12 settembre 1683: la vittoria sull’Islam che ci ha cambiati per sempre

La Battaglia di Vienna 1683 cavalieri polacchi
Emanuele Pinelli
11/09/2025
Radici

“Gli infedeli spuntarono sui pendii con i loro reggimenti come nuvole di un temporale, ricoperti di un metallo blu…era come se si riversasse un torrente di nera pece che soffoca e brucia tutto ciò che gli si para innanzi”.
Così il cronista turco Mehmed Silahdar descrisse la carica dei cavalieri polacchi che spezzò l’assedio di Vienna il 12 settembre 1683.

Da oltre due mesi, la capitale imperiale era assediata da un’armata di oltre 200.000 turchi e loro vassalli minori, forse la più vasta che avesse mai tentato di sottomettere l’Europa centrale.
Il giorno prima, l’11 settembre, il comandante Kara Mustafa Pascià aveva ordinato l’assalto finale alle mura per catturare la città prima che la sua piccola guarnigione ricevesse rinforzi. I giannizzeri e le altre unità di élite erano stati tutti stipati in prima linea.

Ma la piccola guarnigione resistette. E all’alba del giorno seguente, dalle alture di Kahlenberg, piombarono sulla retroguardia dell’esercito turco prima i reggimenti tedeschi e poi la micidiale cavalleria polacca del re Jan Sobieski.

Dalla celebrazione alla censura

45.000 turchi morirono nello scontro e gli altri si dispersero. Fu un giorno di festa per i regni cattolici della “Lega Santa“, che erano stati gli autori dell’impresa e che si affrettarono a diffondere ogni sorta di leggenda che aumentasse la sua aura sacrale.

Papa Innocenzo XI Odescalchi la attribuì subito all’intervento miracoloso di Maria. Fu raccontato che il re polacco aveva servito come umile chierichetto nella Messa che era stata cantata alla vigilia della battaglia. E in onore di Marco d’Aviano, il frate cappuccino che aveva celebrato il rito, fu inventata una bevanda ancora oggi molto apprezzata.

Jan Sobieski invia al papa la notizia della vittoria: tela di Jan Matejko nel palazzo Vaticano

La retorica crociata che circondò la battaglia è uno dei motivi per cui oggi se ne è perso ogni ricordo: nelle scuole, di fatto, non se ne parla o se ne parla con imbarazzo.

Al pregiudizio anticattolico, poi, si aggiunge quello occidentalista: di solito, quando si spiega in classe la fine del ‘600 (ammesso che la si spieghi), si immagina che l’universo fosse ristretto a un minuscolo triangolo tra Parigi, Londra e Amsterdam, dove stavano nascendo l’assolutismo francese, il parlamentarismo inglese, il repubblicanesimo olandese e, alla loro ombra, le accademie scientifiche.

Tutto bellissimo, per carità: ma se le orde di Kara Pascià fossero dilagate oltre Vienna ne sarebbe rimasto ben poco.

Purtroppo abbiamo conservato un muro di Berlino mentale che retroproiettiamo sul passato, supponendo che le lotte tra barbari feudali che abitavano più a Est di Gorizia non abbiano avuto alcun impatto sull’evoluzione dell’Europa propriamente detta.

Pregi e difetti del sentirsi invincibili

Ebbene, nulla dimostra la falsità di questo pregiudizio quanto le conseguenze del trionfo di Vienna.

Quei cattolici seicenteschi, nella foga della loro devozione, non potevano accorgersi che per la prima volta in due millenni l’Europa era stata liberata dal terrore dello “scontro di civiltà”.
Gli europei, in breve, non dovevano più temere di essere aggrediti da una potenza extraeuropea promotrice di una religione a loro estranea e di un diritto a loro estraneo.

È vero, conflitti minori con gli ottomani continuarono a scoppiare, e la tratta degli schiavi bianchi continuò ad arricchire Costantinopoli quanto quella degli schiavi neri.
Ma la superiorità tecnologica e amministrativa degli europei non fu più in discussione. La paura che l’Islam annientasse la Cristianità gradualmente scomparve.

I valori di pace, tolleranza, umanità, cooperazione economica e progresso tecnologico, che fino al XVII secolo erano stati giustificati col bisogno di proteggersi dai turchi, ebbero finalmente il lusso di evolversi in valori universali.

Libera dal timore di finire annientata dall’esterno, la civiltà europea si sarebbe da allora preoccupata solo delle guerre e delle rivoluzioni interne.
Nei rapporti con le altre civiltà sarebbe sempre stata in posizione di forza, si sarebbe abituata a questa posizione di forza fino a considerarla naturale, e un numero crescente di europei (fatto inedito nella storia umana) si sarebbe sentito addirittura in colpa per questa posizione di forza.

