Abbattere i prossimi aerei russi nello spazio NATO: senza deterrenza, Putin non si fermerà

Piercamillo Falasca
22/09/2025
Orizzonti

Il 19 settembre 2025 tre MiG-31 russi sono entrati nello spazio aereo estone sopra l’isola di Vaindloo. Vi sono rimasti per circa dodici minuti, con i transponder spenti e senza un piano di volo registrato, finché F-35 italiani della missione NATO di Air Policing non li hanno intercettati. Tallinn ha parlato di violazione “senza precedenti”, sottolineando la profondità dell’incursione e l’assenza di comunicazioni. Mosca ha negato tutto, sostenendo che i jet abbiano sorvolato acque internazionali diretti a Kaliningrad. La presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, ha immediatamente promesso solidarietà all’Estonia e invitato gli Stati membri ad approvare un nuovo pacchetto di sanzioni.

Dodici minuti non si spiegano come un errore di rotta. Sono una scelta, un messaggio politico e non un episodio isolato. Nelle ultime settimane la Russia ha moltiplicato le incursioni aeree e con droni in Polonia e Romania, ha condotto esercitazioni nucleari con la Bielorussia e ha testato con regolarità i tempi di reazione della NATO sul fronte baltico. La risposta dell’Alleanza è stata l’operazione Sentinella Orientale, con pattugliamenti più serrati e basi più attrezzate.

Il copione che si ripete e la credibilità che si consuma

Il copione è ormai prevedibile: Mosca provoca, l’Occidente reagisce; Mosca smentisce, l’Occidente protesta; Mosca ci riprova, l’Occidente risponde con nuove dichiarazioni solenni. I penultimatum, come li chiamava qualcuno. Un ciclo che logora più la nostra credibilità che le nostre capacità.

Il confronto con il precedente turco del 2015 è inevitabile. Allora, un Su-24 russo fu abbattuto da un F-16 turco dopo una violazione di appena 17 secondi e dopo dieci avvertimenti radio. Ankara tracciò una linea rossa e la fece rispettare. Oggi, dodici minuti di violazione sul Baltico producono soltanto una nota diplomatica e qualche rinforzo temporaneo. Il divario, più che cronologico, è politico.

La questione non è se l’Europa disponga dei mezzi per difendersi – ne ha, e l’intercettazione di Vaindloo lo dimostra – ma se abbia l’intenzione di usarli in modo da rendere la violazione costosa per chi la compie. La deterrenza vive nella mente dell’avversario. Finché il Cremlino percepisce che l’uscita più probabile da una crisi è un comunicato congiunto e una rotazione aggiuntiva di caccia, continuerà a spingersi oltre.

In teoria, gli strumenti esistono. I piani regionali di difesa adottati dalla NATO a Vilnius offrono l’architettura di una protezione avanzata, con tempi di mobilità più rapidi e comandi integrati. Ma l’Europa deve trasformarli in realtà attraverso decisioni nazionali coraggiose, anticipando l’urgenza baltica con regole di scramble più severe e protocolli chiari sul punto in cui l’inseguimento diventa ingaggio. Dire in anticipo come si reagirà è spesso il modo migliore per evitare di dover reagire davvero.

Altrettanto urgente è colmare lo scarto industriale e di costo. La guerra dei droni ha dimostrato quanto sia inefficiente rispondere a sistemi che costano poche migliaia di euro con missili dal valore centuplicato. L’Unione Europea ha messo in campo la European Defence Industrial Strategy e programmi come ASAP per portare la produzione di munizioni a milioni di colpi l’anno entro la fine del 2025, e sta discutendo un “drone wall” lungo il confine orientale. Ma se queste iniziative non si tradurranno rapidamente in contratti vincolanti, standard interoperabili e filiere comuni, resteranno sulla carta. Per ora, la produzione russa di proietti e missili resta superiore, sostenuta da forniture di componentistica dual-use che arrivano dalla Cina.

Tallinn ha già invocato l’Articolo 4, ma la NATO deve fissare un protocollo condiviso: transponder spento, assenza di piano di volo e mancata risposta alle comunicazioni devono tradursi automaticamente in un accompagnamento forzato fuori dallo spazio aereo, con contromisure drastiche se l’intrusione persiste. La diplomazia funziona meglio quando la catena di conseguenze è chiara, breve e credibile.



Le provocazioni rischiano di diventare guerra

Tutto questo va deciso presto. Non soltanto perché Mosca continui a “sondare” le nostre difese, ma perché gli scenari più cupi non possono essere liquidati come fantapolitica. I war game della RAND già nel 2016 mostravano come le forze russe potessero raggiungere Riga e Tallinn in meno di 60 ore. Oggi, con la filiera industriale russa in piena espansione, le forniture nordcoreane e il sostegno tecnologico cinese, la prospettiva di una crisi lampo che metta alla prova la coesione dell’Alleanza non è inverosimile. Non si tratta di predire un’invasione domattina, ma di riconoscere che il rischio di un’escalation verso l’Europa non è un esercizio di pura propaganda.

Le condizioni materiali – arsenali ricostituiti, partner strategici disponibili, dottrina russa di pressione costante – rendono più plausibile un’offensiva di coercizione su larga scala, che potrebbe partire come un test e trasformarsi in crisi.

In questo contesto, le dichiarazioni di Ursula von der Leyen non bastano. Servono passi concreti. Un pacchetto straordinario per rafforzare le difese aeree lungo il fronte orientale, regole d’ingaggio comuni e non ambigue, e un’accelerazione reale – misurabile – nella produzione di munizioni. L’Europa deve mostrare che i suoi cieli non sono un laboratorio per provocazioni a basso costo, ma uno spazio protetto, inviolabile e politicamente sacro.

Il messaggio non deve essere solo che ogni violazione sarà condannata. Deve essere che ogni violazione avrà un prezzo. La deterrenza non è il desiderio di pace: è l’assicurazione che il costo dell’aggressione supererà sempre il beneficio. Dopo Vaindloo, l’Europa non può permettersi di continuare a vivere di comunicati. Deve decidere di farsi credere.