Apologia delle preferenze nelle elezioni politiche

Donatello D'Andrea
02/07/2026
Poteri

Lo Stabilicum, la riforma elettorale depositata dal centrodestra e arrivata in Aula alla Camera il 26 giugno 2026, ha un filo conduttore che nessun comunicato ufficiale dichiara apertamente: conferma i listini bloccati ed elimina le preferenze. L’elettore segna un simbolo. Nient’altro. Chi siede in Parlamento lo decide la segreteria prima dell’apertura delle urne. È una scelta che merita di essere analizzata nelle sue implicazioni strutturali, non solo nelle sue convenienze politiche immediate.


Dalla Prima alla Seconda Repubblica: una storia di progressiva sottrazione


La Repubblica italiana è nata con un sistema proporzionale puro e con le preferenze. L’elettore sceglieva il partito e indicava i propri candidati in lista. Era un sistema che produceva instabilità governativa, ma garantiva un principio che la scienza politica considera fondamentale nella teoria della rappresentanza: il mandato era personale, verificabile e revocabile. Il parlamentare doveva conquistarsi i voti davanti ai propri elettori e rispondeva del proprio operato non soltanto al partito ma a una base elettorale identificabile.


La svolta arriva nel 1993 con il referendum che cancella le preferenze multiple. Il Mattarellum introduce i collegi uninominali, restituendo una forma di accountability territoriale diretta: il candidato è uno, il confronto è pubblico, il legame con il territorio è strutturale. Produce alternanza di governo e funziona per un ciclo elettorale. Poi viene smontato. Il Porcellum del 2005 introduce i listini bloccati integrali, che la Corte Costituzionale boccia nel 2014 con la sentenza n. 1, censurando esplicitamente le liste bloccate troppo lunghe come lesive del principio di rappresentanza. L’Italicum del 2015 prova a correggere il tiro ma viene anch’esso parzialmente demolito dalla Consulta nel 2017. Il Rosatellum del 2017 è un sistema misto con liste bloccate per i due terzi dei seggi. Lo Stabilicum cancella anche i collegi uninominali. Si completa così un processo trentennale di progressiva sottrazione della scelta individuale dall’atto elettorale.


Il nodo strutturale: accountability e qualità della rappresentanza


Il dibattito sulle preferenze viene quasi sempre ridotto a una contrapposizione tra stabilità e rappresentanza, come se fossero variabili necessariamente in tensione. È una semplificazione che la letteratura politologica non supporta. Il problema che i listini bloccati integrali producono non è solo di principio democratico: è di qualità della rappresentanza nel senso più tecnico del termine.
La teoria dell’agenzia applicata ai sistemi parlamentari identifica il problema centrale delle democrazie rappresentative nel rapporto tra principale, il cittadino, e agente, il parlamentare: il principale delega all’agente la funzione di rappresentanza, ma non dispone di meccanismi sufficienti per verificare se l’agente stia agendo nell’interesse del principale o del proprio. I listini bloccati aggravano strutturalmente questo problema perché eliminano uno dei pochi meccanismi di controllo diretto disponibili all’elettore: la possibilità di premiare un candidato che ha lavorato bene e di punirne uno che ha deluso, indipendentemente dalla posizione che la segreteria gli ha assegnato in lista.
Un parlamentare eletto con le preferenze ha due principali a cui risponde: il partito e gli elettori. Un parlamentare paracadutato in posizione utile da una lista bloccata ha un solo principale effettivo: chi prepara le liste. Questa non è una distinzione marginale: produce due tipi di comportamento parlamentare strutturalmente diversi, e la scienza politica comparata ha documentato estensivamente come i sistemi con preferenze tendano a produrre parlamentari più autonomi, più radicati territorialmente e più sensibili alle preferenze degli elettori su temi specifici, indipendentemente dalla linea del partito.