Nel ‘900 la nascita dell’Unione Sovietica riprodusse forse il clima di terrore verso un nemico orientale despotico e anticristiano, ma le radici ideali del comunismo restavano smaccatamente e tipicamente europee: tipiche, anzi, proprio di quell’Europa post-1683 che si sentiva unica arbitra del mondo, dove qualcuno poteva illudersi che una sollevazione operaia in tre o quattro nazioni industrializzate bastasse a eliminare ogni ingiustizia dal genere umano.

La vittoria di un’Europa divisa

Visto che il dibattito è di moda, è interessante notare come a Vienna il fronte cattolico fosse tutt’altro che unito contro gli invasori islamici.
Luigi XIV, il “Re Sole”, si era attenuto alla storica amicizia tra Francia e Turchia in funzione anti-tedesca, e di fatto era rimasto neutrale. Il giovane e abilissimo Eugenio di Savoia, che viveva alla corte di Versailles come suo vassallo, dovette scappare travestito da donna per poter prendere parte alla battaglia.

I polacchi, dal canto loro, sapevano che non avrebbero ottenuto guadagni territoriali dall’impresa ed esitarono a lungo prima di distogliere truppe preziose dai confini con Russia e Svezia.
Quanto agli staterelli tedeschi dell’Impero, erano litigiosi come al loro solito, e per giunta si stavano ancora riprendendo da un’epidemia di peste.

Formare la “Lega Santa”, perciò, era stata un’impresa lunga e snervante per frate Marco d’Aviano e per papa Innocenzo.

Gli europei a Vienna non vinsero perché erano uniti, ma nonostante fossero divisi.
La chiesa romana propagandò la vittoria con liturgie di ringraziamento, fumate d’incenso e campane a stormo, ma oggi gli storici sanno che la Cristianità quel giorno si salvò quasi per caso e soprattutto per gli errori commessi dai turchi.

Il declino della Turchia accelerato dal fanatismo


A quei tempi, a Costantinopoli, spadroneggiava una dinastia di gran visir di origine albanese: i Köprülü, di cui Kara Pascià aveva sposato una discendente. Confidando nelle proprie abilità militari, i Köprülü avevano forzato i sultani a riprendere la politica espansionistica verso il cuore dell’Europa.

L’impero ottomano però, come già a suo tempo quello romano, reclutava una parte consistente dei suoi soldati nelle regioni periferiche: schierava quindi protestanti ungheresi, ortodossi serbi e moldavi, armeni, tatari di Crimea e una costellazione di altri gruppi etnici non turchi o non musulmani.

Certo, per tutti loro era “meglio il turbante del sultano che la tiara del papa”, ma la loro stessa vita valeva più di entrambi.

Inoltre, mantenere armate di 200.000 uomini richiedeva un aumento vertiginoso delle tasse, e la guerra santa provocava inevitabilmente episodi di violenza contro le minoranze interne.

L’esercito ottomano, perciò, era ancora meno motivato di quello cattolico.
Dopo la sua disfatta a Vienna, le frange meno fanatiche dell’élite turca (che includevano anche i giannizzeri, cioè i pretoriani) insorsero contro i Köprülü e contro gli stessi sultani: da allora il declino fu irreversibile per “il grande malato d’Europa”.

Il ruolo di Tolkien

La battaglia di Vienna ha segnato una svolta decisiva per la nostra storia, il che giustifica in parte l’epicità dei toni con cui a lungo è stata raccontata.

Non è un caso se l’episodio, sbattuto fuori dalla porta delle scuole, è comunque rientrato dalla finestra nella cultura popolare grazie a J.R.R. Tolkien, che nel suo Signore degli Anelli ha modellato la battaglia dei Campi del Pelennor su quella di Vienna.

Per milioni di miei coetanei, quel “Corni, corni e corni. Si udivano fiochi riecheggiare nei fianchi del cupo Mindolluin. Grandi corni del Nord che suonavano con forza. Rohan era finalmente arrivata” è stata una delle pagine letterarie più emozionanti di ogni tempo. E, trasposta sul grande schermo, è stata forse la scena più emozionante mai vista al cinema.
Non è un mistero che i riferimenti alla mitologia di Tolkien siano all’ordine del giorno nell’esercito ucraino.

Certo, è un po’ triste che un episodio storico reale abbia dovuto fare il giro lungo, passando per una sua versione fantasy, per ispirare gli europei di oggi.
Ma è comunque la dimostrazione che il bisogno di epos e di miti fondativi brucia ancora, e fortissimo, sotto la cenere della nostra esangue cultura ufficiale.