Baltici: nuova frontiera di guerra? La paura razionale di una trincea permanente

Viljar Ujkaj
12/01/2026
Frontiere

Ci sono tre Stati, al confine orientale della NATO e dell’Unione Europea, che hanno guardato con molta più attenzione della media ciò che è accaduto in Crimea e in Ucraina, dal 2014 e soprattutto dal 2022. Estonia, Lettonia e Lituania non vogliono, e non possono, prendere con leggerezza le azioni militari russe.

Il destino comune delle “tre sorelle baltiche”

Le tre repubbliche baltiche hanno una storia estremamente condivisa negli ultimi 300 anni: tra inizio e fine ‘700 entrarono a far parte dell’Impero russo, tutte e tre dichiararono l’indipendenza nel 1918 (riconosciuta da Mosca nel 1920), tutte e tre vennero invase e occupate prima dall’URSS (1940-1941), poi dalla Germania (1941-1944), per ritornare a far parte dello Stato sovietico come RSS. Un periodo che moltissimi ricordano con dispiacere se non rancore, viste le non proprio accomodanti politiche sovietiche, e la subordinazione dei popoli baltici a quello russo (russificazione, repressione, deportazioni, controllo politico). Nel 1991, furono proprio le repubbliche baltiche, i primi Stati a vedere riconosciuta dall’URSS la propria indipendenza.

Nel 2004, di nuovo tutte e tre insieme, sono entrate a far parte dell’Unione Europea e della NATO.



Dal 2014 al 2025: la risposta strategica

La storia delle repubbliche baltiche ha reso impossibile per loro prendere alla leggera ciò che è accaduto all’Ucraina. La Lituania, che aveva sospeso la leva militare nel 2008 per passare a un esercito professionale come gran parte d’Europa, nel 2015 è tornata sui suoi passi. Dopo l’annessione della Crimea ha reintrodotto la leva, 9 mesi di servizio, priorità ai volontari ma con la possibilità di chiamare per sorteggio.

La Lettonia la segue qualche anno dopo: nel 2023 il primo contingente, dal 2024 torna un servizio nazionale obbligatorio per i maschi, formalmente, ma con una logica nuova – prima si cercano volontari, poi, se non bastano, si pesca dalla classe d’età.

L’Estonia, che non l’aveva mai eliminata del tutto, nel frattempo ha allargato numeri e ambizioni.

L’evento che cambia la prospettiva: Ucraina sotto attacco

Il 24 febbraio 2022, dopo l’invasione dell’Ucraina, non aspettano un minuto. Nelle prime 24 ore, i Baltici denunciano l’invasione come una crisi di sicurezza propria: invocano l’articolo 4 della NATO, un forte impegno di contropropaganda, in Lituania viene dichiarata emergenza nazionale. Nelle prime settimane quella lettura si trasforma in norme e posizioni durature: leggi, regolazione dei media, rafforzamento NATO sul fianco est.

Nel 2022 comincia un percorso di distacco dai servizi energetici russi: da maggio 2022 i Baltici non comprano più elettricità russa e tra il 2022 e il 2023 azzerano il gas russo; il legame tecnico più simbolico e critico – la dipendenza dalla rete russa per la frequenza elettrica – viene reciso definitivamente l’8-9 febbraio 2025 con la sincronizzazione alla rete continentale europea. Tutto ciò ovviamente in collaborazione soprattutto con Polonia e Paesi nordici.

Il recesso congiunto dalla Convenzione di Ottawa

Un’altra decisione rende evidente quanto i tre Stati considerino la propria sicurezza minacciata: nel 2025 i Baltici fanno un passo che fino a pochi anni fa sarebbe stato impensabile. Estonia, Lettonia e Lituania depositano all’ONU la notifica di recesso dalla Convenzione di Ottawa sulle mine antiuomo il 27 giugno 2025; il recesso diventa effettivo a fine dicembre (sei mesi dopo, come prevede l’art. 20).

Nelle notifiche depositarie, la logica è dichiarata senza giri di parole: ‘deterioramento’ della sicurezza regionale e necessità di massima flessibilità difensiva, con le mine viste come strumento necessario per poter rallentare e canalizzare un’eventuale invasione. Scelta che ha attirato critiche, dalle organizzazioni impegnate nel diritto umanitario.

