Beni russi congelati: Machiavelli ci direbbe che è ora di “usare la bestia”

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Emanuele Pinelli
04/12/2025
Radici

Giovedì 18 dicembre il Consiglio Europeo, ovvero l’organo formato dai 27 capi di stato o di governo (più i presidenti Costa e Von der Leyen), dovrà prendere una delle decisioni di politica estera più difficili della sua storia.

Cosa sono i “beni russi congelati”


Nelle banche dei paesi europei si trovano 210 miliardi di euro che vi erano stati depositati da parte della banca centrale russa o di privati cittadini russi, e che da quasi quattro anni sono congelati per effetto delle sanzioni.
Oltre 190 di questi si trovano in Belgio, nel fondo Euroclear.

“Congelati” non significa “espropriati”: in teoria, finita la guerra, dovrebbero essere restituiti ai loro legittimi proprietari, come è avvenuto in gran parte delle guerre del passato (compresa quella contro la Germania nazista).

Quei beni dunque restano in Europa, fruttano interessi che il Belgio e gli altri stati stanno incassando regolarmente, ma si è sempre dato per scontato che un giorno torneranno alla Russia.
Lo scopo delle sanzioni era soltanto quello di impedire a quei 210 miliardi di nutrire la macchina bellica di Putin finché l’invasione dell’Ucraina fosse durata, ma nulla più.

L’Ucraina a un passo dall’abisso


Nelle ultime settimane, però, lo scenario è bruscamente cambiato.

L’Ucraina, che per quattro anni ha resistito all’avanzata russa restringendola alle macerie di tre o quattro città minori, si ritrova sempre meno in grado di proseguire una battaglia solitaria.

Ha sofferto pesantissimi danni materiali, perdendo nei bombardamenti centrali elettriche, fabbriche, miniere e piattaforme metanifere. Ha sofferto pesantissimi danni ambientali, perdendo la riserva d’acqua di Kakhovka e fino a un terzo del suo suolo coltivabile. Ha sofferto pesantissimi danni morali, con alcune stime che parlano di 93.000 persone mutilate e oltre 10 milioni di persone bisognose di assistenza psicologica.

Questi problemi di per sé non basterebbero per causare un crollo dell’esercito al fronte.
Ma se ne aggiungono altri due che, purtroppo, appaiono insormontabili: il buco di bilancio, con circa 136 miliardi nei prossimi due anni che gli ucraini non sanno dove reperire, e la crisi demografica, che impone a Zelensky di risparmiare il più alto numero possibile di uomini in età fertile dal servizio militare.

Quest’ultima, in particolare, è la vera tragedia dell’Ucraina di oggi: accanto alla lotta alla corruzione, è stata per quattro anni il cuore dello scontro politico nel paese. L’esercito ovviamente contesta le scelte presidenziali, sostenendo che meno uomini sotto le armi significano meno rinforzi e più rischi di morire per quelli che stanno combattendo, in un circolo vizioso.

A peggiorare le cose, dallo scorso gennaio, è arrivato il tradimento di Trump, col conseguente disimpegno degli Stati Uniti.
Nona Mikhelidze ne ha ben descritto l’impatto in un articolo sul Foglio: sul piano finanziario, gli europei non hanno affatto colmato il vuoto lasciato dagli americani, tanto che nel 2025 gli aiuti dall’estero all’Ucraina aggredita sono stati inferiori del 43% rispetto a quelli del 2024.

Gli USA continuano, sì, a vendere armi – soprattutto i preziosissimi colpi dei sistemi antiaerei Patriot – e a condividere intelligence, ma non si sa per quanto ancora lo faranno.

Madama Europa e le sue decisioni


Intendiamoci, la Russia ha problemi simili – incluso un protettore-predatore, Xi Jinping, che la tratta più o meno come Trump tratta l’Ucraina, attirandole sui social il nomignolo di “Corea dell’Ovest”.

Ma sul fronte finanziario può contare su una fonte di entrate aggiuntiva, che è la vendita di gas e petrolio. Inoltre, essendo una dittatura, può tristemente ignorare il dissanguamento demografico causato dalla guerra (quasi un milione di abitanti all’anno in meno tra caduti, emigrati, immigrati non venuti e minori nascite).

Non è un caso se negli ultimi giorni si sentono parole di sconforto anche da parte degli storici sostenitori di Kiev.
In testa ovviamente c’è l’Italia, con Tajani che ha rinviato un acquisto di armi per l’Ucraina sostenendo che era “prematuro”.
Ma gli ha fatto eco il finlandese Stubb, per il quale “dobbiamo prepararci al fatto che tutte le condizioni per la pace giusta di cui tanto abbiamo parlato per quattro anni sono improbabili da ottenere”.
Il ministro degli esteri tedesco, Wadephul, ha annunciato che “l’Ucraina dovrà fare dolorose concessioni: sarà un percorso difficile che finirà con un referendum” (un’idiozia per chiunque conosca un minimo gli ucraini).
L’unica a non deragliare è l’Alta Rappresentante europea Kaja Kallas, che ha avuto madre e nonna deportate in Siberia da Stalin: oggi il segretario di stato statunitense si rifiuta di parlarle perché la reputa “irrazionale”.

Al di là degli eccessi di depressione umorale dell’uno o dell’altro leader, resta però un dato di fatto: l’Ucraina, se non vuole soccombere, ha bisogno di un salto di qualità nell’impegno europeo, e ne ha bisogno subito.
O gli europei riusciranno a risolvere almeno i suoi guai finanziari entro l’inizio del nuovo anno, o la partita sarà persa.

Tre opzioni, nessuna indolore

Ma le opzioni per mandare in Ucraina 136 miliardi, di fatto, si riducono a tre.

