Le arti che spiegano i conflitti: a 30 anni dall’Accordo di Dayton
Sono passati trent’anni dall‘accordo di Dayton che mise fine alla guerra dei Balcani dei primi anni Novanta. Proprio in quel conflitto le arti occuparono un ruolo fondamentale sia nel diffondere l’ideologia d’aggressione sia nell’opposizione ad essa; musica e arti visive, infatti, diventarono veicolo di identità nazionali, etniche e religiose che i guerrafondai utilizzarono per rimarcare le differenze tra il ‘noi’ e il ‘loro’. Per gli abitanti di Sarajevo rimasti intrappolati in un lunghissimo assedio (1992-96), invece, le arti rappresentarono un veicolo di protesta, un fattore d’unione in funzione antinazionalista e un mezzo di resistenza attiva.
Per capirne di più torniamo alla fine degli anni Ottanta.
L’URSS sta crollando, Tito se n’é andato da tempo e nei Balcani c’è voglia di autonomia ma il presidente serbo Slobodan Milošević, ultimo residuo del vecchio apparato comunista nella regione, spinge per la formazione di una grande Serbia dalle ceneri iugoslave con il supporto della chiesa ortodossa.
Mentre la Slovenia si defila sotto l’egida tedesca, Croazia e Bosnia Herzegovina – a maggioranza cattolica la prima, musulmana la seconda – si trovano in una situazione più critica perchè hanno entrambe minoranze serbe sul proprio territorio. Optano entrambe per l’indipendenza mediante referendum ma cosi’ facendo si attirano le ire della Serbia che muove loro guerra; seguono sanzioni internazionali e isolamento per Belgrado. A quel punto, Milošević e le gerarchie ecclesiastiche ortodosse hanno buon gioco nel ritrarre i serbi come maltrattati dalla storia e sottomessi nel corso dei secoli; il popolo, dicono entrambi, deve trovare la propria riscossa.
L’antifona si era gia’ capita nel giugno 1989, in occasione della commemorazione pubblica della battaglia di Kosovo Polje/Gazimestan avvenuta seicento anni prima. La sconfitta cui seguì la dominazione ottomana sui Balcani, dice Milošević, venne causata dalla discordia interna e dal tradimento che hanno indebolito la nostra lotta di difesa. Oggi, con la potenziale frantumazione della federazione jugoslava, nuove battaglie – forse anche armate – appaiono all’orizzonte e per fronteggiarle bisogna rimanere uniti perche’ rischiamo l’annientamento.
“Ci sarà quindi bisogno di unità, del coraggio e dell’eroismo che avevano contraddistinto gli eroi della battaglia del Kosovo” Ora, a qualcuno queste frasi sembreranno innocue ma vengono pronunciate in un periodo in cui l’autonomia del Kosovo è stata appena ridotta d’autorità , con scontri violenti tra gli albanesi e le forze di polizia; l’intera regione sta tornando in balia dei nazionalismi.
Per giunta, nel corso degli anni Ottanta il mito del sacrificio serbo-cristiano per il Kosovo era riemerso con forza nella letteratura: a Milošević non resta che approfittarne in chiave politico-ideologica. E’ sotto questa luce che le sue parole vanno considerate esplosive, ed infatti galvanizza le centinaia di migliaia di partecipanti serbi mentre viene avvertito come una minaccia da tutti gli altri. Insomma, con questo discorso Milošević accatasta e lascia scoperto un cumulo di combustibile fissile, certo che un neutrone lo colpirà di lì a poco.
Il mito della “Serbia maltrattata”
Piu’ in generale, il tema dei serbi come di un popolo in sofferenza era noto e condiviso da secoli: la tradizione poetica nata dalla sconfitta in Kosovo l’aveva reso una costante dell’immaginario nazionale, con i propri eroi e leggende.
Queste chanson de geste balcaniche cantavano la morte in battaglia del duca Lazar che al dominio terreno aveva preferito quello spirituale, trasformando così la sconfitta contro gli ottomani in una vittoria eterna; e quella di Miloš Obilić, il combattente che secondo la leggenda si infiltrò nel campo avverso per uccidere il sultano. Tutto questo aveva costituito la base della cultura popolare per secoli, villaggio dopo villaggio, attraverso le voci dei cantastorie. L’uso di canzoni e ballate per tenere viva l’identità del popolo ritornò nuovamente in voga nel corso dell’Ottocento, quando la lotta di liberazione dagli imperi prese forma: dava la carica parimenti a contadini analfabeti e a masse urbane, oltreche’ innalzare la morale dei combattenti e sostenerne il sacrificio.