Warfare come priorità di bilancio

Anche le spese nazionali non lasciano dubbi: la Lituania, con il bilancio 2026 approvato l’11 dicembre 2025, mette sul tavolo 4,79 miliardi: 5,38% del PIL, la percentuale più alta della sua storia post indipendenza. La Lettonia fissa per il 2026 2,16 miliardi, pari al 4,91% del PIL, anche qui, record per lo Stato. L’Estonia ha approvato nel 2025 un programma che porta la spesa per la difesa a una media di circa 5,4% del PIL dal 2026 al 2029, ennesima cifra record nazionale.

Una politica che passa anche dalle immagini più visibili: la Lettonia ha costruito una barriera di 280 chilometri lungo il confine con la Russia, che si va ad aggiungere a quella di 145 chilometri lungo il confine con la Bielorussia. In Lituania alcuni ponti al confine con Russia e Bielorussia sono stati preparati per potervi piazzare cariche esplosive: tutto questo nel piano della Linea di Difesa Baltica, una rete di ostacoli e posizioni pensata per rallentare, incanalare e spezzare un’avanzata terrestre fin dai primissimi chilometri, guadagnando tempo per la risposta nazionale e per i rinforzi NATO.

La deterrenza per negazione baltica

Le fonti istituzionali la descrivono esplicitamente come rafforzamento del confine esterno dei Baltici e del confine orientale NATO, con installazioni “anti-mobility” lungo le frontiere con Russia e Bielorussia. La cornice dottrinale è quella della “forward defence / deterrence by denial” (difesa proiettata in avanti / deterrenza per negazione) e dei nuovi piani regionali NATO: negare spazio fin dall’inizio. Non è contemplabile pensare di poter perdere posizione per poterla recuperare in seguito.

Una linea difensiva che si articola in più modi: ostacoli fisici (fossati anticarro, trincee/terrapieni, barriere anti-veicolo, “denti di drago”, filo spinato, sfruttamento di paludi/foreste/attraversamenti fluviali), punti fortificati, preparazione del territorio per negare mobilità al nemico (pre-posizionamento di materiali, predisposizione di ponti e strade chiave) per interventi rapidi in crisi.

Verba volant; cemento, filo spinato e mine antiuomo manent.



La frontiera interna: russofoni e sicurezza

Nei Paesi baltici c’è un’ulteriore peculiarità che li rende “frontiera” non solo militare ma anche sociale: la presenza di minoranze russe e, soprattutto, di grandi masse russofone. È un tema che richiama inevitabilmente l’Ucraina post-2014, dove Mosca ha usato la carta “protezione dei russofoni” come giustificazione politica per le azioni militari. Nel Donbas, per esempio, l’etnia russa non era maggioritaria nel censimento ucraino 2001 (nel Donetsk i russi etnici erano il 38,2%; nel Luhansk circa il 39,0%), mentre la lingua russa era largamente dominante come madrelingua (74,9% nel Donetsk; 68,8% nel Luhansk).

In Crimea (censimento ucraino 2001) i russi etnici erano il 58,5% nella Repubblica Autonoma di Crimea e 71,6% a Sebastopoli; ancora più significativo il dato linguistico: il russo è dichiarato lingua madre dal 77,0% in Crimea e dal 90,6% a Sebastopoli.

E cos’è cambiato davvero dopo il 2022? Nei Baltici l’integrazione (lingua, scuola, residenza, cittadinanza, media) smette di essere solo politica sociale e diventa, apertamente, un pezzo dell’architettura di sicurezza nazionale.

E non stiamo parlando di micro-minoranze:

  • In Lettonia i russi etnici sono indicati al 23% e i madrelingua russi al 37,7%.
  • In Estonia il russo è madrelingua per il 29% e, sommando chi lo parla come lingua straniera, arriva al 67% come competenza complessiva.
  • In Lituania i russi etnici sono al 5%, ma il russo resta comunque una lingua non marginale (il CIA World Factbook stima al 6,8% i “madrelingua” nel 2021).

In Lettonia la svolta decisiva passa soprattutto da scuola, residenza e spazio informativo.

Dopo l’invasione dell’Ucraina, Riga ha accelerato la transizione alla scuola “solo in lettone”: gli esperti ONU (OHCHR) l’8 febbraio 2023 hanno criticato il drastico ridimensionamento dell’istruzione in lingue minoritarie. Il 23 aprile 2024 il governo ha avviato il phase-out del russo come seconda lingua straniera a scuola dal 2026/2027.

