L’antisionismo come nuovo antisemitismo: una riflessione necessaria
Ci sono momenti in cui scrivere non è una scelta, ma quasi una reazione.
Quello che è successo a Sydney in occasione di Hanukkah è uno di questi momenti.
Durante una celebrazione religiosa, una festa che per il mondo ebraico è simbolo di luce, di resistenza, di identità, un attentato ha colpito civili innocenti. Famiglie. Anziani. Una bambina. Tra le vittime, secondo quanto riportato, anche un sopravvissuto dell’Olocausto che ha fatto da scudo a sua moglie. È difficile aggiungere altro senza sembrare retorici. Ma è impossibile far finta di niente.
Quello di Sydney non è solo un atto terroristico
È il segno di qualcosa di più profondo, che riguarda anche noi europei, anche chi pensa che certi fenomeni siano “lontani” o confinati ad altri continenti. Non lo sono.
Negli ultimi anni, e in modo ancora più evidente nel 2024 e nel 2025, stiamo assistendo a una trasformazione dell’antisemitismo. Non scompare, cambia forma. Oggi si presenta spesso come antisionismo, una parola che viene usata come se fosse neutra, razionale, perfino progressista. Ma nella pratica, molto spesso, diventa altro.
Criticare Israele è legittimo. Criticare un governo è normale, succede in tutte le democrazie. Il problema nasce quando Israele non viene più trattato come uno Stato tra gli altri, ma come lo Stato da delegittimare. Quando il suo diritto all’esistenza viene messo in discussione, non le sue politiche. Quando il sionismo, cioè il diritto di un popolo ad avere una casa sicura dopo secoli di persecuzioni, viene descritto come un’ideologia intrinsecamente malvagia.
A quel punto, il confine è superato.
La politica internazionale e le ambiguità della sinistra occidentale
In questo clima si inseriscono anche alcune scelte politiche di governi occidentali, in larga parte di area progressista, che hanno deciso di riconoscere unilateralmente lo Stato palestinese. La motivazione dichiarata è quasi sempre la stessa: “favorire la pace”. È un’intenzione che, sulla carta, può sembrare nobile. Ma la politica non vive di intenzioni, vive di conseguenze.
Uno Stato, per essere tale, deve avere alcuni requisiti minimi: confini definiti, un’autorità che eserciti effettivamente il potere, un controllo del territorio. Oggi la realtà palestinese è profondamente frammentata. Gaza è governata da Hamas, un’organizzazione terroristica che non riconosce Israele e che usa sistematicamente la violenza contro civili. La Cisgiordania è priva di una sovranità reale e unitaria. Riconoscere uno Stato in queste condizioni non risolve il conflitto, e rischia anzi di legittimare chi non ha alcun interesse nella pace.
Il punto non è negare i diritti dei palestinesi, che esistono e vanno tutelati. Il punto è capire se alcune scelte, fatte anche per ragioni di politica interna o consenso elettorale, non finiscano per alimentare una narrazione tossica: quella secondo cui Israele è il problema in sé. E quando questa narrazione prende piede, l’effetto non resta astratto. Si riflette nelle piazze, nelle università, sui social. E, nei casi peggiori, nella violenza.

Perché riguarda tutti noi
Difendere oggi le comunità ebraiche non è una questione “di parte”. Non è essere filoisraeliani, né tantomeno ciechi di fronte alle complessità del Medio Oriente. È una questione che riguarda l’identità stessa dell’Occidente.
Le nostre democrazie si fondano su valori che hanno radici profonde nella tradizione giudaico-cristiana: il valore della persona, la libertà di culto, il limite al potere, la responsabilità individuale. Quando l’antisemitismo riemerge, anche sotto nuove forme più accettabili, è sempre un segnale che qualcosa si sta incrinando.
La storia europea dovrebbe averci insegnato che l’odio contro gli ebrei non resta mai confinato. Inizia con le parole, con la delegittimazione culturale, con il “sì, però”. Finisce con le aggressioni, gli attentati, le vite spezzate. È già successo. Più di una volta.
L’attacco di Sydney, avvenuto durante Hanukkah, non è solo una tragedia australiana. È un campanello d’allarme per tutti noi. Se l’Occidente vuole davvero restare la casa della democrazia, della tolleranza e della libertà, deve essere capace di difendere senza ambiguità i suoi cittadini ebrei, e di riconoscere quando l’odio si ripresenta sotto nuove maschere.
Non farlo, oggi, sarebbe una colpa grave. E domani, forse, imperdonabile.