Inoltre, fornì spunti per opere più complesse: il Serto della montagna di Petar Petrović-Njegoš, considerato il capolavoro poetico e teatrale della letteratura montenegrina, rielabora il tema della riconquista del Kosovo dalle mani musulmane proprio sulla base di quel repertorio; condizionandone la liberazione nazionale alla pulizia etnica dell’avversario, facendo perno su un’ideale di una società chiusa e anti-moderna. Appare chiaro, quindi, che il discorso di Milošević presenta vari livelli di lettura: alle orecchie serbe del tempo ricorda temi familiari, con toni di revanscismo.
Il turbo-folk nazionalista serbo
Insomma, al movimento nazionalista dei primi anni Novanta non serve altro che facilitare il recepimento di queste credenze, miti e simboli attraverso una grammatica contemporanea. Da qui, oltre che da esigenze meramente economiche del mercato discografico, arriva l’esplosione del turbo-folk, ossia di canzoncine musicalmente semplici ma popolarissime perché riprendono gli stessi refrain di morte al nemico e fuoco ai suoi villaggi che tutti conoscono a memoria. Si ascoltano ovunque e i loro esecutori vengono mandati a esibirsi al fronte per sostenere il morale delle truppe come nel caso di Simonida Stanković, cantante e figlia del pittore ultra-nazionalista Milić od Mačve.
Quando un’altra interprete, ‘Tsetsa’ Veličković, sposa il leader di una formazione paramilitare serba finanziata dallo stato che fa strage di civili inermi, Arkan, i media di regime parlano di un’unione divina simbolo della riconquista ortodossa dei Balcani. Ma non si canta solo di moschee in fiamme e musulmani trucidati o cacciati: ogni gruppo etnico ha le proprie. Sulle frequenze delle stazioni radio bosniache passano i loro equivalenti di colore politico opposto, con brani che glorificano i signori della guerra locali e sognano minareti ovunque; Louise Branson del San Francisco Gate ricorda la hit su “zia Fata”, musulmana di Sarajevo, che per difendere il suo quartiere lancia le granate lasciatele in eredità dal figlio morto.
Insomma, il turbo-folk ha avuto una valenza sociologica importante perché è servito a tenere la società tribalizzata attraverso forme e linguaggi di facile presa: era perfetto per il popolo da mandare a combattere in formazioni volontarie o presunte tali. Inoltre, agganciandosi alla tradizione delle ballate ha rinforzato e diffuso le ideologie estremiste elaborate dalle elites politiche. Serviva ai politici serbi per diffondere il proprio messaggio, ossia “sterminiamo il nemico prima di venire uccisi noi stessi com’è già accaduto in passato”, e a tutti gli altri per contrattaccare.
Il folk come elemento della poetica tradizionale serba
Se la musica di cui sopra è artisticamente scadente, il folk rientra nelle arti visive serbe con un risvolto molto più intellettuale. Alle correnti internazionali dell’arte contemporanea un gruppo di pittori di estrazione sciovinista e vicino all’elite politica contrappone una poetica della tradizione basata si’ sulle leggende e i miti di cui sopra; ma inserite in una miscela di cristianesimo, esoterismo, fantasy ed erotismo con qualche dose di retorica antisemita. Si rinforza ed espande così una vena già apparsa in superficie negli anni Sessanta per opera di Milić od Mačve, esponente di un simbolismo rurale e manicheo che dipingeva il popolo serbo come garante del destino dell’Europa nel proprio ruolo di guardia dei suoi confini.
Nel gruppo c’e’ Dragoš Kalajić, scrittore e ideologo oltreche’ artista, che divenne poi senatore della Repubblica serba di BH e co-fondatore di un’importante rivista geopolitica del paese. Nella sua serie del 1993 ”Ritratti di nazioni europee” propone un contrasto tra guerrieri ariani pronti per la conquista e il nichilismo agnostico e remissivo del nostro continente, per lui a rischio di decadenza.

Un altro sospeso tra archetipi neo-futuristi e fede e’ Željko Tonšić, cattolico ma interessato all’occultismo, apprezzato seguace dei preraffaelliti. In un suo dipinto del 1994 rielabora il mito di Marko – un leggendario principe abbandonato in fasce nella foresta che diventa cavaliere e protettore dei serbi – e della ninfa Raviolja in chiave erotica: lui forte e prestante, lei nuda e pronta a concedersi in un’ambientazione da film di fantascienza.
