Verso il “28° Regime”, un passaporto unico per le imprese europee
Mentre il mercato unico dei beni è una realtà consolidata, quello delle imprese rimane un mosaico frammentato.
Oggi una startup che nasce a Milano e vuole espandersi a Lione o Varsavia deve affrontare tre sistemi burocratici, legali e fiscali diversi.
Un ostacolo che costa miliardi di euro in consulenze e, spesso, spinge i nostri talenti a cercare fortuna oltreoceano.
La risposta a questa paralisi, secondo alcuni, ha un nome tecnico che sta dominando il dibattito a Bruxelles: 28° Regime.
Un “cloud legale” al di sopra dei confini nazionali
Il concetto, rilanciato con forza dai rapporti sulla competitività di Enrico Letta e Mario Draghi, non mira a sostituire le leggi dei singoli Stati membri.
Si tratta, invece, di un quadro normativo opzionale che si aggiunge ai 27 già esistenti.
Un imprenditore potrà scegliere di registrare la propria attività non come “S.r.l.” o “GmbH”, ma come S.EU (Società Europea Unificata). Una sorta di “cittadinanza societaria” che permette di operare in tutto il continente con un unico set di regole.
Il cuore della sfida: la rivoluzione delle stock option
Il pilastro più innovativo del 28° regime riguarda la gestione dei talenti tramite l’equity compensation.
Per competere con i giganti della Silicon Valley, l’Europa propone il modello EU-ESOP (Employee Share Ownership Plan), sperando di risolvere almeno tre nodi storici:
- Stop alla “tassazione secca”: la tassazione viene spostata al momento della vendita effettiva delle azioni (Tax at Sale), evitando che il dipendente paghi tasse su guadagni che esistono ancora soltanto sulla carta.
- Portabilità Totale: un ricercatore può trasferirsi tra diverse sedi UE senza che il suo piano di stock option subisca variazioni o complicazioni burocratiche.
- Certezza del Valore: Introducendo standard di valutazione omogenei, si garantisce sicurezza legale sia alle imprese che ai lavoratori di fronte alle autorità fiscali.
Oltre la burocrazia: flessibilità e digitalizzazione
L’architettura tecnica della S.EU prevede altri vantaggi competitivi fondamentali:
- Costituzione “nativa digitale”: registrazione online in 48 ore attraverso un portale unico europeo, con statuti standardizzati e tradotti, eliminando i costi notarili transfrontalieri.
- Governance moderna: la possibilità di emettere azioni a voto plurimo, permettendo ai fondatori di attirare capitali di rischio senza perdere il controllo strategico dell’azienda.
- Capitale e sede mobile: un capitale sociale simbolico e la possibilità di spostare la sede legale tra i paesi membri senza dover ogni volta sciogliere e rifondare la società.
Il caso Italia: dalla frammentazione alla scalabilità
Per le imprese italiane, il 28° Regime rappresenta la soluzione a un paradosso storico: pur avendo un ecosistema vivace, l’Italia fatica a “scalare” le proprie innovazioni, ovvero ad attirare fondi sufficienti da poterle diffondere su scala più vasta.
Immaginiamo, ad esempio, una startup nata al Politecnico di Milano che sviluppa software per la diagnostica medica.
- Oggi: per assumere un ricercatore a Monaco di Baviera o aprire un ufficio commerciale a Parigi, i fondatori devono costituire due nuove entità legali (GmbH o SAS), affrontare costi notarili e di consulenza fiscale che superano spesso i 30.000 euro e gestire paghe basate su legislazioni diverse. Spesso, per evitare questo incubo, la startup rinuncia all’espansione o “si vende” precocemente a un colosso straniero.
- Con il 28° Regime: la stessa startup, registrata come S.EU, potrebbe assumere in tutta Europa come se fosse in Italia. Il contratto di lavoro e il pacchetto di stock option per il ricercatore tedesco seguirebbero lo standard europeo, senza dover aprire una nuova società in Germania.
Oltre i limiti del venture capital italiano
In Italia, i round di investimento sono spesso più piccoli rispetto a Francia o Germania. Il 28° Regime permetterebbe alle startup italiane di accedere più facilmente ai grandi fondi di investimento internazionali (come quelli di Londra o della Silicon Valley).
Questi fondi, infatti, sono spesso riluttanti a investire in una S.r.l. italiana per via della complessità del nostro codice civile; una S.EU, invece, avendo regole di governance standardizzate e azioni a voto plurimo, renderebbe finalmente l’impresa italiana “leggibile” e attraente per qualsiasi investitore globale.
Ma un altro aspetto tecnico cruciale per l’Italia riguarda la gestione del fallimento.
Mentre il sistema italiano viene ancora percepito come punitivo e lento, il 28° Regime introdurrebbe procedure di liquidazione rapida e armonizzata.
Questo permetterebbe a un imprenditore italiano che ha fallito un progetto innovativo di chiudere l’attività in tempi certi e ricominciare subito un nuovo progetto, allineandosi alla cultura del “fail fast” che domina i mercati più competitivi come quello statunitense.
La tabella di marcia: il 2026 è l’anno decisivo
Dopo le consultazioni pubbliche del 2025, la Commissione Europea punta a presentare la proposta legislativa definitiva nel primo trimestre del 2026. La sfida non è solo tecnica, ma politica: convincere gli Stati membri che un regime comune non è una cessione di sovranità, ma un moltiplicatore di potenza economica.
Il 28° regime rappresenta un passo fondamentale e non più rimandabile verso una reale integrazione tra gli Stati membri. Attenzione, però: la semplificazione burocratica da sola non basta, se non viaggia di pari passo con la creazione di un vero Mercato Unico dei Capitali (CMU).
Solo abbattendo i confini che ancora frammentano il risparmio e l’investimento europeo, l’Unione potrà finalmente sbloccare le risorse necessarie per competere con le altre potenze mondiali nelle prossime sfide economiche.
In un contesto internazionale sempre più aggressivo, la “Cittadinanza Societaria Europea” è la condizione necessaria affinché l’Europa non sia solo un mercato di consumatori, ma una fucina di campioni globali pronti per il futuro.









