Pace in Armenia. Il ritorno del grano più forte dell’orgoglio
L’8 agosto 2025, un conflitto che andava avanti da più di 35 anni — il seguito di una faida vecchia di millenni — ha fatto timidamente capolinea nelle news di tutti i giorni: Donald Trump, seduto insieme ai presidenti di Armenia e Azerbaigian a Washington, che faceva da mediatore per un accordo di pace in questo lungo conflitto.
L’accordo ha ricevuto molte critiche: in molti, soprattutto sul web, lo hanno definito una resa che avallava l’offensiva azera nel Nagorno-Karabakh e legittimava quella che molti non hanno esitato a definire pulizia etnica degli oltre 100.000 armeni che abitavano la regione, da secoli. Unito al fardello che il popolo armeno si porta da un secolo, ovvero il genocidio di un milione dei suoi membri, nel quadro dello sterminio delle minoranze cristiane dell’impero ottomano. Molti hanno storto il naso davanti al trattato, alla cerimonia davanti alle telecamere, per quella che loro consideravano una amara resa.
La situazione militare dell’Armenia era diventata insostenibile.
Il confine con la Turchia chiuso dal 1993, poco dopo l’indipendenza dall’URSS. E già dal 1988, il sanguinoso conflitto con l’Azerbaigian, che aveva ovviamente anch’esso chiuso le frontiere. L’Armenia riusciva a garantire la sua sopravvivenza tramite un confine con la Georgia e con la protezione russa, alleata degli armeni da secoli (sicuramente più per mire espansionistiche che per sincero sentimento).
Erevan non ha comunque vissuto in piena solitudine: ha intrapreso fitti commerci con l’Iran via terra, e ha goduto dell’affaccio sul Mar Nero tramite la Georgia. Ma l’assenza di porti propri, i confini chiusi con Turchia e Azerbaigian e le infrastrutture limitate sul lato iraniano la rendono un paese molto fragile dal punto di vista logistico, e dipendente in maniera determinante dai paesi esterni: ostilità o un cambio di politica da parte della Georgia o dell’Iran la renderebbero totalmente accerchiata. Un vero e proprio incubo.
L’Armenia non si è mai avvicinata troppo all’occidente proprio per non compromettere i rapporti con Mosca, ma nel 2023 la situazione è precipitata nel caos: il contingente armato russo che faceva da garante per la pace nel Nagorno-Karabakh ha disatteso le promesse e non ha fatto niente per ostacolare l‘offensiva azera che ha portato alla conquista della regione e all’espulsione quasi totale degli armeni lì presenti. Sicuramente è correlata l’erosione della forza militare russa per lo sforzo bellico russo in Ucraina, evento che ha indebolito la CSTO. Non solo: la perdita della Russia come alleato ha spalancato le porte agli Stati Uniti, e quindi al mondo occidentale. La firma dell’accordo di pace alla Casa Bianca è stata un messaggio chiarissimo anche a livello di significato.
E quella che molti hanno visto come una resa agli odiati e storici avversari sta cominciando ad avere dei risvolti positivi. Dal confine con l’Azerbaigian, chiuso da decenni, hanno ricominciato a transitare le merci.
Il ritorno del grano: la sopravvivenza vale più dell’orgoglio
Il 4 novembre, il ministro dell’economia armeno Gevorg Papoyan ha dichiarato che il fondamentale grano proveniente dalla Russia sarebbe stato trasportato in Armenia attraverso l’Azerbaigian (e la Georgia). Non accadeva da più di tre decenni. Per un paese senza sbocco sul mare, due confini chiusi e infrastrutture limitate verso l’Iran, è una rivoluzione.
L’accordo con l’Azerbaigian era sfavorevole militarmente e socialmente per gli armeni. Sicuramente.
Qualcuno chiede agli armeni di andare a festeggiare con gli azeri mano nella mano in un campo di fiori, magari con i turchi a completare il quadro? Nessuno, assolutamente. Nessuno in Armenia ha dimenticato il Karabakh. Nessuna tregua cancella le umiliazioni, gli esodi, i cimiteri.
Ma la geografia non è un’opinione. A volte è più importante sopravvivere, che salvare l’orgoglio.
Il patriottismo non riempie i magazzini. Il grano, sì.









