Asfura a Kyiv: il viaggio inaspettato che avvicina il centro America all’Ucraina
Per capire cosa è successo a Kyiv lo scorso venerdì, bisogna partire dalle fotografie, anzi, da una nello specifico. Davanti al muro dei caduti ucraini — quella distesa di volti che ricopre la facciata del memoriale fra Sofiyivska e Mykhailivska Square — un militare deposita una corona di fiori blanca y azul. Sono i colori dell’Honduras. Accanto, in silenzio, c’è Nasry “Tito” Asfura, presidente in carica dal 27 gennaio scorso.
Volodymyr Zelensky, al suo fianco, depone una corona simmetrica gialla e blu. Un minuto di raccoglimento, poi le bandiere e a seguire, le parole.
“Es un importante gesto de respeto hacia nuestro pueblo, que entregó su vida por Ucrania, por la libertad y por la paz” (è un importante gesto di rispetto verso il nostro popolo, che ha dato la vita per l’Ucraina, per la libertà e per la pace), scriverà più tardi Zelensky su X.
L’immagine, in apparenza, è una delle tante che escono dalla Bankova in questi cinque anni di guerra. Le foto di leader stranieri che depongono corone sono diventate, almeno per chi segue gli affari ucraini, un rito di grande valore e rispetto. Eppure, questa fotografia è diversa, e lo è per un motivo che vale la pena dire chiaramente: nessun presidente dell’Honduras, nei trentacinque anni di indipendenza ucraina, aveva mai messo piede a Kyiv.
Capire Nasry Asfura e il cambio di postura honduregno
Per chi non ha familiarità con la politica honduregna, qualche elemento di contesto.
Nasry Asfura, 67 anni, imprenditore edile di Tegucigalpa, di origini palestinesi, soprannominato “Tito” e popolarmente “Papi a la Orden” — appellativo nato negli anni della sua sindacatura sulla capitale honduregna, quando si presentava come l’amministratore che rispondeva ad ogni richiesta di servizio pubblico —, è arrivato alla Casa Presidencial il 27 gennaio 2026.
Lo ha fatto dopo una battaglia elettorale chiusa, contestata, con una società profondamente divisa che in parte ancora non lo riconosce pienamente.
È un presidente di destra del Partido Nacional, ha chiuso quattro anni di governo della sinistra di Xiomara Castro, e ha promesso una lotta frontale contro le maras (gangs) Salvatrucha e Barrio 18, che il governo Trump ha già classificato come organizzazioni terroristiche.
Quel che importa, ai fini di questa storia, è il riposizionamento geopolitico che Asfura sta costruendo. L’Honduras del passato governo aveva tenuto rapporti ambigui con Pechino, era entrato in dialogo con Mosca attraverso canali diplomatici discreti, e si era mosso con cautela su quasi tutti i conflitti internazionali.
Quello di Asfura, invece, ha cambiato passo nel giro di pochi mesi: prima il viaggio a Washington per incontrare Marco Rubio, poi la partecipazione al Forum di Mobilità Climatica di Berlino, e ora — tappa che quasi nessuno si aspettava — Kyiv. “Honduras cree en el diálogo, en la cooperación y en el fortalecimiento de las relaciones entre las naciones” (l’Honduras crede nel dialogo, nella cooperazione e nel rafforzamento delle relazioni tra le nazioni), ha dichiarato Asfura al termine dell’incontro.
Tradotto in linguaggio diplomatico: Tegucigalpa è uscita dalla zona grigia in cui era stata per quasi un decennio, e ha scelto da che parte stare.
Perché Kyiv ci tiene così tanto
L’America Latina è stata storicamente un terreno in cui Mosca ha avuto, e continua ad avere, ben più influenza di Kyiv. Lo si vede nei legami industriali e militari con Venezuela e Cuba, nella diplomazia parallela che attraversa Brasile e Messico, nella penetrazione mediatica di RT en Español, nei tentennamenti di molti governi del continente sull’aggressione russa. A tal proposito, l’arrivo in Ucraina del presidente di un paese centroamericano alleato di Washington è una notizia che riguarda l’intero subcontinente. Per Zelensky non è solo Asfura che entra in Ucraina: è l’America Latina che, finalmente, comincia a guardare oltre Mosca.
Cosa hanno deciso davvero i due leader
Lasciamo per un momento il piano simbolico e andiamo alla sostanza. I due presidenti hanno aperto un’agenda concreta su quattro direttrici, ed è qui che la visita rivela il suo lato più interessante.
Primo, tecnologia agricola: l’Ucraina resta una delle grandi potenze cerealicole del pianeta, e l’Honduras vuole accedere a quelle competenze per aumentare la produttività di un settore primario che resta cruciale per l’occupazione interna.
Secondo, droni. Zelensky ha menzionato esplicitamente la disponibilità ucraina a fornire droni navali e tecnologie di intelligence per il controllo delle zone di frontiera — un dettaglio che per Asfura, alle prese con il narcotraffico e con le maras, vale moltissimo, anzi, oro.
Terzo, digitalizzazione: l’Honduras ha mostrato interesse a importare l’esperienza ucraina sulla piattaforma Diia, l’app che ha rivoluzionato i servizi pubblici della capitale Ucraina.
Quarto, istruzione superiore e infrastrutture: cooperazione in formato classico, ma estesa.
C’è un sottotesto, in questa lista, che merita di essere segnalato e sottolineato più e volte. L’Ucraina, paese in guerra da cinque anni, sta vendendo qualcosa che vale più del grano e dei droni: sta vendendo il proprio sapere bellico e civile a paesi che cercano modelli replicabili.
È, in piccolo, l’embrione di una rete latino-americana filo-ucraina che a Mosca non può che destare preoccupazione.
L’inevitabile frecciatina a Trump
Resta un punto, e tanto vale dirlo apertamente. Se può andare a Kyiv il presidente di un piccolo paese centroamericano — con un debito pubblico al 45 per cento del PIL, con uno stato di emergenza permanente contro le bande, con risorse logistiche e di sicurezza limitatissime —, allora la domanda è inevitabile: perché non può farlo Donald Trump?
Il presidente degli Stati Uniti, che si è presentato come il grande mediatore del conflitto e ha promesso di chiuderlo “in ventiquattr’ore”, non ha ancora messo piede a Kyiv dal ritorno alla Casa Bianca.
Di sicuro Asfura non passerà alla storia come uno dei grandi statisti di questo secolo, e probabilmente nemmeno come uno dei presidenti più rilevanti del proprio paese.
Ma il 19 giugno 2026 ha scritto la storia, dimostrando che la solidarietà con l’Ucraina non è una questione di taglia. Si può fare dall’Europa, si può fare dagli Stati Uniti, si può fare da Tegucigalpa.
Insomma, volere è potere.









