Back to the future: il ritorno in Europa non è più un tabù
Brexit fallita, America inaffidabile; l’orizzonte torna ad essere oltre-Manica
Le parole pronunciate dal sindaco di Londra Sadiq Khan segnano un passaggio politico che va ben oltre la contingenza. Non si tratta solo di una critica alla politica estera americana, ma di una messa in discussione dell’intero posizionamento strategico del Regno Unito: “gli Stati Uniti non sono più un alleato affidabile, e il futuro britannico — sostiene Khan — non può che passare da un ritorno in Europa”.
Una dichiarazione che, per radicalità e tempismo, rompe un tabù politico ancora fortissimo dopo la Brexit e apre uno scenario che fino a poco tempo fa sarebbe stato considerato impensabile: rientrare nell’Unione Europea senza un nuovo referendum.
La fine dell’illusione atlantica
Per decenni il Regno Unito ha costruito la propria politica estera su un equilibrio delicato tra Europa e Stati Uniti, la cosiddetta special relationship.
Ma oggi quell’equilibrio è saltato e Kahn è il primo a intravedere che quella breccia può diventare una porta.
Le oscillazioni della politica americana, soprattutto sotto la leadership di Donald Trump, hanno incrinato la fiducia in un’alleanza che sembrava intoccabile. Dalle tensioni commerciali alle ambiguità sulla sicurezza europea, fino alle crisi più recenti e la quasi ormai certezza che Washington sia diventata un partner imprevedibile.
Per Londra, che aveva immaginato la Brexit anche come un modo per rafforzare il legame con gli USA, si tratta di un ribaltamento strategico.
Brexit: i numeri di un fallimento
A distanza di anni dall’uscita dall’Unione Europea, i dati ufficiali raccontano una realtà ben diversa da quella promessa dai sostenitori del Leave, compreso Nigel Farage.
Secondo le analisi dell’Office for Budget Responsibility, il commercio britannico ha subito una riduzione stimata intorno al 15% nel lungo periodo rispetto a uno scenario senza Brexit; la produttività risulta penalizzata dalla perdita di integrazione nel mercato unico; gli investimenti esteri hanno rallentato significativamente.
Uno studio della London School of Economics ha inoltre evidenziato l’aumento dei costi di importazione, la riduzione della competitività delle imprese e la contrazione degli scambi soprattutto nei settori manifatturieri.
Anche sul piano occupazionale, la fine della libera circolazione ha prodotto carenze strutturali in settori chiave come sanità, logistica e agricoltura.
Il risultato complessivo è un’economia più fragile, meno dinamica e più esposta agli shock globali.

Un’Isola senza sponde
Il problema, oggi, non è solo economico ma strategico. Oggi Regno Unito si ritrova fuori dall’Unione Europea, con un rapporto meno solido con gli Stati Uniti e privo di un chiaro posizionamento geopolitico.
È in questo vuoto che si inserisce la proposta di Khan, che non è solo economica ma esistenziale: tornare in Europa per evitare di essere schiacciati tra grandi blocchi.
L’ascesa di Farage e il vuoto politico
La radicalità della posizione di Khan va letta anche alla luce del contesto interno.
L’avanzata di Nigel Farage e del suo partito Reform UK rappresenta oggi una delle principali minacce per l’equilibrio politico britannico, inoltre conferma un fenomeno psico-politico globale: l’amnesia degli elettori nei confronti chi prima li conduce verso il baratro e poi si propone di salvarli.
Farage continua a cavalcare una narrazione sovranista e anti-europea, alimentata dal malcontento economico — paradossalmente figlio dell’illusione raccontata dallo stesso Farage a sostegno della Brexit — e dalla sfiducia nelle istituzioni.
Di fronte a questa avanzata, i conservatori appaiono ai minimi storici, privi di una linea chiara e di una leadership autorevole, mentre i laburisti, guidati da Keir Starmer, faticano a proporre una visione forte, risultando spesso percepiti come prudenti fino all’inconsistenza.
In questo scenario, la proposta di Khan si distingue perché rompe la logica difensiva e prova a offrire una direzione politica netta.