La prima è tassare di più i cittadini europei: una scelta suicida non solo a livello propagandistico, ma anche a livello economico. I maggiori paesi europei sono tutti alle prese con uno squilibrio crescente tra salari e costo della vita: chi per le spese assistenziali troppo onerose (Francia e Spagna), chi per le scelte energetiche autolesioniste (Germania), chi per entrambe (Italia). Aggiungiamo i dazi di Trump, gli attacchi Houthi al canale di Suez e gli oneri del Green Deal: tutto è pensabile fuorché nuove tasse.

La seconda opzione è fare debito comune, come già accadde durante il Covid. Ma sappiamo che diversi stati del Nord lo ritengono un oltraggio alla loro sovranità: se poi quel prestito serve a salvare le liceali ucraine dai missili, invece che le ottantenni olandesi da un virus, l’oltraggio appare ancora più insopportabile.

L’ultima opzione è proprio scongelare i beni russi e trasferirli agli ucraini, permettendo loro di proseguire la resistenza a spese del nemico.
Un gesto inaudito, al cui solo pensiero il primo ministro belga Van der Vewer è insorto: “Sarebbe una bella storiella prendere i soldi del cattivo, Putin, e darli al buono, l’Ucraina. Ma rubare i beni di un altro paese, i suoi fondi sovrani, non è mai stato fatto”. E ha rincarato la dose: “Via, chi crede davvero che la Russia perderà in Ucraina? È solo una favola e un’illusione. Anzi, non è neanche desiderabile che loro perdano e che l’instabilità dilaghi in un paese con le armi nucleari”.

Non è come con la mafia

Se le preoccupazioni paternalistiche per l’instabilità in Russia dopo un’eventuale sconfitta sono un evergreen dei governi occidentali, su altri punti Van der Vewer ha le sue ragioni.
Sul piano legale, l’Europa non può agire verso la Russia come lo stato fa verso la mafia, sequestrandole i beni e dandoli in gestione a un ente benefico.
Un eventuale ricorso in tribunale dei russi, se venisse accolto, costringerebbe il Belgio a risarcire entro una settimana 190 miliardi, che sono più di un terzo del suo PIL.

Inoltre, in futuro altri paesi potrebbero decidere di depositare i loro capitali in altri paesi più “affidabili”, che non li sequestrano da un giorno all’altro solo perché il proprietario ha invaso nove regioni di un paese vicino e sterminato centinaia di migliaia di civili.

Alla forzatura legale verso l’esterno si aggiunge quella verso l’interno. Se il Consiglio Europeo, che si pronuncia a maggioranza e non all’unanimità, il 18 dicembre decidesse di confiscare i beni russi, tale decisione sarebbe vincolante per uno stato sovrano come il Belgio?
E se il Belgio si rifiutasse di obbedire, come reagirebbe il resto dell’Unione?
È probabile che, nel momento in cui il contenzioso arrivasse sulla scrivania della Corte Europea di Giustizia, questa darebbe ragione al Belgio, sentenziando che l’Unione ha esulato dai suoi poteri.

In breve: sequestrare i beni russi e darli agli ucraini è quasi di certo ingiusto sul piano legale, ma è quasi di certo giusto e necessario sul piano politico. Che fare, allora?
Ecco perché la decisione del Consiglio Europeo è così difficile.
 
Si tratta di decidere se siamo in uno stato di emergenza talmente grave da poter sfidare alcune consuetudini del diritto, o se, al contrario, il rispetto del diritto in ogni sua parte è una priorità valoriale e strategica talmente irrinunciabile che possiamo immolarle l’intera nazione ucraina (e chissà quante altre nazioni dopo di essa).

Si tratta di decidere se noi europei siamo solo spettatori alla finestra o se siamo una parte attiva nel conflitto, che può impadronirsi dei beni russi come la Russia si è impadronita dei beni ucraini.

Siamo finiti, insomma, dritti dritti nella situazione descritta da Machiavelli nel XVIII capitolo del Principe, quando si domandava “In che modo i Principi debbano osservare la fede”, ovvero la parola data.

La bestia e l’uomo


“Dovete adunque sapere”, scriveva Machiavelli a Lorenzo il Giovane, “come sono due generazioni di combattere: l’una con le leggi, l’altra con le forze. Quel primo è degli uomini; quel secondo è delle bestie; ma perché il primo spesse volte non basta, bisogna ricorrere al secondo.
Pertanto ad un Principe è necessario saper ben usare la bestia e l’uomo”
.

Ma come si fa a capire se è arrivato il momento di “ben usare la bestia”?

Contrariamente al luogo comune, Machiavelli non è mai stato un cinico: il senso della sua opera era proprio quello di circoscrivere i casi estremi in cui un uomo politico poteva ricorrere alla violenza e all’inganno, in un’Italia cinquecentesca dove chiunque li usava di continuo e senza farsi domande.

E dunque, sul mantenere la parola data, dava a Lorenzo il Giovane una regola d’oro: “Non può pertanto un Signore prudente, né debbe, osservare la fede quando tale osservanzia gli torni contro, e che sono spente le cagioni che la feciono promettere”.
Tradotto, le promesse non valgono più se viene meno il contesto in cui erano state fatte.

Quanto esiste, ancora, del contesto economico e politico internazionale in cui gli stati europei si erano impegnati a non sequestrare mai dei beni depositati sul loro territorio?
Quanto rimane del contesto in cui i Trattati europei erano stati firmati, prevedendo che l’Unione lasciasse agli stati sovrani una scelta critica come questa?

Possiamo ancora permetterci il lusso di “essere uomini” e “combattere con le leggi”, o è tempo di diventare “bestie” e di “combattere con le forze”?