L’attualissimo Homo Europaeus di Denis De Rougemont
Alle prossime politiche voteremo per partiti e candidati nazionali ma in filigrana saremo chiamati a scegliere che tipo di europei vogliamo essere. In un’Unione Europea con la guerra al confine, l’ipotesi di un altro allargamento a Est, il diritto di veto di cui ancora dobbiamo liberarci, la domanda è semplice: esiste un “europeo medio” capace di reggere questa pressione? O l’Europa può contare solo sul meccanismo istituzionale, sempre in cerca di cittadini all’altezza?
Ci aiuterà allora il pensiero di Denis De Rougemont (1906 – 1985), filosofo del federalismo europeo del dopoguerra. Non c’è Europa senza uomo europeo (e donna, ovviamente). Questo è l’assunto di base,l’Homo Europaeus non è solo un cittadino, è anzitutto una persona: un uomo libero e insieme impegnato, un “uomo antinomico che vive nella tensione tra libertà individuale e responsabilità comunitaria”.
Ma attraverso quale storia si è andata formando questa persona europea? È possibile risalire a un “europeo zero” a cui attribuire quei semi che hanno stabilito una costituzione nel modo d’essere dell’individuo moderno europeo?
L’Europa non nasce da un atto fondativo nitido e puntuale, e nemmeno da un territorio determinato a priori, né da un’etnia o da una cultura comune. L’Europa è piuttosto il risultato della storia, di secoli di avvicendamenti e contaminazioni, sistemi politici e religiosi, scontri e ricostruzioni. L’Europa è l’inevitabile futuro, ma anche l’interpretabile passato.
È qui che interviene Denis de Rougemont, svizzero padre putativo del federalismo europeo. Mentre il funzionalismo di Monnet e Schuman punta sull’integrazione economica per generare a caduta una convergenza politica europea, Rougemont insiste che l’ordine inverso sia quello giusto: senza una figura europea, nessuna istituzione potrà reggere.
L’Homo Europaeus è colui/colei che cerca le tre “virtù cardinali” europee: esigenza di verità oggettiva, senso della responsabilità personale, attaccamento alla libertà.
Rivoluzione permanente
Fissato questo quadro morale, poi l’idea è che l’identità europea sia strutturalmente polemica. L’Europa è la prima civiltà che pensa sé stessa in modo dinamico e la storia come una “rivoluzione permanente”. (Si badi bene che parliamo di un filosofo profondamente cattolico, non di un compagno dell’occupazione)
Con la rivoluzione permanente l’Europa concepisce il principio di opposizione al potere quando questo è ingiusto, lo dileggia attraverso la satira, gli ricorda che comunque vada sarà sempre temporaneo. Per noi europei di oggi tutto questo è normale ma il punto è che non esisteva prima, che l’abbiamo inventato noi.
La rivoluzione permanente ha un motore preciso: la coesistenza mai pacificata dei contrari, l’antinomia tra unità e molteplicità, la convivenza di opinioni inevitabilmente diverse. Nature che non si confondono né si separano nemmeno in nome del federalismo, differenze che restano e vengono catalizzate perché il progetto di unità europea non resti impantanato. Suona familiare?
L’Europa non è il luogo della soppressione dei conflitti, ma il laboratorio in cui la tensione culturale viene mantenuta e trasformata in energia creativa.
Per Rougemont, il federalismo è il dispositivo che onora questa struttura necessaria ai cittadini europei, meglio dello Stato-nazione.
Il federalismo che ha in mente non è una ripartizione di competenze, ma una forma di vita: una “unità nella diversità” in cui il popolo europeo che gli Stati nazionali hanno separato possa tornare insieme. Un’esperienza concreta di persone, macro-regioni europee, città continentali, centri di cultura.
Questa è la forza che gli altri non hanno: quando serve l’Europa può cambiare la sua forma.
In mezzo fra sovranismo ed euro-burocratismo, l’Homo Europaeus propone un altro sentiero. Non ridurre il conflitto, ma assumerlo come condizione normale della vita politica, trasformando la tensione tra livelli di governo, identità e interessi in un motore di innovazione istituzionale. In questo senso, la “identità polemica” non è una malattia dell’Europa, è la sua ispirazione principale.
La domanda, oggi, è se l’Unione europea saprà misurarsi esplicitamente con questa eredità. L’agenda parla di trattati, di allargamento, di politiche industriali e di difesa, ma raramente si interroga sul tipo di soggetto che queste istituzioni presuppongono di rappresentare.
Riprendere il filo di Rougemont e dell’Homo Europaeus significa spostare il fuoco: non solo “quale Europa”, ma “quale europeo”. Forse il modo più serio di votare la prossima volta sarà proprio questo: chiedersi quali forze politiche permettono di difendere il diritto di rimanere differenti e la volontà di restare insieme.
Post Scriptum
De Rougemont ha scritto anche “L’Amore e l’Occidente”. Secondo il suo pensiero l’amore-passione fino alla morte, esemplificata dal mito di Tristano e Isotta, non nasce da un sentimento ma da una matrice spirituale che identifica l’amore con la sofferenza e il desiderio con ciò che non può compiersi. L’Occidente avrebbe interiorizzato questo modello, privilegiando l’amore come tensione tragica e consumante rispetto all’amore come durata, fedeltà e costruzione condivisa nel tempo. Per Rougemont, invece, proprio la fedeltà e l’amore che dura sono la vera trasgressione rispetto alla cultura dominante dell’amore-passionale.
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