Il ritorno in Europa come proposta strategica
Un eventuale rientro del Regno Unito nell’Unione Europea avrebbe implicazioni profonde sia sul piano economico, sia sul versante sicurezza.
Secondo diverse analisi della Commissione Europea e di centri studi indipendenti, il ritorno al mercato unico ridurrebbe le barriere commerciali, aumenterebbe gli investimenti esteri e rilancerebbe la competitività britannica.
Sul pano della sicurezza l’aspetto forse più rilevante riguarda la difesa.
Il Regno Unito rappresenta una delle principali potenze militari europee, un hub strategico per intelligence e logistica e una potenza nucleare.
Il suo rientro rafforzerebbe significativamente la capacità europea di costruire una difesa autonoma, soprattutto in un contesto in cui la dipendenza dagli Stati Uniti appare sempre più incerta.
Allo stesso tempo, Londra beneficerebbe di una maggiore integrazione nei sistemi di sicurezza continentali.
Un bivio storico
Le dichiarazioni di Sadiq Khan non sono soltanto una provocazione politica. Sono il segnale di un passaggio storico.
Il Regno Unito si trova oggi davanti a un bivio: continuare a inseguire una sovranità isolata, sempre più fragile, oppure ridefinire il proprio ruolo tornando al centro del progetto europeo.
Per anni il dibattito sulla Brexit è stato dominato dalla nostalgia o dalla difesa identitaria.
Oggi, invece, si apre una fase diversa: quella della valutazione pragmatica, in UK così come in Islanda, fino a giungere in Canada dove il dibattito su un avvicinamento all’Unione Europea non è più circoscritto ai soli analisti.
Se gli Stati Uniti non sono più un punto di riferimento stabile e se la Brexit ha indebolito il sistema economico britannico, allora la domanda diventa inevitabile: può il Regno Unito permettersi di restare solo?
La risposta, nelle parole di Khan, è chiara.
E proprio per questo, nel panorama politico attuale, appare anche come l’unica proposta capace di ridefinire davvero il futuro del Paese.
La variabile silenziosa: la nuova famiglia reale
In questo passaggio storico così delicato, esiste un attore che tradizionalmente resta sullo sfondo ma che potrebbe giocare un ruolo non irrilevante: la monarchia britannica.
A differenza della linea rigorosamente prudente mantenuta per decenni da Elisabetta II, la nuova generazione della famiglia reale sembra mostrare una sensibilità più marcata, un animo “interventista” verso le grandi questioni globali.
Carlo III, già da principe di Galles, ha costruito una reputazione internazionale come figura attenta ai temi ambientali, alla sostenibilità e al dialogo tra culture. Una postura che, pur restando formalmente nei limiti costituzionali, ha spesso sfiorato una forma di interventismo “morbido”, fatto di prese di posizione simboliche ma significative.
Allo stesso modo, il principe William rappresenta una generazione ancora più esposta e consapevole delle dinamiche globali: dalle questioni climatiche alla sicurezza internazionale e la sua figura incarna un’idea di monarchia meno distante e più connessa alle sfide contemporanee.
In un contesto in cui il Regno Unito è chiamato a ridefinire la propria collocazione strategica — tra il progressivo raffreddamento del rapporto con gli Stati Uniti e il possibile riavvicinamento all’Europa — la monarchia potrebbe svolgere una funzione di stabilizzazione simbolica e orientamento culturale.
Non attraverso interventi diretti nel dibattito politico — che resterebbero incompatibili con il ruolo costituzionale — ma tramite il linguaggio diplomatico, la costruzione di relazioni internazionali e la rappresentazione di una visione di lungo periodo.
In altre parole, mentre la politica appare frammentata tra prudenze e radicalizzazioni, la “nuova” famiglia reale potrebbe contribuire a delineare un orizzonte di senso, accompagnando — anche solo simbolicamente — un eventuale ritorno del Regno Unito al centro del progetto europeo.
Un ruolo sottile, ma non per questo irrilevante. Perché nelle fasi di transizione, spesso, non sono solo le decisioni politiche a contare, ma anche le narrazioni condivise che permettono a un Paese di riconoscersi in una nuova direzione.









