Artemis II e quella passione degli astronauti per i messaggi cristiani

Artemis II astronauti messaggi cristiani
Emanuele Pinelli
06/04/2026
Radici

All’alba del giorno di Pasqua, la navicella Artemis II si trovava a più di 330.000 km dal nostro pianeta di origine.

Stava uscendo proprio in quelle ore dalla zona in cui i collegamenti satellitari sono garantiti dal Near Space Network per entrare nella zona in cui devono servirsi del Deep Space Network (che, a sua volta, smetterà di funzionare quando il velivolo girerà dietro la Luna).

L’equipaggio – composto dagli americani Christina Koch, Victor Glover e Reid Wiseman e dal canadese Jeremy Hansen – poteva perciò contare su una comunicazione con la Terra piuttosto fluida, con un ritardo inferiore ai due secondi.

Così, nel corso di una conferenza stampa, un giornalista ha chiesto a Victor Glover: “Ho una domanda per te. L’equipaggio dell’Apollo 8 fece una memorabile lettura della Genesi per la vigilia di Natale. Avete un messaggio che vorreste condividere dallo spazio in occasione della Domenica di Pasqua?“.

Il primo afroamericano impegnato in una missione lunare, colto alla sprovvista, ha improvvisato sul momento una risposta che non poteva essere più sincera.

«Sa, non ho nulla di preparato. Io… io… ehm… sono contento che lei abbia tirato fuori questo argomento, però. Penso che queste ricorrenze siano importanti, e mentre siamo così lontani dalla Terra e guardiamo indietro, verso la bellezza della creazione, credo che…
Per me, una delle prospettive personali più significative che ho quassù è che riesco davvero a vedere la Terra come un’unica cosa. E, sa, quando leggo la Bibbia e guardo tutte le meraviglie che sono state create per noi, è… voi avete questo posto incredibile, questa astronave. Ci state parlando perché noi siamo su un’astronave molto lontana dalla Terra, ma voi siete su un’astronave che si chiama Terra, creata per darci un posto dove vivere nell’universo, nel cosmo.

Penso che forse la distanza che ci separa da voi vi faccia pensare che quello che facciamo noi sia speciale, ma noi siamo alla stessa distanza da voi, e sto cercando di dirvi: fidatevi di me, anche voi siete speciali. In tutto questo vuoto, in questo grosso mucchio di nulla che chiamiamo universo, voi avete questa oasi, questo luogo meraviglioso in cui possiamo esistere insieme.

Credo che, entrando nella Domenica di Pasqua e pensando a tutte le culture in tutto il mondo, che la celebriate o no, che crediate in Dio o no, questa sia un’opportunità per ricordarci dove siamo, chi siamo, e che siamo tutti la stessa cosa. E che dobbiamo superare tutto questo insieme.»

Nel corso della giornata di domenica, Jeremy Hansen ha poi inviato alla Terra un augurio di buona Pasqua più studiato e istituzionale, ma non per questo meno interessante:

«Stavamo parlando tra noi quassù come equipaggio», ha detto, «e volevamo inviare un messaggio speciale per questa Pasqua. E indipendentemente dalla vostra fede o religione, per me gli insegnamenti di Gesù sono sempre stati una verità semplice: l’amore. Un amore universale. Amate voi stessi e amate gli altri.

E per noi, essendo qui sopra e guardandovi tutti attraverso un piccolo finestrino… questo concetto risuona al 100% vero. E il nostro obiettivo come umanità dovrebbe essere semplicemente seguire quell’esempio.»

La comunione di Aldrin e le icone russe


La religiosità degli astronauti, però, è tutto fuorché una novità.

L’episodio avvenuto a bordo dell’Apollo 8 durante la vigilia di Natale 1968, quando i tre membri dell’equipaggio si alternarono nella lettura delle prime pagine della Bibbia che narrano la Creazione, è soltanto il più noto.

Peraltro fu un gesto talmente solenne e talmente sentito che sulla Terra sollevò un polverone: un’associazione di atei militanti denunciò la Nasa per la presunta violazione del primo emendamento, quello che vieta agli Stati Uniti di adottare una religione ufficiale.

Pare che proprio per questo Buzz Aldrin non fece sapere a nessuno – se non a Neil Armstrong che gli era accanto – che appena atterrato sulla Luna aveva fatto la Comunione, secondo il rito della chiesa presbiteriana alla quale apparteneva. Aveva anche versato sul suolo lunare alcune gocce del vino eucaristico, che è stato quindi il primo liquido terrestre mai sparso sul nostro satellite.

