Basta affidarsi al meno peggio: all’Italia serve una scelta europeista e liberale

Vincenzo D'Arienzo
23/08/2025
Poteri

Da troppo tempo la politica italiana è ostaggio di un bipolarismo sterile. “Centrodestra” e “centrosinistra” si fronteggiano senza innovare, intenti a difendere rendite di posizione più che a immaginare il futuro. Così il sistema si è incagliato, logorato da promesse disattese e compromessi al ribasso, mentre i populismi hanno conquistato la leva del potere: il diritto di veto.

Troppo spesso la “golden share” delle decisioni è finita nelle mani di chi sa solo dire no.

Il tweet di Carlo Calenda di ieri ha fotografato bene questo impasse: “Dall’agenda Draghi all’agenda Taverna. Dal polo liberal democratico alla tenda di Bettini. Anche no.”
Un rifiuto netto opposto alle scorciatoie del populismo e ai ritorni nostalgici, e insieme un richiamo a mantenere la rotta di un’agenda riformista e modernizzatrice.

Oggi Luigi Marattin, intervistato da La Stampa, ha raccolto quel filo. Il segretario del Partito Liberaldemocratico rilancia l’idea di una piattaforma autonoma, sganciata dai vecchi schieramenti, capace di presentarsi alle elezioni del 2027 con un messaggio limpido: non contro qualcuno, ma per qualcosa. Non l’ennesimo giustizialismo o l’ennesima protesta, ma una proposta fondata su pragmatismo, responsabilità e spirito europeo.

Qui entra in gioco un passaggio più ampio. Come ha scritto qui su L’Europeista il direttore Piercamillo Falasca, il discorso di Mario Draghi al Meeting di Rimini ha avuto la forza di una diagnosi impietosa: l’Europa non conta più se si affida soltanto al proprio peso economico, e senza strumenti politici comuni è destinata all’irrilevanza.

Draghi però non si è limitato alla diagnosi, ma ha indicato delle vie d’uscita: mercato unico davvero compiuto, investimenti continentali in ricerca e tecnologia, debito comune europeo per progetti di scala, difesa condivisa. Un’agenda che lui stesso ha definito di “europeismo pragmatico“.

Non si tratta, però, di immaginare Draghi come leader di un nuovo movimento. Come ha ricordato Falasca, il compito dell’ex banchiere centrale è un altro: tenere aperto lo squarcio che le sue parole hanno prodotto, offrendo visione e ispirazione. Dentro quello squarcio devono inserirsi forze politiche nuove o rinnovate, capaci di costruire un’alternativa concreta al bipolarismo e ai populismi.

Per questo, nella redazione de L’Europeista e non solo, c’è chi accoglie con favore l’apertura di Calenda e Marattin e rilancia la sfida: unire Azione, Partito Liberaldemocratico e Drin Drin in un contenitore liberale, riformista, europeista.

Lo stesso contenitore del quale – neanche a dirlo – da mesi parla il presidente della Fondazione Einaudi Giuseppe Benedetto. Una casa comune che metta al centro temi veri: energia, con il coraggio di rilanciare il nucleare; istituzioni, con il ripristino dell’articolo 68 della Costituzione per restituire dignità al Parlamento; giustizia più equilibrata, fisco più giusto, politiche di sviluppo pensate per i prossimi vent’anni, non per le prossime ventiquattr’ore.

Le elezioni del 2027 sembrano lontane, ma il tempo stringe: costruire un’alternativa richiede metodo, pazienza e visione. Calenda ha fissato il perimetro, Marattin ha acceso il faro, Draghi ha offerto la bussola.

Ora tocca a noi, militanti e cittadini europeisti, pretendere e costruire questa terza via. Perché il Paese non ha più bisogno di leader che chiedano applausi, ma di una comunità politica che sappia offrire agli italiani non il “meno peggio”, ma il meglio possibile.