi e beni rifugio.

Se nei prossimi mesi la situazione politica negli Stati Uniti dovesse peggiorare, Bitcoin potrebbe diventare una vera alternativa al sistema o rischia di essere travolto insieme al resto dei mercati?

Il punto chiave è la liquidità sui mercati finanziari. Tuttavia quando sui mercati finanziari aumenta la paura, la liquidità inevitabilmente si riduce (perché viene prelevata dai mercati finanziari e destinata ad altro). In uno scenario simile non solo è inevitabile che il prezzo di Bitcoin scenda, ma è anche esattamente ciò che deve accadere. Il fatto è che non dovrebbe esserci paura sui mercati finanziari, se le cose andassero bene, e chi governa farebbe bene a rendersene conto ed a prenderne atto. I mercati finanziari, con i loro “indici della paura”, sono una perfetta cartina di tornasole dello stato di salute dell’economia, ma spesso ai governanti ciò non piace, soprattutto quando indicano problemi causati dalle loro stesse scelte politiche.

Bitcoin viene spesso definito “neutrale” e “senza patria”. Ma può davvero esserlo se il suo valore reagisce così fortemente alle tensioni interne della principale potenza mondiale?

In questo caso occorre distinguere tra teoria e pratica. In teoria sì, Bitcoin risulta essere completamente indipendente da qualsiasi governo o Stato. In pratica però il principale mercato finanziario mondiale, ovvero quello statunitense, finisce inevitabilmente per avere un ruolo da protagonista, e Bitcoin non può fare altro che adeguarsi a questo stato di fatto per ora difficilmente controvertibile.

Per molti Paesi fuori dall’Occidente Bitcoin è stato presentato come uno strumento per ridurre la dipendenza dal dollaro. Dopo un crollo come questo, questa promessa resta credibile?

No, Bitcoin non può essere un’alternativa alle valute transazionali (ovvero quelle usate per i pagamenti). Non lo è mai stato, e credo che non lo sarà mai. La sua volatilità lo rende pessimo come valuta transazionale, cosa che viene dimostrata dal notevole impegno che ci devono mettere le banche centrali per far rimanere più o meno stabile il valore delle valute fiat (dollaro, euro, eccetera).

Il suo ruolo è un altro, ovvero quello di fare da contrappeso all’enorme quantità di liquidità in valuta fiat che è stata emessa e che continuamente viene immessa sui mercati da banche centrali e banche commerciali, in quest’ultimo caso sotto forma di credito. Tuttavia in questo suo ruolo agisce come uno strumento unico al mondo, insieme all’oro, con una caratteristica in più però rispetto all’oro: la volatilità. Molti credono, sbagliando, che la volatilità del prezzo di Bitcoin sia un difetto, ed invece va considerata come la sua caratteristica forse più vincente.

In conclusione, questo episodio racconta solo una normale fase di mercato o ci dice qualcosa di più profondo sul legame tra Bitcoin e la crisi di fiducia nell’ordine economico e politico globale?

Per Bitcoin si tratta di una fase di mercato relativamente normale (diciamo un’anomalia non particolarmente anomala). Per i mercati finanziari nel loro complesso invece l’attuale momento è un’anomalia grossa come una casa, e probabilmente anche epocale. Il ciclone Trump sta riversando sui mercati tonnellate di paura, di cui (quasi) tutti avremmo fatto volentieri a meno, mentre la Cina sembra proprio che si stia apprestando ad infliggere al dollaro USA un colpo storico con l’obiettivo di sostituirlo con lo yuan come moneta di riferimento a livello globale. Bitcoin osserva, reagisce, e sopravvive.