Il paradosso dello Stabilicum


Perché lo Stabilicum non prevede le preferenze? Non per una visione, ma per tenere insieme partiti che su questo punto la pensano in modo opposto. Il prezzo, però, lo paga il principio. La Lega è contraria alle preferenze, Fratelli d’Italia e la stessa Meloni le avevano storicamente sostenute. L’assenza delle preferenze nel testo non è una scelta politica coerente: è un compromesso interno alla maggioranza che scarica il costo sul rapporto tra cittadini e istituzioni.
Oltre cento costituzionalisti hanno già segnalato profili critici sullo Stabilicum. Il punto che la Consulta ha fissato è chiaro: prima della stabilità viene la rappresentanza, che non può essere compressa oltre misura. Una riforma che nasce già con questo debito di legittimità rischia di produrre esattamente l’instabilità che dichiara di voler combattere.
L’argomento più comune contro le preferenze è che frammentino i partiti e indeboliscano la disciplina di voto parlamentare. È un argomento che confonde causa ed effetto. I governi italiani della Prima Repubblica non cadevano perché i parlamentari erano eletti con le preferenze: cadevano perché i meccanismi istituzionali di fiducia rendevano le crisi convenienti. La comparazione internazionale non supporta la correlazione tra preferenze e instabilità: Germania, Svezia, Finlandia, Danimarca hanno sistemi con preferenze di lista e livelli di stabilità governativa strutturalmente superiori a quelli italiani del dopoguerra. La stabilità dipende da altre tre variabili: una soglia di sbarramento più alta, che riduce la frammentazione parlamentare; la sfiducia costruttiva, sul modello tedesco, che rende le crisi di governo costose per tutti gli attori; e la qualità dell’organizzazione interna dei partiti.




La preferenza come istituzione


Quest’ultimo punto tocca un nodo che in Italia non viene mai affrontato con la necessaria chiarezza. L’articolo 49 della Costituzione stabilisce che i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale. La norma è rimasta inattuata sul piano della disciplina interna: i partiti italiani sono ancora oggi, sul piano giuridico, associazioni di fatto regolate dal codice civile esattamente come un circolo ricreativo, senza obblighi verificabili di democraticità interna né meccanismi vincolanti di accountability verso i propri iscritti. Il decreto legislativo 149 del 2013 ha introdotto requisiti minimi di statuto come condizione per il finanziamento pubblico indiretto, ma si tratta di requisiti formali che non incidono sulla struttura effettiva del potere interno.


Un partito che seleziona i candidati in modo trasparente, con primarie regolate da statuto e controllabili dagli iscritti, produce parlamentari con un legame diretto con la propria base. Un partito che seleziona i candidati in modo opaco, attraverso decisioni di vertice non soggette a nessun controllo, produce parlamentari dipendenti dal leader. Le preferenze, in questo secondo tipo di partito, possono effettivamente generare dinamiche di correntizia incontrollata. Ma la soluzione non è eliminare le preferenze: è riformare la struttura giuridica dei partiti, rendendo vincolante quel “metodo democratico” che la Costituzione enuncia e che non è mai stato tradotto in obblighi concreti. Un sistema con preferenze e partiti giuridicamente strutturati produce accountability in entrambe le direzioni: verso gli elettori attraverso il voto di preferenza, verso gli iscritti attraverso le regole democratiche interne.


La preferenza non è un dettaglio tecnico del sistema elettorale. È un’istituzione nel senso che la scienza politica attribuisce a questo termine: una regola del gioco che struttura gli incentivi degli attori e determina quali comportamenti vengono premiati nel medio e lungo periodo. Toglierla non semplifica la democrazia: modifica la struttura degli incentivi in modo da spostare il potere di selezione della classe dirigente dalle preferenze degli elettori alle preferenze delle segreterie. Lo Stabilicum non è una riforma della governabilità: è una riforma del potere di nomina, che lo concentra ulteriormente nei vertici partitici. Che questo avvenga in un momento di crescente sfiducia nelle istituzioni rappresentative non è un dettaglio di contesto: è il problema politico centrale che la riforma non affronta.