Astenersi ottimisti. L’operazione militare di Trump in Venezuela non è un progetto democratico

Carmelo Palma
03/01/2026
Frontiere

Durante la presidenza di George W. Bush notizie come quelle che arrivano oggi dal Venezuela avrebbero fatto pensare alla premessa di una sorta di piano Marshall sudamericano, che, come la liberazione dell’Europa dal nazifascismo nel 1945, avrebbe potuto propiziare, con l’estensione dell’area di influenza statunitense, la liberazione e una nuova alba di democrazia per le vittime di un regime di oppressione criminale.

La “dottrina Monroe” 2.0 di Trump

Ma la dottrina neocon che teorizzava l’universalizzazione della libertà politica come nuova dottrina di potenza americana e l’esportazione della democrazia come nuovo principio di ordine globale è l’esatto contrario della dottrina Monroe, che Donald Trump ha riadattato per riportare il sistema delle relazioni internazionali al canone ottocentesco degli equilibri (e degli squilibri) di potenza, con una partizione del mondo in aree di geografica spettanza dei grandi imperi militari.

Che la dottrina neocon si sia infranta contro una realtà che ha smentito molti dei suoi fiduciosi impegni non significa che il suo disegno imperiale non avesse questo segno ambiziosamente occidentalistico in senso ideologico-culturale, cioè quello della creazione di una “società aperta” globale.

Le parole di Trump preludono una proxy USA a Caracas

Che invece quella in corso a Caracas non sia la liberazione di milioni di venezuelani, ma l’insediamento di un regime alleato di Washington e l’istituzione di un protettorato militare americano su uno degli stati con le maggiori riserve petrolifere del mondo è molto più che un sospetto e un’illazione, visto che Trump non ha mai nascosto di considerare l’intero continente americano come una sorta di Russkiy Mir washingtoniano e di ritenere che l’occupazione del Venezuela, non meno che l’annessione della Groenlandia e di Panama, risponda agli interessi americani e dunque renda ipso facto legittimo un intervento militare Usa.

D’altro canto non è un mistero che Trump non abbia mai considerato l’aggressione militare dell’Ucraina un’infrazione del principio della sovranità politica di uno stato democratico, ma al contrario, il risultato di un’inutile provocazione contro la Russia, cioè il sostegno alle ambizioni europee e atlantiche di un Paese povero e inutile per gli interessi americani, collocato nel cuore del mondo post-sovietico e dunque sacrificabile alle pretese di Mosca.

Quando dice che, se lui fosse stato Presidente, la guerra in Ucraina non sarebbe mai scoppiata intende dire esattamente questo: che l’impegno americano sarebbe stato quello di assicurare a Putin di ottenere in poche ore a Kyiv il risultato ottenuto questa notte dagli Usa a Caracas. E nulla esclude – anzi proprio tutto fa pensare – che anche lo scambio tra il Venezuela e l’Ucraina oggi rientri nei piani russo-americani.

L’intervento americano non è (più) sinonimo di liberazione

Trump non ha liberato il Venezuela, se l’è preso con un pretesto risibile, stroncare il traffico della droga, che continuerà tale e quale a prima: il che dimostra come la guerra ibrida Maga non sia meno sfacciata di quella russa. Come possa gestirlo è ancora in dubbio e probabilmente in fieri. Non ci sono dubbi su quel che Trump vorrebbe farne: quel che Putin vorrebbe fare dell’Ucraina. Che il Venezuela di Maduro fosse una dittatura sanguinaria, e l’Ucraina di Zelensky un’eroica democrazia non significa che i progetti di Putin e Trump siano diversi.

Certo, a differenza di quel che si può permettere il suo compare in affari geopolitici di stanza al Cremlino, il Presidente americano rimane imbrigliato da un sistema di vincoli costituzionali (amministrati peraltro da una Corte Suprema più che negligente nei suoi confronti) che gli impediscono di fare tutto ciò che vorrebbe, in patria e all’estero e quindi rendono ancora fortunatamente imperfetto il sistema che, se potesse, istituirebbe di comune accordo con tutti i “grandi” della Terra e i loro volenterosi feudatari.

Ma Trump, come tutti i pericoli pubblici politici, va giudicato per quello che vuole, non per quello che può. Considerarlo un possibile “liberatore”, in Venezuela o altrove, è troppo ottimistico per non essere stupido.