Questi scrupoli di pudore e di segretezza, che anche gli astronauti della Artemis II hanno rispettato alludendo alla Pasqua come occasione di unità fra tutti gli uomini e a Gesù come maestro di un amore universale, sono ovviamente ignoti e incomprensibili ai cosmonauti russi.
Le icone sacre nel modulo russo della Stazione Spaziale Internazionale, con gli anni, sono diventate un meme e sono state persino oggetto di uno studio antropologico.

L’amor che move il sole e le altre stelle

Del resto, cosa c’è da stupirsi? Il viaggio spaziale è una delle esperienze più pericolose che un essere umano possa vivere: il minimo errore di distrazione può causare la morte, e un incidente può sempre capitare anche a prescindere dagli errori umani.
Sentirsi “nelle mani di Dio” e con la vita appesa a un filo, e sentirsi grati per ogni singolo minuto in cui è andato tutto liscio, finché si è lassù, è naturale.

D’altro canto, il viaggio spaziale è anche un’immersione nella vastità e nella meraviglia del cosmo, così sconvolgente che da quaggiù non riusciamo neanche a immaginarla.
Se c’è qualcosa che spinge di sicuro a farsi domande su qual è la causa prima e forse anche il fine ultimo dell’esistenza, è proprio una decina di giorni trascorsa nel vuoto cosmico, a guardare da un vetro i corpi celesti faccia a faccia e senza più il filtro dell’atmosfera.

Ma il sentimento che oggi provano gli astronauti, aiutati da una buona scarica di adrenalina, l’hanno provato in generale gli astronomi, attraverso quasi tutto l’arco della storia dell’astronomia.

Keplero disseminava i suoi scritti di inni a Dio, intendendo lo studio del cielo come una lode e un avvicinamento al suo creatore. Gli interessi mistici e spirituali di Newton sono ben documentati.
Fu un reverendo anglicano, John Michell, a ipotizzare per primo l’esistenza di quelli che oggi chiamiamo “buchi neri”, mentre quello che è stato scherzosamente ribattezzato “Big Bang” fu un’intuizione del prete belga Georges Lemaître.

Volendo invece andare più a ritroso di Keplero, la figura dell’umanista ecclesiastico che si specializza nell’astronomia – a quell’epoca inseparabile dall’astrologia – domina incontrastata: Copernico, Cristoforo Clavio, Tycho Brahe e Nicola Cusano sono alcuni degli esempi più noti.

Se poi vogliamo far risalire gli albori di questa scienza ai magistri francescani, e prima ancora ai musulmani di Persia, e prima ancora alla setta pitagorica in Grecia e prima ancora ai sacerdoti babilonesi, l’intreccio tra studio delle stelle e senso intimo del sacro ci apparirà più stretto ad ogni passo indietro che faremo.
 
Lo stesso Galileo, che ebbe col papato i problemi che sappiamo, dava per scontato che la natura fosse un libro di cui Dio era l’autore e fosse sottoposta a leggi che provenivano da un legislatore.

Piccoli ma decisivi

Certo, nell’ultimo secolo la vita concreta dell’astrofisico ha perso – a fin di bene – molto di quello slancio eroico, di quella fame di scoperta e di quell’approdo alla ricerca sui misteri più profondi dell’esistenza che la connotavano in origine.

Oggi soltanto l’adrenalina del viaggio spaziale può, forse, riaccendere in pochissimi eletti un senso di elevazione verso il divino e di comprensione della piccolezza dell’uomo, unita però alla consapevolezza che l’uomo, nel suo piccolo, è capace di spingersi fino alla Luna e oltre, migliorandosi incessantemente.

La bellezza delle parole di Glover sta proprio in questo: è vero, l’universo è sconfinato, ma sarebbe uno sconfinato deserto, un “grosso mucchio di nulla”, se non ci fossimo noi a dargli un significato.

I corpi celesti, di per sé, non vogliono dire niente, non sanno niente su loro stessi e non valgono niente per nessuno. Eccetto alcuni pianetucoli abitati, disseminati a milioni di anni di viaggio l’uno dall’altro, l’universo è una desolazione vuota a cui non farebbe alcuna differenza se smettesse di esistere.

Non è vero che l’immensità dell’universo ci dimostra che non valiamo niente. L’immensità dell’universo ci dimostra che valiamo tutto.

E non sta scritto da nessuna parte che sia da persone “più sagge”, “più mature”, “più equilibrate” o “più aperte di mente” convincerci che non valiamo niente.

“Credetemi, voi siete speciali” ci ha detto un astronauta nel giorno di Pasqua mentre sfrecciava a 330.000 km dalla Terra.

Il senso originario del sapere astronomico, nella civiltà cristiana che gli ha fatto ottenere i suoi più straordinari progressi, era questo.