”Alaska, l’estorsione di Trump e Putin contro Ucraina ed Europa”. Conversazione con Carmelo Palma

Sofia Fornari
16/08/2025
Poteri

Non un vertice inconcludente, ma un incontro che ha spostato gli equilibri nella direzione peggiore. A L’Europeista, Carmelo Palma – direttore di Stradeonline, esperto di politiche pubbliche e frequente contributore della nostra rivista – spiega perché il vertice d’Alaska segna un passo avanti, ma verso la legittimazione di Mosca e il ricatto a Kyiv e all’Europa.

La sua riflessione non si limita alla dimensione strategico-militare, ma tocca anche il terreno culturale e politico, dove l’Occidente mostra segni di logoramento. «I guru del Cremlino celebrano il ritorno di un mondo dominato dalla forza», spiega Palma. «Ma il vero pericolo non è la minaccia russa in sé: è la decomposizione morale dell’opinione pubblica democratica. A conquistare milioni di europei e americani alla dottrina di potenza di Putin non è la paura, ma l’idea che la forza possa sostituire il diritto. Se questa convinzione prende piede, Mosca ha già vinto la sua battaglia simbolica».

In questa prospettiva, l’Europa diventa il vero banco di prova. «Se l’Ucraina resterà sola o no dipenderà dalla disponibilità degli europei a pagare i costi della sua resistenza», sottolinea ancora il nostro interlocutore. «La trincea ucraina è la frontiera decisiva della libertà e della sicurezza dell’Europa. Se non ne saremo consapevoli, finiremo alla mercé delle strategie a tenaglia della Casa Bianca e del Cremlino».
Il bilancio del vertice di Alaska, dunque, non è quello di un’occasione mancata, ma di una scelta precisa: la riabilitazione internazionale di Putin e l’indebolimento della credibilità americana. «Putin ha ottenuto la riabilitazione che cercava», dice Palma. «Trump, ospitando un criminale di guerra sul suolo americano, ha solo indebolito la credibilità del suo Paese. Per noi europei la lezione è chiara: o ci assumiamo la responsabilità della nostra sicurezza e del nostro ruolo nel mondo, o saremo trattati come oggetti di negoziato, non come soggetti della storia».

Molti commentatori hanno definito il vertice di Alaska una passerella senza conseguenze, un incontro che non ha prodotto risultati tangibili. Eppure, nella lettura di Palma, ciò che è accaduto va interpretato in modo diverso. «Non è vero che non si siano fatti passi avanti», osserva il direttore di Stradeonline. «Se ne sono stati fatti molti, ma nella direzione sbagliata. Quella di Mosca è stata una legittimazione internazionale, Trump ha mostrato disponibilità ad accogliere le condizioni di Putin e si è addirittura aperta la prospettiva di un’iniziativa congiunta russo-americana per piegare l’Europa e l’Ucraina al bottino di guerra del Cremlino. Tutti passi avanti, certo, ma opposti alla decenza e alla sicurezza europea».

Fra gli scenari evocati in queste settimane da analisti e osservatori, persino tra i più convinti sostenitori della resistenza di Kyiv, c’è quello di un compromesso territoriale: la cessione delle aree già occupate dalla Russia in cambio di una garanzia di sicurezza per il resto del Paese. Il direttore Palma mette in guardia da questa ipotesi: «Sarebbe un esito disastroso, non solo nel breve periodo ma soprattutto sul lungo», sottolinea. «Vorrebbe dire accettare da una Russia infinitamente più debole ciò che non è mai stato accettato da una Russia infinitamente più forte durante la Guerra Fredda: il principio delle aree di influenza predeterminate, al di là della volontà dei popoli. Sarebbe un nuovo Monaco, una pace che prepara guerre più ampie e sanguinose».


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