70 sfumature di governabilità: l’Italia alla prova della nuova legge elettorale

70 sfumature italia legge elettorale
Donatello D'Andrea
06/03/2026
Interessi

Ogni volta che in Italia si apre il cantiere di una riforma elettorale, il dibattito pubblico tende a concentrarsi sulle tecnicalità del sistema di voto: soglie, premi di maggioranza, collegi, percentuali.

Ma questa impostazione rischia di perdere di vista il punto essenziale.

Una legge elettorale non è mai un semplice meccanismo tecnico per convertire voti in seggi. È, piuttosto, uno strumento di legittimazione del sistema politico: il dispositivo attraverso cui la volontà popolare viene trasformata in potere istituzionale e indirizzo di governo.

Nel contesto delle democrazie contemporanee, l’idea secondo cui gli elettori voterebbero solo per il Parlamento, lasciando al sistema politico il compito di determinare il governo, appare ormai superata.
Di fatto, nelle democrazie competitive, il voto è percepito sempre più come una scelta diretta su chi debba governare.

Proprio per questo motivo la legge elettorale diventa uno degli snodi più delicati dell’architettura democratica: deve riuscire a conciliare due esigenze spesso in tensione tra loro, la governabilità e la rappresentanza.

La proposta di riforma elettorale oggi in discussione si colloca esattamente in questa tensione. Il sistema immaginato dai proponenti mantiene formalmente una base proporzionale ma introduce un premio di governabilità consistente, attribuito alla coalizione più votata. L’obiettivo dichiarato è chiaro: ridurre il rischio di stallo parlamentare e favorire la formazione di maggioranze di governo stabili.

Tuttavia, osservata con gli strumenti della scienza politica, questa riforma solleva interrogativi più profondi. Non soltanto sulla sua efficacia nel garantire la stabilità dei governi, ma anche sulla sua capacità di preservare la legittimazione democratica del sistema politico in una fase storica segnata da crescente astensionismo, personalizzazione della politica e fragilità dei partiti.

Il sistema dei partiti italiano e il limite delle leggi elettorali

Per comprendere il senso e i limiti della riforma proposta è necessario partire da un elemento spesso trascurato nel dibattito pubblico: il sistema elettorale non opera nel vuoto, ma interagisce con la struttura del sistema dei partiti.
La scienza politica ha mostrato da tempo come le regole elettorali influenzino il comportamento strategico degli attori politici, ma anche come queste stesse regole siano a loro volta condizionate dalla configurazione del sistema partitico.

Giovanni Sartori, uno dei più importanti studiosi dei sistemi partitici, distingueva tra “multipartitismo moderato” e “multipartitismo estremo”. Nel primo caso – come nella Germania del secondo dopoguerra – il numero di partiti rilevanti è limitato e la competizione politica tende a essere centripeta, orientata verso il centro dello spazio politico. Le coalizioni di governo risultano relativamente stabili e l’alternanza tra blocchi politici è fisiologica.

Nel multipartitismo estremo, invece, il numero di partiti rilevanti aumenta e le distanze ideologiche si ampliano. La competizione diventa centrifuga: le forze politiche si spostano verso gli estremi per non perdere consenso ai margini dello spazio politico. In queste condizioni il sistema tende a diventare instabile e la formazione dei governi più complessa.

Questa analisi si collega a un’altra delle intuizioni classiche della scienza politica, formulata da Maurice Duverger, secondo cui esiste una relazione strutturale tra sistemi elettorali e sistemi di partito.
I sistemi maggioritari tendono a produrre dinamiche bipartitiche, mentre i sistemi proporzionali favoriscono la frammentazione multipartitica.

La riforma oggi proposta si muove proprio lungo questa linea di tensione: mantenere una base proporzionale, ma introdurre correttivi maggioritari per incentivare la formazione di coalizioni competitive. È un tentativo di aggirare, almeno in parte, la dinamica individuata da Duverger, cercando di ottenere effetti di governabilità senza rinunciare alla rappresentanza proporzionale.

L’Italia rappresenta storicamente uno dei casi più emblematici di pluralismo polarizzato. Già nella Prima Repubblica Sartori parlava di un sistema caratterizzato dalla presenza di numerosi partiti rilevanti e da forti distanze ideologiche. Con la fine del sistema dei partiti tradizionali negli anni Novanta, il quadro è cambiato ma non si è trasformato in un vero bipartitismo. Piuttosto si è consolidata una configurazione che molti studiosi definiscono multipartitismo estremo temperato da coalizioni, in cui i partiti continuano a essere numerosi ma sono spinti a organizzarsi in blocchi elettorali contrapposti.

È proprio questo contesto che ha spinto l’Italia, negli ultimi trent’anni, a modificare più volte le proprie regole elettorali. Dal Mattarellum al Porcellum, dall’Italicum al Rosatellum, il sistema politico italiano ha attraversato una lunga stagione di ingegneria istituzionale, nella quale le leggi elettorali sono state utilizzate come strumenti per correggere la frammentazione del sistema dei partiti e incentivare la formazione di maggioranze di governo.
Tutte queste riforme hanno cercato, in modi diversi, di introdurre meccanismi maggioritari o premi di governabilità capaci di favorire la competizione tra blocchi politici.

La proposta attuale si colloca esattamente in questa tradizione.

Tuttavia la teoria di Sartori suggerisce anche un limite importante: nessuna legge elettorale può trasformare da sola un sistema partitico frammentato in un sistema stabile.

Le regole elettorali possono modificare gli incentivi strategici dei partiti e favorire determinate dinamiche di coalizione, ma non possono eliminare le caratteristiche profonde del sistema politico.