La Lettonia lega casi specifici di rinnovo del permesso di soggiorno a un test di lettone A2, motivando esplicitamente con integrazione e sicurezza nazionale nel contesto della guerra e della disinformazione. Nello spazio informativo si parla di contenuti dei media pubblici solo in lettone e lingue dello “spazio culturale europeo” dal 1° gennaio 2026; parallelamente si pianifica di spostare i contenuti in lingue straniere (russo incluso) sul digitale e di chiudere le trasmissioni lineari in russo a fine 2025.

Nel 2026 arriva anche la stretta fiscale: niente più IVA ridotta al 5% per i libri in russo, che passano all’aliquota standard, 21%.

Estonia: scuola e politica come infrastruttura di sicurezza

In Estonia l’impianto è simile, ma dalla forma più pulita: la scuola e l’appartenenza politica vengono trattate come infrastruttura di sicurezza. Il Ministero dell’Istruzione descrive la transizione all’istruzione in estone: avvio nel 2024 e completamento entro il 2030. Il 26 marzo 2025 il Riigikogu (parlamento estone) approva un emendamento costituzionale che revoca il voto alle elezioni locali ai cittadini di Paesi terzi residenti in Estonia e, dalla tornata successiva, anche agli apolidi.

Non è una sottigliezza: è un segnale chiaro che la “frontiera” non è solo trincea militare; è anche ridefinizione di chi appartiene pienamente alla comunità politica, proprio mentre il russo resta una lingua conosciuta da due terzi della popolazione.

Vilnius in piena guerra ibrida

In Lituania la frizione identitaria tende a essere minore perché la minoranza russa è molto meno rilevante (5% russi etnici nel censimento 2021).

Ma sarebbe un errore pensare che il problema qui sia trascurabile: l’eredità sovietica ha lasciato il russo come competenza diffusa anche oltre i russi etnici, e in una guerra ibrida questo conta molto (per consumi mediatici, reti sociali, vulnerabilità alla disinformazione). In più, proprio perché la pressione interna è più bassa, Vilnius tende a trattare la questione in modo più geopolitico che etnico: meno scontro identitario quotidiano, più attenzione al rischio esterno e allo spazio informativo.



Sul filo del rasoio: sicurezza vs rancore

Il rischio in tutti e tre i Paesi è la generalizzazione: scivolare da “contenere l’influenza del Cremlino” a “diffidare dei russofoni” è questione di poco. E anche quando ci sono ragioni solide per alzare la guardia, l’effetto collaterale è l’aria che si sporca: sospetto quotidiano, autocensura, risentimento. Non è un’impressione astratta: la stessa intelligence lettone (MIDD) è arrivata a pubblicare indicazioni ai cittadini su come riconoscere possibili sabotatori/spie, segno di un clima di minaccia percepita molto alto.

Qui sta un paradosso tragico: i Baltici non possono ignorare le proprie minoranze, e i rischi temuti sono concreti e plausibili, non paranoici. Ma più cresce il clima di tensione, più aumentano rancori e reazioni identitarie, e più diventa facile alimentare proprio quegli estremismi che si temono. Se una politica pubblica viene vissuta come punizione collettiva (“sei russofono quindi sei sospetto”), la propaganda russa è già a metà dell’opera: una frattura linguistica diventa una frattura di lealtà. Un equilibrio intelligente richiede durezza selettiva contro reti ostili e propaganda, ma anche canali credibili (anche linguistici) che portino i russofoni dentro lo spazio civico baltico invece di spingerli fuori.

La storia si ripete, soprattutto quando la frontiera tra l’Europa e l’impero russo, tra l’Europa e l’unione sovietica, coincide con quella tra Unione Europea/NATO e Russia. E la “frontiera” non è solo una linea sulla mappa, è una condizione permanente. È rete elettrica e indipendenza energetica, leva militare, ma è anche scuola, lingua, media, diritti politici. È il punto in cui la geopolitica diventa amministrazione quotidiana.

I Baltici non possono permettersi ingenuità. Ma non possono permettersi neppure l’errore opposto: trasformare la sicurezza in rancore. Perché, a quel punto, non starebbero più difendendo il confine: starebbero solo preparando il terreno a chi vorrebbe attraversarlo senza sparare un colpo.


Analisi in collaborazione con The Delphi Institute