Ebbene, puntando al contrasto tra il lato mistico e quello emotivo della cultura popolare serba, queste e altre opere di autori della stessa risma dividono il pubblico attirandosi anche ironie e critiche; ma rappresentano il mainstream di quegli anni. Come ha spiegato Erić Zoran, l’attualizzazione di questi discorsi rinforza l’apparato ideologico serbo di chi vuole il conflitto; chi si accoda, si direbbe, lo fa per mera politica piu’ che per ragioni estetiche.
L’espressione artistica dell’identità nazionale non va indagata nella modernità
Cio’ che questi pittori e i loro danti causa vogliono lasciar intendere è che l’espressione artistica dell’identita’ nazionale non va indagata nella modernita’: trova invece le sue basi nel passato, piu’ leggendario che storico, e in una versione popolare e terragna. E’ pura reazione.

Ma come interpretare il connubio fra tradizione e sensualità?
Lo storico dell’arte Branislav Dimitrijević ha spiegato che l’unire nel medesimo discorso il mito con le presunte predisposizioni spirituali e fisiche del popolo serbo va visto in un senso propedeutico all’azione da guerra. L’altrettanto presunta potente sessualità dei serbi emerge come riflesso del tema del blut und boden ossia di un unità nazionale simbolizzata dal sangue con la terra di appartenenza. Si tratta di una visione di estrema destra divisiva e antidemocratica; e in effetti gli artisti di questo filone si ispirano a Ernst Junger, Rene’ Guenon, Alexander Dugin e a Julius Evola, dei quali diffondono gli scritti e le idee e se ne fanno interpreti.
Se questa impostazione ideologica raffazzonata venga fatta e mediatizzata a tavolino è difficile dire. Va notato, però, che il combinato disposto di canzonette ultranazionaliste, arte agli steroidi e ideologi-patrioti-cum-presentatori-populisti ruota attorno ad un’emittente televisiva, TV Palma, che peraltro li fa seguire in tarda serata da film porno: cosa può esserci di meglio, in fondo, per risvegliare le pulsioni sessuali degli spettatori? (L’emittente, peraltro, spari’ dopo la caduta di Milošević; un’altra simile, TV Pink, e’ ancora in onda).
E chi non si adegua deve trovarsi spazi alternativi: il collettivo Škart, ad esempio, si oppone per mezzo di performance sulla radio indipendente B92, poster affissi per le strade anche fuori da Belgrado. Altri optano per il cosiddetto ”active escapism”, ossia si allontanano polemicamente dal discorso pubblico e dai mass-media.
L’arte che prolifera in guerra
Mentre a Belgrado l’etnonazionalismo e’ molto presente nel discorso pubblico, durante l’assedio di Sarajevo succede qualcosa di sorprendente: tra esplosioni, distruzione, scarsita’ di cibo e servizi essenziali vennero organizzati centinaia di spettacoli, concerti e mostre. Centri d’arte come l’ Obala organizzano proiezioni cinematografiche e rassegne; radio ZID trasmette show d’intrattenimento intelligente d’ispirazione cosmopolita, ospitando artisti e cineasti; il teatro Kamerni 55 rimane aperto mentre un nuovo ente, il SARTR, apre i battenti; e si prova addirittura a dar vita ad un museo d’arte contemporanea, l’Ars Aevi – in breve, non esattamente quello che ci si aspetterebbe da una citta’ martoriata dalla guerra.
Guardando indietro, sono in molti a dire che furono le arti a sostenere psicologicamente i cittadini di Sarajevo in un periodo tragico, unendo chi era rimasto a dispetto delle proprie origini.
L’unico antidoto alla tribalizzazione è forte consapevolezza di sè
Per concludere, nei conflitti aventi anche un carattere etnico i regimi e i gruppi di pressione che li istigano si avvalgano di catalizzatori. Le arti si prestano allo scopo in quanto presenza costante nella vita delle persone ed attengono sia alla loro sfera razionale sia a quella emotiva; e quando i temi che veicolano sono ripresi da leggende, storie e miti condivisi la loro capacità d’attrazione aumenta esponenzialmente.
Il confine tra il credibile e l’incredibile si assottiglia, e anche le falsità più evidenti si solidificano: spingono alla credulità acritica, alla sudditanza e di conseguenza alla tribalizzazione. L’antidoto a tutto questo é una società coesa e consapevole della propria identita’ collettiva: il caso di Sarajevo ci ha insegnato che questo è possibile. Dovremmo tenerne conto, soprattutto di questi tempi.