È per questo motivo che il dibattito sulle leggi elettorali in Italia tende a ripresentarsi ciclicamente: ogni riforma tenta di risolvere il problema della governabilità senza riuscire a modificare la natura strutturale del sistema dei partiti.

Il meccanismo della riforma: proporzionale corretto o maggioritario nascosto?

La riforma proposta, come dicevamo, si presenta formalmente come un sistema proporzionale con correttivo di governabilità.
I seggi continuerebbero a essere distribuiti con metodo proporzionale, ma verrebbe introdotto un premio di maggioranza pari a settanta seggi alla Camera e trentacinque al Senato, assegnato alla coalizione più votata che superi il 40% dei voti. In caso contrario è previsto un ballottaggio tra le prime due coalizioni.

A prima vista il sistema sembra cercare un equilibrio tra rappresentanza e governabilità. Tuttavia l’analisi delle sue dinamiche concrete rivela un funzionamento più complesso.

Il premio previsto equivale a circa il 17–18% dei seggi parlamentari, una quota significativamente superiore a quella che molti studiosi considerano il limite ragionevole di distorsione del principio proporzionale (circa il 15%). Ma l’aspetto più rilevante riguarda il modo in cui il premio viene attribuito.

Prima ancora della distribuzione proporzionale dei seggi, infatti, viene assegnato il pacchetto dei settanta seggi di premio alla coalizione vincente. Di fatto il sistema si trasforma in una competizione nazionale tra blocchi politici per conquistare questo blocco di seggi.

In termini politologici ciò significa che la competizione elettorale rischia di essere percepita come una sorta di gara preliminare “70 contro 70” tra le principali coalizioni. Solo successivamente entrerebbe in gioco la distribuzione proporzionale dei seggi restanti.

Questo meccanismo produce un effetto paradossale: pur presentandosi come proporzionale, il sistema introduce una logica implicita di winner takes all (un first past the post all’italiana), nella quale quasi un quinto dei parlamentari verrebbe di fatto determinato da una competizione nazionale tra blocchi politici.

A questo elemento si aggiunge un ulteriore aspetto rilevante dal punto di vista della teoria democratica: la riforma non prevede l’introduzione delle preferenze, mantenendo il sistema delle liste bloccate. In una fase storica caratterizzata da una crescente sfiducia nei confronti dei partiti e da livelli elevati di astensionismo, l’introduzione delle preferenze avrebbe potuto rappresentare un segnale istituzionale significativo, restituendo agli elettori una quota maggiore di controllo sulla selezione della classe parlamentare.

La scelta di mantenere liste bloccate rafforza invece la centralizzazione delle candidature nelle mani delle leadership di partito, accentuando la tendenza alla oligarchizzazione dei processi di selezione delle élite politiche e riducendo il grado di accountability degli eletti nei confronti degli elettori.

Infine, il funzionamento complessivo del sistema può produrre effetti rilevanti anche sul piano degli equilibri istituzionali. In alcuni scenari elettorali, il premio di governabilità potrebbe portare la coalizione vincente a raggiungere una quota di seggi prossima o superiore al 58% del Parlamento. In una configurazione simile, la maggioranza parlamentare risulterebbe potenzialmente autosufficiente anche per l’elezione delle principali autorità di garanzia previste dall’ordinamento costituzionale – dal Presidente della Repubblica ai giudici della Corte costituzionale – riducendo significativamente la necessità di convergenze parlamentari più ampie tra maggioranza e opposizione.

Il risultato complessivo è quindi un assetto istituzionale che, pur presentandosi come proporzionale corretto, incorpora elementi tipici dei sistemi maggioritari e introduce un significativo rafforzamento della coalizione vincente, sia sul piano della formazione del governo sia sul terreno più ampio degli equilibri istituzionali.

Legittimazione democratica, astensionismo e rappresentanza

Il problema più rilevante della riforma non riguarda però soltanto la struttura del premio di maggioranza, ma il contesto politico in cui essa verrebbe applicata.

L’Italia attraversa una fase storica segnata da un astensionismo ormai stabilmente vicino al 50% dell’elettorato. In una situazione simile, attribuire una maggioranza parlamentare a una coalizione che ottiene il 40% dei voti validi significa, in termini sostanziali, consegnare il potere di governo a una forza politica che rappresenta circa il 20% del corpo elettorale complessivo.

Dal punto di vista formale il sistema rimane democraticamente legittimo. Ma dal punto di vista politico può emergere un problema di legittimazione sostanziale: un governo dotato di ampi poteri decisionali ma sostenuto da una base elettorale relativamente ristretta.

Se a ciò si aggiunte il mantenimento delle liste bloccate, il risultato potrebbe essere una crescente e insostenibile personalizzazione della competizione politica, nella quale a confrontarsi non sono più partiti strutturati ma figure individuali sostenute da apparati comunicativi e staff strategici. Con evidenti ricadute su una partecipazione già ai minimi storici.

Governabilità senza legittimazione?

La stabilità istituzionale non può essere costruita esclusivamente attraverso meccanismi di ingegneria elettorale. Come insegnano le analisi di Sartori, le leggi elettorali possono modificare gli incentivi strategici dei partiti, ma non possono trasformare da sole la natura di un sistema partitico.

Se la riforma non riuscirà a rafforzare la legittimazione democratica del sistema politico, il rischio è che essa produca governi formalmente stabili ma politicamente fragili. In un contesto segnato da astensionismo elevato, personalizzazione della politica e debolezza delle organizzazioni partitiche, la sfida non è soltanto garantire la governabilità.

La sfida più difficile – e forse più urgente – è riuscire a costruire un sistema politico che sia percepito dai cittadini come effettivamente rappresentativo della loro volontà.
Perché senza questa percezione di legittimità, anche il sistema istituzionale più efficiente rischia di rivelarsi, nel lungo periodo, sorprendentemente fragile.