Alla Federico II di Napoli il convegno filorusso stile Putin: domande vietate e spintoni

Redazione territori
23/12/2025
Poteri

Da convegno a prova generale di intimidazione politica: è accaduto ieri nel cuore dell’Università Federico II di Napoli. Un pomeriggio di spintoni e microfoni rotti, esito tutt’altro che imprevedibile dal momento stesso in cui il grande ateneo meridionale aveva scelto di ospitare – nonostante gli appelli perché questo non accadesse – un evento dalle finalità chiaramente propagandistiche e, nei contenuti, filorusse, senza peraltro garantire in modo adeguato il pluralismo delle opinioni e le regole minime del contraddittorio.

Partiamo dai fatti. L’evento “Russofilia, Russofobia, Verità”, organizzato dall’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia (ANPI), aveva come protagonisti Alessandro Di Battista e il professor Angelo D’Orsi. Per oltre due ore — riferiscono più presenti — la platea ha assistito in silenzio a una narrazione a senso unico del conflitto ucraino: una rilettura, per dirla con le parole di chi era in sala, “manipolatrice e terzomondista della storia”, in cui “i cattivi sono solo gli occidentali e gli ucraini e i buoni solo i russi”. Nessuna contestazione, nessun disturbo. Nemmeno quando nel mirino finisce il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, descritto — sempre secondo i resoconti dei presenti — come “guerrafondaio servo del capitale”.

Poi, alla fine, arriva il gesto che in qualunque università normale rappresenterebbe la fisiologia del dibattito: alcune decine di giovani — tra attivisti di Ora, Liberi Oltre, Radicali e Azione e membri della comunità ucraina — chiedono di poter porre delle domande ai relatori.

È in quel momento che il clima cambia. Quando poi qualcuno si azzarda a chiedere chiarimenti sulla controversa partecipazione del professor D’Orsi a un gala di Russia Today a Mosca, alla presenza di Putin, la situazione degenera.

Spintoni, minacce, silenzio imposto

La risposta non è il confronto, ma la forza. “Alla reazione violenta e rabbiosa dei sedicenti antifascisti — racconta Bruno Gambardella (Presidente comitato nazionale Radicali italiani) — abbiamo protestato esibendo le magliette con i colori dell’Ucraina che fino ad allora avevamo nascosto sotto i giubbini”. Da lì, la degenerazione: spintoni, minacce, tentativi di aggressione. Il pluralismo, improvvisamente, diventa un incidente di percorso. Le domande, una provocazione. La sala, un territorio di conquista come il Donbass per Putin.

Un ragazzo, Alessandro Riccio, salito su un tavolo “nel disperato tentativo di farsi ascoltare”, viene strattonato e rischia di cadere. “Ho dovuto urlare per fermare il ‘compagno partigiano’ che gli aveva messo le mani addosso”, testimonia chi era accanto a lui. Nel frattempo, il presidente dei Radicali Italiani Matteo Hallissey viene circondato e aggredito da altri militanti, colpevole di aver chiesto conto a Di Battista e D’Orsi dei loro rapporti con il mondo putiniano. Qualcuno tenta persino di trascinarlo fuori dalla sala. Antifascismo, versione servizio d’ordine.

https://twitter.com/matteohallissey/status/2003198111045267701

Le testimonianze degli studenti alla nostra redazione parlano chiaro: microfoni spezzati, urla, mani addosso. Un flash mob pacifico trattato come un’irruzione nemica. Il dissenso trasformato in una minaccia da reprimere. E l’università — che dovrebbe essere il luogo dove le domande si incoraggiano, non si puniscono — ridotta a scenografia compiacente.

Il paradosso è che a negare con la forza una contestazione pacifica sono proprio coloro che si proclamano eredi della Resistenza, custodi dell’antifascismo, sentinelle della democrazia. E invece alla fine a gridare “Ora e sempre resistenza” sono i giovani pro Ucraina presenti all’incontro. “Lo abbiamo fatto noi, i liberali”, sottolinea la testimonianza, “perché la battaglia di allora rivive oggi nel coraggio del popolo ucraino e in chi lotta per la democrazia”.

Il fascismo degli (ex) antifascisti

La scena che resta impressa è purtroppo quella di un’università in cui le domande non sono benvenute, il contraddittorio è vissuto come un affronto e il dissenso viene fisicamente espulso.

Noi de L’Europeista vogliamo dunque rivolgere una domanda semplice — e tutt’altro che retorica — al rettore dell’Università Federico II di Napoli: se l’università diventa prima il luogo della propaganda compiacente verso un regime sanguinario, scollegata dai fatti, e poi il luogo del silenzio imposto a spintoni, allora cosa resta del suo ruolo di custode del sapere e della conoscenza? Chi garantisce, dentro quelle aule, le regole minime del confronto? E soprattutto: a chi risponde la Federico II quando una domanda “sbagliata” viene trattata come un corpo estraneo?

Il problema ovviamente va ben oltre l’episodio napoletano. Riguarda un antifascismo professionista — quello dell’ANPI — ridotto a etichetta identitaria, pronto a scivolare in una caricatura di ciò che dice di combattere.

Marco Pannella parlava di “fascismo degli antifascisti”. Nemmeno lui, forse, avrebbe immaginato una deriva così penosa: dopo decenni passati da vestali del movimento partigiano, una mattina quelli dell’ANPI (insieme a Di Battista, pensa te) si sono svegliati e si sono messi al servizio dell’invasor.